mercoledì 30 dicembre 2009

Se l’Idv non sarà un partito

Dal Quotidiano Il Fatto Quotidiano
del 30 dicembre 2009

di Caterina Perniconi
(Giornalista)


Aveva criticato l’identità dell’Italia dei valori e la qualità della sua classe dirigente dalle pagine di MicroMega, ieri è tornato a provocare Antonio Di Pietro e il suo partito dalle colonne de Il Fatto quotidiano. Paolo Flores d’Arcais ha chiesto al leader Idv di arrivare ad un Big Bang del partito, un nuovo inizio insieme ai movimenti, i sindacati e la società civile “per una nuova larghissima opposizione”.

La riflessione parte dalla debolezza di un Pd ripiegato su sé stesso e la mancanza di un “Partito della Costituzione”.

Per Luigi de Magistris, europarlamentare Idv, il percorso consigliato da Flores d’Arcais è già stato intrapreso: “Il nostro obiettivo principale – spiega de Magistris – è proprio quello dell’attuazione della Costituzione”. E se gli si fa notare che è stato proprio Di Pietro ad attaccare più volte il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, l’ex magistrato risponde convinto che le due cose possano stare insieme: “Noi – dice de Magistris – difendiamo la presidenza della Repubblica senza se e senza ma. Poi però le istituzioni sono rappresentate da donne e da uomini che in quanto tali possono essere criticati. E quando noi l’abbiamo fatto è stato proprio per chiedere con forza di esercitare le prerogative della Costituzione”.

Dello stesso avviso anche Massimo Donadi, presidente dei deputati dell’Italia dei Valori: “Nonostante le mie riserve – spiega Donadi – rispetto alle parole di Antonio Di Pietro su Napolitano, difendo e ribadisco il diritto di critica all’operato di un capo di Stato. L’Idv ha sempre difeso l’architettura istituzionale, separandola nettamente dalla critica politica”.

Mentre per quanto riguarda l’apertura del partito verso i movimenti e l’inclusione della società civile, Donadi non è d’accordo con le parole di Flores d’Arcais: “Io credo che la società civile ha senso finché non è organizzata. Il 95% dei nostri candidati alle europee proviene da realtà legate alla società civile, che è un crogiuolo di idee, proposte e innovazione. Ma bisogna guardare oltre il nostro naso e capire che oggi la società civile si è riunita all’interno del popolo viola, ma tra 5 anni potrebbe essere qualcos’altro. Quindi un partito come l’Idv deve servire come punto d’incontro, come valvola che cerca, aggrega e seleziona la società civile”. A proposito di questo, Luigi de Magistris ci tiene a sottolineare che uno dei principali sostenitori della manifestazione del 5 dicembre è stato proprio il partito a cui appartiene: “Noi siamo aperti all’ingresso degli ‘italiani di valore’ su tutto il territorio. E girando l’Italia ne sto conoscendo moltissimi”. L’ex magistrato, che racconta nel suo libro di avere una stampa del “Quarto stato” – che rappresenta il popolo in movimento – appesa nel suo ufficio, pensa in grande, come lo sprona a fare l’autore dell’editoriale: “Se siamo bravi possiamo diventare il primo partito d’opposizione per difendere il paese dalla dittatura del berlusconismo”.

A questo punto, uno dei primi provvedimenti che gli iscritti si aspettano dall’Italia dei valori è la cancellazione del nome di Antonio Di Pietro dal simbolo, che non rappresenta esattamente un esempio di inclusività. “Quella del simbolo è unaquestione che per noi non ha mai avuto caratteristiche di sacralità – spiega Donadi – è nato dieci anni fa per necessità, eravamo un micropartito senza soldi che nessuno conosceva e quindi era una questione di marketing, per identificare partito e leader. Al prossimo congresso affronteremo la questione, anche se è paradossale che mentre noi discutiamo di togliere il nome del presidente ci siano altri partiti che invece lo stanno mettendo. Ma i nostri elettori sanno che possono partecipare alla vita del partito, e finché ci saranno 100 persone che contestano su 30 mila iscritti vuol dire che le cose vanno piuttosto bene”.

IL BOTTINO DI BETTINO: COME E QUANTO RUBAVA

Dal Quotidiano Il Fatto Quotidiano
del 30 dicembre 2009

di Marco Travaglio
(Giornalista)


Al momento della morte, nel gennaio del 2000, Bettino Craxi era stato condannato in via definitiva a 10 anni per corruzione e finanziamento illecito (5 anni e 6 mesi per le tangenti Eni-Sai; 4 anni e 6 mesi per quelle della Metropolitana milanese). Altri processi furono estinti “per morte del reo”: quelli in cui aveva collezionato tre condanne in appello a 3 anni per la maxitangente Enimont (finanziamento illecito), a 5 anni e 5 mesi per le tangenti Enel (corruzione), a 5 anni e 9 mesi per il conto Protezione (bancarotta fraudolenta Banco Ambrosiano); una condanna in primo grado prescritta in appello per All Iberian; tre rinvii a giudizio per la mega-evasione fiscale sulle tangenti, per le mazzette della Milano-Serravalle e della cooperazione col Terzo Mondo.

