venerdì 29 gennaio 2010

ALFANO, MACCHIE SULLA GIUSTIZIA

Dal Quotidiano Il Fatto Quotidiano
del 29 gennaio 2010

di Bruno Tinti
(Ex Procuratore della Repubblica Aggiunto di Torino)


Domani si inaugura l’Anno Giudiziario; i giudici si presenteranno ai cittadini e spiegheranno come hanno lavorato, quanti processi hanno chiuso, quanti ne sono arrivati, quanti non sono riusciti a finire. Spiegheranno anche le ragioni per cui la giustizia è fallita; e cosa fare per recuperare produttività. Insomma, come deve fare ogni buon amministratore, presenteranno conti e faranno proposte. Anche il ministro della Giustizia si presenterà ai cittadini. E anche lui dirà ai cittadini perché la giustizia non funziona e cosa si è fatto e si dovrà fare per farla funzionare. Ed è noto cosa dirà: il governo da tempo si occupa di giustizia; ha fatto molte riforme e altre ne ha in cantiere; a interventi conclusi, tutto funzionerà benissimo. Sempre che un manipolo di magistrati politicizzati e comunisti, cui si oppone la stragrande maggioranza dei magistrati italiani, operosi e silenti lavoratori, non boicotti le riforme praticando lotta politica per via giudiziaria. Il che è inaccettabile, incostituzionale ecc. ecc.; ma il governo reagirà. Anche cosa diranno i giudici è noto. Il sistema giudiziario è organizzato malissimo: in particolare bisogna sopprimere un centinaio di piccoli e inefficienti tribunali, recuperando risorse umane, materiali ed economiche. I Codici di procedura civile e penale vanno sostituiti: sono costruiti per rallentare il processo e non per renderlo efficiente. E’ necessaria un’estesa depenalizzazione: non si può utilizzare un sistema così costoso e complesso come il processo penale per punire (con tre gradi di giudizio e procedure identiche a quelle usate per un reato di omicidio) guide senza patente, oltraggio a pubblico ufficiale, sosta con l’utilizzo di tagliandi di parcheggio falsificati, omesso versamento di ritenute Inps, soggiorno illegale nel territorio delloStato (pena prevista 10.000 euro) e tutta la sterminata platea dei reati bagatellari che sottrae tempo e risorse a delitti che pregiudicano l’economia e la sicurezza della nazione, dalla corruzione al traffico di stupefacenti. Ognuno vede l’abisso che divide le considerazioni dei magistrati da quelle del ministro. Eppure: dal 1989 a oggi lo stato della giustizia italiana è sempre peggiorato; e poiché le leggi non le fanno i magistrati né possono, loro, recuperare soldi e strutture; e poiché, nonostante questo, i dati di produttività dei giudici e dei pm italiani sono al primo posto tra i paesi dell’Unione europea nella classifica redatta dal Cepej (Commissione europea per l’efficienza della giustizia); non resta che concludere che la responsabilità del fallimento è tutta della classe politica che non ha saputo individuare ed applicare le riforme necessarie. Ora è comprensibile che Alfano, ultimo (forse il peggiore) dei responsabili del fallimento, manifesti disappunto per la pubblicizzazione degli errori che lui e i suoi predecessori hanno commesso. Soprattutto perché nemmeno di errori si tratta ma di complicità in riforme aventi il solo scopo di impedire che B&C siano processati e condannati per i reati che hanno commesso. Però, affermare che giudici in toga e con la Costituzione italiana in mano, se raccontano pacatamente quale sia lo stato della giustizia italiana, “macchino la giornata” (Alfano dixit) è certamente una… stupidaggine. Soprattutto se detta da un Guardasigilli che pare non rendersi conto che la vera macchia è la presenza, nel governo, nel Parlamento, nelle regioni, in ogni organismo politico, di delinquenti definitivamente condannati e di indagati e imputati per gravi fatti di criminalità.

Democrazia in luogo pubblico

Dal Quotidiano Il Fatto Quotidiano
del 29 gennaio 2010

di Lorenza Carlassare
(Professore di Diritto Costituzionale)


La libertà garantita dall’art.17 “I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi”

ha un’importanza fondamentale per la democrazia. Un’importanza che si rivela crescente, dato lo stretto legame con la libertà di manifestazione del pensiero (art. 21), pur in un tempo in cui sono così abbondanti i mezzi di comunicazione. Perché si riuniscono i cittadini? I fini possono essere i più vari, culturali, politici, sindacali, religiosi, sportivi, di svago, ma è sempre per parlare fra loro, scambiare pensieri, idee, discutere, assumere decisioni, prendere posizione. Può trattarsi di poche persone riunite in luogo privato; oppure di molte o moltissime in piazza o in corteo che si uniscono per manifestare insieme le proprie convinzioni, esprimere assenso o dissenso, segnalare richieste, difficoltà e disagi. La forza del numero dà peso ad un’opinione, a una richiesta, alla denuncia di un fatto che, espressa isolatamente, si perderebbe nel frastuono di voci.