Nella caccia al tesoro, anzi ai tesori di Craxi sparsi per il mondo tra Svizzera, Liechtenstein, Caraibi ed Estremo Oriente, il pool Mani Pulite ha accertato introiti per almeno 150 miliardi di lire, movimentati e gestiti da vari prestanome: Giallombardo, Tradati, Raggio, Vallado, Larini e il duo Gianfranco Troielli & Agostino Ruju (protagonisti di un tourbillon di conti e operazioni fra HongKong e Bahamas, tuttora avvolti nel mistero per le mancate risposte alle rogatorie). Finanziamenti per il Psi? No, Craxi rubava soprattutto per sé e i suoi cari. Principalmente su quattro conti personali: quello intestato alla società panamense Constellation Financière presso la banca Sbs di Lugano; il Northern Holding7105 presso la ClaridienBankdiGinevra;quellointestatoaun’altra panamense, la International Gold Coast, presso l’American Express di Ginevra; e quello aperto a Lugano a nome della fondazione Arano di Vaduz. “Craxi – si legge nella sentenza All Iberian confermata in Cassazione - è incontrovertibilmente responsabile come ideatore e promotore dell’apertura dei conti destinati alla raccolta delle somme versategli a titolo di illecito finanziamento quale deputato e segretario esponente del Psi. La gestione di tali conti… non confluiva in quella amministrativa ordinaria del Psi, ma veniva trattata separatamente dall’imputato tramite suoi fiduciari… Significativamente Craxi non mise a disposizione del partito questi conti”. Su Constellation Financiere e Northern Holding - conti gestiti dal suo compagno di scuola Giorgio Tradati - riceve nel 1991-‘92 la maxitangente da 21 miliardi versata da Berlusconi dopo la legge Mammì. Sul NorthernHoldingincassaalmeno35miliardidaaziende pubbliche, come Ansaldo e Italimpianti, e private, come Calcestruzzi e Techint.

Nel 1998 la Cassazione dispone il sequestro conservativo dei beni di Craxi per 54 miliardi. Ma nel frattempo sono spariti. Secondo i laudatores, Craxi fu condannato in base al teorema “non poteva non sapere”. Ma nessuna condanna definitiva cita mai quell’espressione. Anzi la Corte d’appello di Milano scrive nella sentenza All Iberian poi divenuta definitiva: “Non ha alcun fondamento la linea difensiva incentrata sul presunto addebito a Craxi di responsabilità di ‘posizione’ per fatti da altri commessi, risultando dalle dichiarazioni di Tradati che egli si informava sempre dettagliatamente dello stato dei conti esteri e dei movimenti sugli stessi compiuti”. Tutto era cominciato “nei primi anni 80” quando – racconta Tradati a Di Pietro – “Bettino mi pregò di aprirgli un conto in Svizzera. Io lo feci, alla Sbs di Chiasso, intestandolo a una società panamense (Constellation Financière, ndr). Funzionava cosí: la prova della proprietà consisteva in una azione al portatore, che consegnai a Bettino. Io restavo il procuratore del conto”. Su cui cominciano ad arrivare “somme consistenti”: nel 1986 ammontano già a 15 miliardi. Poi il deposito si sdoppia e nasce il conto International Gold Coast, affiancato dal conto di transitoNorthernHolding,messoadisposizionedal funzionario dell’American Express, Hugo Cimenti, per rendere meno identificabili i versamenti. Anche lí confluiscono ben presto 15 miliardi. Come distinguere i versamenti per Cimenti da quelli per Tradati, cioè per Craxi? “Per i nostri – risponde Tradati – si usava il riferimento ‘Grain’. Che vuol dire grano”. Poi esplode Tangentopoli. “Il 10 febbraio ‘93 Bettino mi chiese di far sparire il denaro da quei conti, per evitare che fossero scoperti dai giudici di Mani pulite. Ma io rifiutai e fu incaricato qualcun altro (Raggio, ndr): so che hanno comperato anche 15 chili di lingotti d’oro… I soldi non finirono al partito, a parte 2 miliardi per pagare gli stipendi”. Raggio va in Svizzera, spazzola il bottino di Bettino e fugge in Messico con 40 miliardi e la contessa Vacca Agusta. I soldi finiscono su depositi cifrati alle Bahamas, alle Cayman e a Panama.

Che uso faceva Craxi dei fondi esteri? “Craxi – riepilogano i giudici – dispose prelievi sia a fini di investimento immobiliare (l’acquisto di un appartamento a New York), sia per versare alla stazione televisiva Roma Cine Tv (di cui era direttrice generale Anja Pieroni, legata a Craxi da rapporti sentimentali) un contributo mensile di 100 milioni di lire. Lo stesso Craxi, poi, dispose l’acquisto di una casa e di un albergo [l’Ivanohe] a Roma, intestati alla Pieroni”. Alla quale faceva pure pagare “la servitú, l’autista e la segretaria”. Alla tv della Pieroni arrivarono poi 1 miliardo da Giallombardo e 3 da Raggio. Craxi lo diceva sempre, a Tradati: “Diversificare gli investimenti” . Tradati eseguiva: “Due operazioni immobiliari a Milano, una a Madonna di Campiglio, una a La Thuile”. Bettino regalò una villa e un prestito di 500 milioni per il fratello Antonio (seguace del guru Sai Baba). E il Psi, finito in bolletta per esaurimento dei canali di finanziamento occulto? “Raggio ha manifestato stupore per il fatto che, dopo la sua cessazione dalla carica di segretario del Psi, Craxi si sia astenuto dal consegnare al suo successore i fondi contenuti nei conti esteri”.

Anche Raggio vuota il sacco e confessa di avere speso 15 miliardi del tesoro craxiano per le spese della sua sontuosa latitanza in Messico. E il resto? Lo restituì a Bettino, oltre ad acquistargli un aereo privato Sitation da 1,5 milioni di dollari e a disporre –scrivono i giudici– “bonifici specificatamente ordinati da Craxi, tutti in favore di banche elvetiche, tranne che per i seguenti accrediti: 100.000 dollari al finanzierearaboZuhairAlKatheeb”e80milionidilire(«$ 40.000/s. Fr. 50.000 Bank of Kuwait Lnd») per “un’abitazione affittata dal figlio di Craxi (Bobo, ndr) in Costa Azzurra”, a Saint-Tropez, “per sottrarlo - spiega Raggio - al clima poco favorevole creatosi a Milano”. Anche Bobo, a suo modo, esule.

Quando i difensori di Craxi ricorrono davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo, nella speranza di ribaltare la condanna Mm, vengono respinti con perdite. “Non è possibile – scrivono i giudici di Strasburgo il 31 ottobre 2001 – pensare che i rappresentanti della Procura abbiano abusato dei loro poteri”. Anzi, l’iter dibattimentale “seguí i canoni del giusto processo” e le proteste dell’imputato sulla parzialità dei giudici “non si fondano su nessun elemento concreto… Va ricordato che il ricorrente è stato condannato per corruzione e non per le sue idee politiche”.

“STUPORE E AMAREZZA”

Dal Quotidiano Il Fatto Quotidiano
del 30 dicembre 2009

di Antonella Mascali
(Giornalista)


Francesco Saverio Borrelli è stato il capo del pool mani pulite di Milano. Un punto di riferimento per tutti i magistrati anti corruzione di quella stagione degli anni ’90, iniziata con l’arresto di Mario Chiesa. Molti di loro, ancora in procura, lo rimpiangono. Borrelli, di fronte alla concreta possibilità che si intitoli una strada o un parco a Bettino Craxi non si stupisce “per i tempi che corrono”, ma quando gli parliamo, esercita il suo diritto all’indignazione. “Sono amareggiato di questa proposta e anche sconcertato perché Bettino Craxi, se vogliamo restare ai fatti, è stato un imputato condannato con sentenza definitiva per reati notevolmente gravi e che si è sottratto all’esecuzione della pena. E’ andato all’estero da latitante e da latitante è morto. Prima di pensare a dedicargli una strada, forse sarebbe bene considerare questa sua posizione di latitante”.

A dire il vero in molti parlano di esilio, non di latitanza.

“Purtroppo questa condizione di latitante non fa più impressione perché, ahimè, ci siamo abituati nel tempo a tenere sempre in minor conto quello che è il rispetto della legalità. Un rispetto non solo formale, ma un rispetto sostanziale del principio della legalità . E in questo concetto si inserisce il rispetto delle pronunce della magistratura, che è l’organo istituzionalmente deputato a stabilire ciò che è legale da ciò che non lo è. Ma non mi stupisco di questa sorta di desensibilizzazione verso le regole, visto i tempi che corrono”.

Che tempi sono?

“Sono tempi in cui l’interesse personale e di parte prevale su qualsiasi considerazione”.

Cosa pensa della possibilità che il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano potrebbe partecipare a una cerimonia in onore di Craxi nell’aula del Senato?

“Credo che la risposta sia implicita in quello che le ho detto. Il significato storico di determinate personalità, lo si può valutare opportunamente soltanto dopo che è passato molto, molto tempo, e dopo che si sono spente quelle che potevano essere le polemiche, le considerazioni legate all’attualità. Quindi mi stupisce che in Senato si faccia per Bettino Craxi, che è forse l’unico personaggio politico morto da latitante all’estero, una cerimonia alla quale addirittura si pensa che possa partecipare il capo dello Stato. Ma per il rispetto che ho delle istituzioni e del presidente della Repubblica, aggiungo che se parteciperà, vorrà dire che avrà le sue buone ragioni”.

Il figlio di Bettino Craxi, Bobo, ha dichiarato che deve “mettersi il cuore in pace”, per la via di Milano dedicata al padre e che tanto a lei “dedicheranno il Teatro alla Scala, ma spero più in là, nel tempo”.

“Con queste parole è convinto di aver detto una spiritosaggine? Il figlio di Bettino Craxi dovrebbe ricordarsi che è stato da me querelato per un’affermazione che aveva reso circa i miei rapporti con suo padre e con la segreteria del partito socialista, e che è stato condannato al pagamento delle spese processuali e a un modesto risarcimento per il danno. Ma ancora non si è messo a disposizione per il pagamento di queste spese da lui dovute. Si è sottratto persino ai pignoramenti. Quindi non mi sembra che sia la persona più qualificata a parlare di me”.

PARISI: “PARTITO DEMOCRATICO? MI VIENE DA PIANGERE”

Dal Quotidiano Il Fatto Quotidiano
del 30 dicembre 2009

di Luca Telese
(Giornalista)


Il primo a parlare di primarie in Italia, è noto, fu lui. Lo guardavano come un pazzo. Arturo Parisi partì per l’America nel 1990, tornò nel ‘92: “Seguii la sfida che portò alla scelta di Clinton, e mi convinsi che era possibile anche da noi”. L’ex ministro della Difesa è l’ultimo grande eretico nel Pd. Non muove truppe cammellate, ma continua a combattere contro le maggioranze dei leader a colpi di sentenze. Ieri, alla notizia che Emiliano si è piegato alle primarie lui (che certo non è affine a Vendola) ha esultato: “E’ una vittoria della democrazia dei cittadini”.

Onorevole Parisi, gioisce?

Certo. La vicenda Puglia lo dimostra, le primarie sono il modo migliore per scegliere i leader...

Sorride?

Vorrei ricordare agli smemorati: sono nel nostro statuto.

Per paradosso lo dice Vendola, che è di Sinistra e Libertà.

Ha ragione. Non si può negare che fin dal 2005 lui è un coerente sostenitore delle primarie. Anzi, le sue sono state le prime vere primarie della nostra storia.

Emiliano dice: le accetto, ma se sivotalaleggeadpersonamche mi fa correre da sindaco.

(scuote la testa) Questa storia della legge ad personam l’ho già sentita da qualcuno....

Magari da Berlusconi?

Non credo che le leggi ad personam non vadano bene a Roma ma in Puglia , non si sa perché, sì.

Per i suoi avversari le primarie creano lacerazioni.

Perché, le nomine d’autorità no? E in ogni caso questa argomentazione non la può usare chi fino a ieri non le voleva! Non trova?

Lei seguì da garante le primarie pugliesi del 2005...

Ribaltarono il pronostico della vigilia. E lanciarono Vendola verso la vittoria vera. Quella elettorale.

Che ricordo ha?

File in mezzo alla neve ai seggi. Gli elettori le vivono come un istituto ordinario, i politici no. Strano no?

Altra obiezione dalemiana: così si rischia di perdere l’Udc che si sente esclusa.

Infatti le primarie dovrebbero essere di coalizione. Ma se non c’è la coalizione come si fa?

Molti aspettano il candidato per decidere se associarsi.

Già. A tutto si pensa tranne che al programma. Da qualsiasi parte mi volga, mi viene da piangere.

Contesta la linea Bersani?

Ma perché, esiste?

Non sia sarcastico.

Dico sul serio. Latorre avverte: “Bisogna seguire la linea del segretario!” Se ci dicesse anche di che linea parla potremmo rispondergli.

Irride Bersani o Latorre?

Dall’inizio del congresso dico: tutti sanno che D’Alema sostiene Bersani. Ma nessuno sa cosa pensi Bersani della linea di D’Alema.

Che a lei non piaccia non è un mistero.

Io ho una convinzione chiara: una linea politica è tale se sa offrire qualcosa di utile ai cittadini, non banalmente se fa vincere o perdere.

La realpolitik dice: se non si vince non si va da nessuna parte.

Guardi: non amo chi persegue il potere per il potere. Ma se poi non ha il potere, che fine fa? Il potere logora chi non ce l’ha.

Profetizza sventure?

Io la linea del Pd, il suo progetto di governo, non lo vedo in nessuna regione d’Italia.

E le regioni rosse?

Lì c’è un nobile progetto di conservazione. Ma si vuole battere la destra con la conservazione?

Altra obiezione dei suoi avversari: se si sceglie con le primarie, i partiti a che servono?

Ossì,laconosco.E’ilsottointesodi quel che sta accadendo: la ricreazione è finita, ora tornano a decidere i professionisti della politica.

E’ una tesi illegittima?

Avessero il coraggio di sostenerla! Sarebbe sbagliata, ma legittima.

Lei dice che non hanno il coraggio di farlo?

Ho letto che D’Alema ha il coraggio di sostenere che il proporzionale nasce dalla storia dell’Ulivo. Peccato che sia vero il contrario. Vogliono la restaurazione del primato della politica, quello che D’Alema teorizzò a Gargonza. Con quali risultati si è visto.

La sconfitta di Prodi?

Esatto.

Cosa non le piace del Pd?

Si ripete quel che è accaduto con Veltroni. Prima si elegge il leader. Poi si trova una linea ex-post. Poi, per quella linea si dialoga con Berlusconi. E poi si resta fregati.

E la giunta siciliana?

Meraviglioso il Lombardo ter! Un governo gradito agli elettori? Non si capisce se abbiamo vinto noi con i loro voti, o se loro sopravvivono con i nostri. Va chiamato con il suo nome: è un ribaltone!

E per lei non va bene neanche quando lo fa il Pd?

Vedo piccole cose e chiedo: dove porta questa furbizia.

Dove?

A una lapide. Sopra c’è scritto “trasformismo”. E’ il più antico male italiano. Nasconde l’incapacità di fare scelte, ed è il contrario di quellopercuisiamonati:lademocrazia bipolare, quella dei cittadini.

IL GRANDE AFFARE Pollari, Don Verzè e l’ombra di B.

Dal Quotidiano Il Fatto Quotidiano
del 30 dicembre 2009

di Marco Lillo
(Giornalista)


Un gruppo di mitomani convinti di far parte di una setta di buoni ed eletti che doveva fronteggiare il male come nei film di Harry Potter. A leggere le carte finora segrete del covo di via Nazionale, l’ufficio segreto del servizio militare Sismi, allora diretto da Nicolò Pollari, c’è davvero da rabbrividire. Finora erano stati pubblicati dai giornali alcuni estratti delle decine di faldoni sequestrati dalla Digos di Milano nel 2006. “Il fatto quotidiano” ha visionato le migliaia di pagine dell’inchiesta e da oggi comincia a pubblicare una serie di articoli che provano a tracciare un primo quadro dell’attività del servizio deviato che ha operato in Italia dal 2001 al 2006.GliappuntisequestratiaPompadimostrano la sua ossessione per i magistrati. Dopo l’insediamento del Governo Berlusconi nel 2001, grazie alle sue fonti sparse per gli uffici giudiziari, era in grado di controllarne le mosse. Impressionante un suo report del 2001. “da fonte certa nella giornata di sabato 11 agosto 2001 si è avuta notizia dell’acquisizione da parte dei magistrati inquirenti di un elemento di prova circa la collusione tra persona politica di primissimo piano (Silvio Berlusconi Ndr) e un magistrato relativamente al processo SME, appellato in Cassazione. Tale elemento di prova va riferito al manoscritto, depositato agli atti dal magistrato in questione, che nel giorno successivo al deposito veniva affiancato da una copia dattiloscritta la cui redazione dopo apposita inchiesta interna non risulta avvenuta come di regola presso gli uffici giudiziari”.

Pompa, in un italiano contorto, sta girando ai suoi capi una presunta “notizia bomba” su Berlusconi. Allora il premier era indagato con l’accusa di avere corrotto i giudici della contesa sulla cessione della Sme-Buitoni negli anni ottanta. Da questa accusa il Cavaliere sarà assolto con formula piena solo nel 2007 ma allora il caso lo preoccupava molto. Pompa monitorava la questione e scriveva nel suo report (probabilmente diretto a Nicolò Pollari, allora numero due del Cesis, l’organismo di cordinamento dei servizi) di avere saputo che i pm milanesi avevano trovato una sorta di “prova regina” contro Berlusconi: un documento manoscritto trovato negli atti del vecchio processo SME dal quale si capiva che un giudice non era stato il vero autore della sentenza Sme di allora, scritta in realtà da un legale amico. Scriveva Pompa nel 2001: “Pertanto si ritiene che tale documento (quello trovato dai pm milanesi Ndr) possa essere stato dattiloscritto, in periodo precedente al deposito, altrove e più precisamente presso l’ufficio di un noto avvocato anch’esso coinvolto nell’inchiesta”. Pompa, con il suo appunto, probabilmente riferisce a Pollari perché il suo capo riferisca al grande capo di tutti: il presidente indagato.

In quel periodo Pompa è solo un consulente, ben retribuito da Pollari, e cerca in tutti i modi di convincerlo ad assumerlo. Non tutte le informazioni che veicola sono buone. E magari questa sul caso Sme è imprecisa. Ma non è questo il punto. Il dato inquietante è che un consulente di un servizio segreto lavora per ostacolare la magistratura nel suo controllo di legalità sul Governo. Nello stesso report si parla anche del ministro Franco Frattini. Scrive Pompa: “un ultimo elemento informativo attiene ai contatti avuti dall’ex funzionario dei servizi, dottore Vincenzo Chianese (tradotto in carcere qualche giorno fa) con l’onorevole Franco Frattini. Tali contatti telefonici sono stati intercettati e risultano ora agli atti della magistratura inquirente. Qualora fossero resi di pubblico dominio potrebbero determinarsi condizioni di forte imbarazzo essendo il Chianese coinvolto nell’ambito dell’inchiesta sui servizi deviati e l’onorevole Frattini ha sponsorizzato la candidatura di Orofino (il generale Giuseppe Orofino, poi nominato vicedirettore del Cesis, l’organismo che allora coordinava i servizi Ndr) per il vertice del Sismi”.

L’indagine “imbarazzante” per Frattini era coordinata da un giovane pm sconosciuto, tale Luigi De Magistris. Nulla sfuggiva a Pompa. Quando il pm Felice Casson, (poi eletto in Parlamento con il Pd) si occupa di un attentato firmato dalla sigla Nta a Venezia, Pompa scrive a Pollari: “nella giornata di venerdì 10 agosto 2001 ci è pervenuta notizia da fonte certa che Casson, titolare dell’indagine sull’attentato di Venezia, sta cercando con ogni mezzo di attribuire la tentata strage all’eversione di destra”. Quando Gherardo Colombo chiede un fascicolo ai suoi collaboratori, Pompa lo segnala. Così se un politico di sinistra come Massimo Brutti o una giornalista come Chiara Berie D’Argentine, vanno a trovare il giudice Edmondo Bruti Liberati. I pm per gli appunti di Pompa erano “bracci armati” di un’area “sensibile” da controllare e disarticolare. Quando vergava questi report Pompa lavorava per don Luigi Maria Verzé, il sacerdote ormai 89enne che ha creato un piccolo impero imprenditoriale anche grazie ai suoi potentissimi agganci con la politica. Proprio il sacerdote amico di Berlusconi (che lo sta curando dai postumi della Madonnina) lo aveva presentato a Pollari. Questo ex dipendente della Sip che aveva tentato di fare l’imprenditore senza successo era diventato così il perno dei rapporti tra mondi, apparentemente lontani, come dovrebbero essere la Chiesa e i servizi segreti. In questa maionese impazzita che è il sistema di potere berlusconiano al governo da ormai un decennio, quei due mondi si incrociano e fanno affari insieme. Lo dimostrano i documenti sequestrati a Pompa e diretti a don Verzé. Vi si parla di operazioni immobiliari per centinaia di milioni di euro con gli amici personali di Silvio Berlusconi come Renato Della Valle e poi ancora di centri scientifici congiunti tra i servizi segreti e il San Raffaele e di basi comuni della Cia e del Sismi. Poco prima della nomina di Nicolò Pollari a capo dell’intelligence militare, Pio Pompa scrive a Don Verzé: “Caro presidente le invio un report inerente le iniziative sulle quali potremo intervenire con maggiore e puntuale efficacia immediatamente dopo la nomina dell’amico N.”. Dove N. sta per Nicolò Pollari. E poi segue un elenco di sette “iniziative”, come le chiama lui. Si va dalla nomina di un dirigente del San Raffaele (l’attuale viceministro alla salute Ferruccio Fazio) in una commissione ministeriale all’acquisizione di Palazzo RivaldiaRoma.AlriguardoPompascrive a don Verzé: “aggiungo inoltre l’interesse dell’organismo a cui è destinato N. (il Sismi di Pollari Ndr) per un utilizzo parziale tramite compartecipazione finanziaria finalizzato alla creazione di un “centro studio” (nome in codice degli uffici Sismi Ndr) in eventuale combinazione con il corrispondente Organismo Usa (gestione degli aspetti sensibili della Cabina di regia)”. In questa nota Pompa sembra proporre a don Verzé di comprare a Roma un palazzo da destinare, in parte con soldi pubblici, a sede congiunta dei servizi segreti italiani e americani. Poi si passa al punto tre: “Mostacciano: costituzione di un ‘centro studi’ (ancora! Ndr) utilizzando in affitto la villa limitrofa al Parco Biomedico (il centro studi del San Raffaele a Mostacciano, alla periferia di Roma Ndr). Da tale struttura sarà anche possibile dare un forte impulso allo sviluppo delle attività di ricerca e del business complessivo del parco come prefigurato tra gli obiettivi da perseguire in considerazione soprattutto delle prospettive e della mission sottese a Castel Romano”. Anche in questo caso, Pio Pompa, nel 2001, prima della nomina di Pollari a capo del Sismi, sta descrivendo un’operazione che poi effettivamente anche se con modalità differenti, sarà portata avanti dal Sismi e dal San Raffaele. Accanto alla sede del Parco biomedico del San Raffaele a Mostacciano, infatti, sorge una villetta che in quegli anni era di proprietà della Fondazione di Don Verzè e che, come ha raccontato Francesco Bonazzi in un articolo de “L’espresso” nel 2006, è stata affittata al Sismi per le sue attività segrete. Preveggente, in quell’apppunto sequestrato in via Nazionale e agli atti dell’inchiesta, Pompa allora scriveva che tutti gli affari in ballo, compreso il campus biomedico di Castel Romano (che poi sorgerà nel 2002 vicino a Roma sempre sotto l’egida di Don Verzé e con la benedizione di Berlusconi) erano legati alla nomina di Nicolò Pollari al Sismi e aggiungeva: “in tal senso abbiamo la possibilità di avvalerci degli ottimi rapporti di amicizia resi disponibili dall’amico N. con i vertici del Polo tecnologico, il Presidente Geronzi e i responsabili degli organismi deputati al finanziamento e alla ricerca”. La nomina di Pollari era funzionale a tantissimi altri affari. Pompa scrive: “la crucialità di acquisire da parte di N. la direzione dell’importante organismo a lei ben noto per noi Raffaeliani consiste nella possibilità di sostenere adeguatamente i progetti di consolidamento economico e di sviluppo futuro attraverso interventi che potranno assumere la seguente articolazione”. E poi giù un elenco di dieci attività in Italia e una mezza dozzina all’estero. Per i pm milanesi “l’attività che emerge dal contenuto di tali documenti sequestrati non appare in alcun modo riconducibile alle finalità e competenze istituzionali del Sismi”. Ma al pm di Perugia Sergio Sottani, che ha ricevuto gli atti per competenza, il presidente del Consiglio ha opposto il segreto di Stato. Il premier ha negato le informazioni chieste dal pm: “allo scopo di evitare danni gravi agli interessi individuati dall’articolo 39 comma 1 della legge”. Cioé “l’integrità della Repubblica”. Chiunque può giudicare se le attività di Pompa, Pollari e don Verzé sono degne di questa tutela.

CL, GUAI A CHI LA TOCCA

Dal Quotidiano Il Fatto Quotidiano
del 30 dicembre 2009

di Ferruccio Pinotti
(Giornalista)


Chi attacca Comunione e Liberazione, “muore”. L’espansione del potere di CL ha assunto caratteri tali che chi si oppone a essa, o semplicemente critica lo stile della potente lobby cattolica, è sottoposto a pesanti pressioni. Esemplare il caso del dottor Enrico De Alessandri, un dirigente della sanità lombarda sottoposto a un severo provvedimento solo per aver criticato lo strapotere di CL in un sito, www.teo  pol.it  , nel quale De Alessandri pubblica un dossier in cui è illustrato l’assalto al potere in una regione che gestisce un bilancio da 20 miliardi di euro, pari a quello di un piccolo Stato.

De Alessandri è stato sospeso dal lavoro per un mese, dal 16 novembre al 16 dicembre di quest’anno, con l’avviso che se non toglierà dal web le sue considerazioni seguiranno provvedimenti più pesanti. Un dettaglio che la dice lunga sulla vicenda è il fatto che la comunicazione del 20 ottobre è firmata dal dirigente del personale della Regione, Michele Camisasca, nipote del famoso Massimo Camisasca, il sacerdote che è stato una delle figure chiave del movimento (dal 1985 è superiore generale della “Fraternità Sacerdotale dei Missionari di San Carlo Borromeo”), nonché storiografo ufficiale di CL.

Il provvedimento disciplinare è arrivato dopo una serie di richiami scritti. Una comunicazione del 18 settembre proponeva addirittura un patteggiamento: “La riduzione della punizione a soli dieci giorni in cambio dello stop alla pubblicazione del libro (…)”. Ma il dottor De Alessandri, che è stato direttore del Centro regionale emoderivati della Regione Lombardia e che lavora attualmente presso l’Assessorato alla sanità della Regione Lombardia, intende resistere, esercitando il diritto di espressione sancito dall’articolo 21 della Costituzione. Le sue critiche, infatti, non sono rivolte al datore di lavoro ma all’occupazione del potere in Lombardia da parte di un movimento religioso, CL appunto.

I consiglieri regionali di Verdi, Pd e Sinistra hanno subito presentato un’interpellanza urgente alla Giunta. Nell’interrogazione, presentata il primo dicembre, il consigliere regionale Mario Agostinelli parla di “un gravissimo intento persecutorio nei confronti del dott. De Alessandri” e interroga la Giunta regionale per sapere se non ritiene “di sospendere immediatamente l’azione in atto, con l’integrazione da subito nell’attività lavorativa e nella relativa retribuzione”. A difendere De Alessandri c’è ora un luminare del diritto: il professor Vittorio Angiolini, già legale della famiglia Englaro nella difficile battaglia sulla fine di Eluana.

Cosa racconta De Alessandri nel suo dossier? La tesi di fondo del libro è che CL abbia costituito una situazione di potere monopolistico nell’ambito di un’importante istituzione pubblica come la Lombardia, attraverso un’occupazione “militare” da parte dei suoi esponenti di tutti i centri di potere: dai direttori generali ai dirigenti delle unità organizzative nei più importanti assessorati; dai direttori generali delle pubbliche aziende ospedaliere ai primari; dagli amministratori delegati ai presidenti delle società di trasporto; dai direttori generali degli enti e delle agenzie regionali ai consigli di amministrazione delle società a capitale pubblico della Regione Lombardia operanti in ambiti strategici come le infrastrutture, la formazione, l’ambiente, costituendo, di fatto, una pericolosa situazione di potere “dominante”.

De Alessandri spiega al il Fatto Quotidiano: “La distribuzione dei fondi pubblici privilegia in misura schiacciante le imprese della Compagnia delle Opere rispetto all’intero mondo imprenditoriale lombardo”. L’opposizione regionale lombarda ha definito la sospensione dal lavoro di De Alessandri “un provvedimento persecutorio”. Certo, nel suo dossier, De Alessandri porta fatti, nomi e cifre inquietanti. “Se nelle altre regioni si può legittimamente parlare di ‘primari di partito’ e di ‘manager di partito’, in Lombardia si parla quasi esclusivamente di ‘primari di CL’ e di ‘manager di CL’”. De Alessandri stigmatizza anche il comportamento di coloro “che mettono nel curriculum la loro foto con don Giussani”. “Dietro al mondo delle nomine, c’è tutto un universo di convenzioni, accreditamenti, assegnazioni di incarichi e appalti che vedono primeggiare un gruppo su altri. Il ciellino Guido Della Frera, ex braccio destro del governatore lombardo, abbandona nel 2003 l’incarico di Assessore regionale per fare l’imprenditore nel settore della sanità privata. Non passano cinque mesi e una società di cui era azionista, il Polo geriatrico riabilitativo di Cinisello Balsamo, ottiene dalla Regione l’accreditamento presso il Servizio sanitario nazionale di 141 posti letto a uso riabilitazione. La struttura è privata, ma il ricovero lo paga lo Stato. Da allora per Della Frera è stata una marcia trionfale. Nel 2004 Formigoni ha accreditato il Polo geriatrico con altri 246 posti per la sede di Milano città, dando contestualmente il via libera a un’altra società del suo ex braccio destro, la Polo Riabilitativo srl, per la costruzione di una nuova struttura con 216 posti letto fra degenza, day hospital, emodialisi, radiologia e altro ancora”.

Il dirigente compone un quadro preciso: “Tra le tante mostruosità istituzionali introdotte dal governatorelombardo,milimitoacitare un esempio giudicato di eccezionale gravità da alcuni stessi consiglieri regionali. Si tratta di Infrastrutture Lombarde, la società per azioni creata dalla Regione Lombardia per promuovere le nuove infrastrutture (costruzioni di ospedali, svincoli autostradali), duramente contestata già all’inizio della sua istituzione: il Presidente della Regione controllerà tutti gli appalti, togliendo ogni possibilità di controllo al Consiglio regionale, hanno dichiarato alcuni consiglieri regionali dell’opposizione. Una situazione esplosiva per la democrazia”.

Com’è riuscito Formigoni a consolidare un potere tanto assoluto? Secondo De Alessandri, “anzitutto decapitando i vertici della dirigenza regionale e sostituendoli con esponenti di CL. La carica di segretario generale, ovvero la prima carica dirigenziale della Regione Lombardia è, da oltre quattordici anni, saldamente occupata dal ciellino Nicola Maria Sanese, soprannominato il vice governatore. Le cariche di direttore generale nei più importanti assessorati sono strettamente legate all’appartenenza a Comunione e Liberazione. Le unità organizzative più strategiche sono anch’esse dirette da esponenti del movimento fondato da don Giussani. Nicola Maria Sanese è un nome storico tra gli organizzatori dei meeting di Rimini unitamente al ciellino Roby Ronza, che Formigoni ha nominato Delegato per lo sviluppo e consolidamento delle relazioni internazionali” . Quello descritto da De Alessandri è un sistema pervasivo. “Il ciellino Raffaele Cattaneo occupava nella scorsa legislatura la seconda carica dirigenziale della Regione: quella di vice segretario generale. Nominato sottosegretario regionale all’inizio della presente legislatura, detiene attualmente la carica di Assessore regionale alle infrastrutture e mobilità. Non solo: Raffaele Cattaneo è, dal 2004, presidente del consiglio di sorveglianza di Infrastrutture Lombarde Spa, di Lombardia Informatica e, come se tutto questo non bastasse, è membro del Cda della Sea, la società di gestione degli aeroporti di Milano. Oltre a loro, tra i fidatissimi, figura Giulio Boscagli, Assessore alla famiglia e alla solidarietà sociale. E ancora Romano Colozzi, al quale non a caso spetta la responsabilitàdella‘cassaforte’regionale: Romano Colozzi è Assessore alle risorse e finanze”.

Il blocco di potere ciellino è fortissimo anche ai vertici delle fondazioni sanitarie: “Nel luglio 2009 Formigoni ha nominato Giancarlo Cesana, nome storico di CL, presidente del Policlinico Mangiagalli”, scrive De Alessandri. “Il ciellino Alberto Garocchio è stato nominato nel consiglio di amministrazione dell’Istituto dei tumori, Cosma Gravina nel cda dell’Istituto neurologico Carlo Besta. Il ciellino Luigi Roth è stato invece confermato nel consiglio di amministrazione del Policlinico Mangia-galli. Luigi Roth, già Presidente di Fondazione fiera di Milano, detiene il record delle cariche cumulative: nel marzo 2009 Formigoni lo ha nominato alla guida del consorzio destinato a realizzare un’opera colossale,laCittàdellasalutediMilano. Roth è, contemporaneamente, Presidente di Terna Spa, membro del consiglio di amministrazione della Cassa di risparmio di Ferrara, Presidente della Banca popolare di Roma. Inoltre, opinionistadeIlSole24Ore,Avvenire,LaNazione. Il ciellino Claudio Artusi, già ad di Fiera Milano Spa, è attualmente ad di CityLife. Nel 2004 CityLife acquistò dalla Fiera guidata da Artusi parte del quartiere della vecchia fiera cittadina, su cui dovrebbe prendere forma il progetto firmato da Isozaki, Liebeskind e Hadid. Intanto Roth è stato nominato nel cda della Cassa di risparmio di Ferrara e alla presidenza della controllata Popolare di Roma”.

CL allarga il suo potere anche ad ambiti della finanza cattolica tradizionalmente ostili. “Dopo una lunga battaglia dentro la Banca popolare di Milano, la sconfitta di Mazzotta ha aperto le porte alla presidenza di Massimo Ponzellini. Ma al suo fianco come vicepresidente, avrà Graziano Tarantini, che ha fondato e fatto crescere la Compagnia delle Opere di Brescia. Avvocato 49enne, con alle spalle una grande esperienza nella finanza, già da anni Tarantini rappresenta nel consiglio della banca milanese per antonomasia l’anima della Compagnia. Nel consiglio di amministrazione dell’ente presiedutodaGiuseppeGuzzetti,invece,la galassia della Compagnia è rappresentata dal milanese Angelo Abbondio”, segnala il dossier di De Alessandri. Che commenta: “Chiunque abbia tentato di opporsi allo strapotere di CL è stato emarginato”. Difficile sapere come finirà la sua coraggiosa battaglia. Ma a De Alessandri piace citare il passo di un articolo di Eugenio Scalfari del 13 ottobre 2008: “Un sistema di potere come quello di Formigoni, CL, non esiste in alcun punto del Paese, nemmeno la mafia a Palermo ha tanto potere. Negli ospedali, nell’assistenza, nell’università, tutto è diretto da 4-5 persone che hanno anche una specie di cenobio dove ogni tanto si ritirano, sotto voti di castità o qualcosa di simile”.