Dei diversi “mezzi” di manifestazione del pensiero che “tutti” possono liberamente usare (art. 21), la parola è l’unico ad essere veramente a disposizione di tutti. Per gli altri mezzi – la stampa, la radio, la televisione – occorrono risorse e strutture di cui pochi dispongono. E’ vero che oggi c’è la Rete, ma questo tipo di comunicazione spesso rischia di essere frammentato e soprattutto, per non rimanere un fatto episodico e farsi efficacemente “sentire”, ha bisogno di essere seguita da qualcos’altro: un incontro collettivo , una manifestazione di piazza che dia visibilità pubblica al contenuto del messaggio. In qualche modo la Rete e la riunione (per discutere, decidere o manifestare) si integrano: la prima è il modo efficace per realizzare la seconda, per metterla in moto. Le notizie partono, i messaggi sono raccolti e l’incontro fisico segue.

Il potere ha sempre avuto paura dei cittadini riuniti. Il limite dell’ordine pubblico, sempre invocato per restringere questa libertà, è un concetto giuridico indeterminato che può caricarsi di significati molteplici lasciando una discrezionalità amplissima all’autorità di pubblica sicurezza: per il fascismo era contrario all’ordine pubblico tutto ciò che era contrario al regime. L’Assemblea costituente elimina dal Testo costituzionale ogni riferimento all’ordine pubblico, usando espressioni diverse che ne delimitano il concetto. Le riunioni in “luogo pubblico”, le uniche per le quali deve essere dato “preavviso” alle autorità, possono essere vietate “soltanto per comprovati motivi di sicurezza e incolumità pubblica” (comma 3). Nessun altro motivo è consentito. Quanto alle “le riunioni private” , così come “le riunioni in luogo aperto al pubblico, non è richiesto preavviso” (comma 2) ; sono dunque completamente libere purché si svolgano “pacificamente e senz’armi”: è l’unica condizione costituzionalmente imposta. Perciò è stata dichiarata illegittima dalla Corte costituzionale (sent. n. 27/1958) la norma introdotta dal fascismo che considerava pubblica anche una riunione in forma privata “per il luogo in cui sarà tenuta o per il numero delle persone che dovranno inter-venirvi, o per lo scopo o l’oggetto”. Del resto abusi continui si verificano; manca, anche in soggetti interessati, la piena coscienza della portata di questa libertà. Ad esempio, nel marzo del 2009 su iniziativa del prefetto di Roma, le organizzazioni sindacali e i partiti politici hanno firmato un protocollo con il comune (della durata “sperimentale” di sei mesi), impegnandosi a utilizzare soltanto alcuni luoghi per cortei e riunioni (tranne che per manifestazioni di importanza nazionale): ma la libertà di riunione è “irrinunciabile” e “indisponibile”. L’accordo quindi non poteva vincolare nessuno: eppure (fa notare Alessandro Pace, un costituzionalista sempre attento alla tutela dei diritti di libertà), col pretesto che non sarebbe stato seguito uno dei percorsi previsti dal protocollo, dalle forza di polizia è stato impedito a un corteo dell’“Onda studentesca” di uscire dalla Città universitaria dove si era spontaneamente formato.

Questo caso chiarisce bene la stretta connessione fra diritti di libertà, in particolare fra libertà di riunione e di circolazione. Se l’art. 16 “Ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in ogni parte del territorio nazionale“rientra nella tutela della sfera libera della persona – nei luoghi in cui dimora (art. 14), nelle relazioni con gli altri (art. 15), nei movimenti (art. 16) – consentendole di fissare la sua dimora dove crede e di spostarla nel territorio (anche per ragioni di lavoro), evidente è anche la sua connessione con l’art. 17. Se fossero posti limiti alla libera circolazione, come potrebbero le persone spostarsi per unirsi agli altri in una pubblica manifestazione? Ad evitare abusi, l’art. 16 – che garantisce al cittadino anche la libertà di espatrio (comma 2) – dispone (come per tutti i diritti) l’esclusiva competenza della “legge”, precisando inoltre che questa libertà può essere limitata soltanto “per motivi di sanità o di sicurezza” stabiliti “in via generale” (non per singole persone o categorie); e che “Nessuna restrizione può essere determinata da ragioni politiche”. Una precisazione importante dato lo speciale rilievo politico di questo diritto di libertà.

NESSUNO PARLA DI BASSOLINO-IMPREGILO E ROMEO

Dal Quotidiano Il Fatto Quotidiano
del 29 gennaio 2010

di Vincenzo Iurillo
(Giornalista)


“Napoli. Risale all’altro ieri l’ultima udienza per Antonio Bassolino e gli altri 28 imputati del disastro rifiuti: ‘saltata’ per astensione degli avvocati. Se ne riparlerà il 10 febbraio, nell’ambito di un calendario di udienze fissato per ora sino a giugno. Mentre per ‘Global Service’, alla sbarra Alfredo Romeo e diversi ex assessori comunali e provinciali per gli appalti truccati a Napoli con la complicità bipartisan di esponenti Pd e Pdl, la sentenza del Gup Campoli è attesa a breve. Risale però al 15 giugno 2009 la richiesta di condanna avanzata dai pm D’Onofrio, Filippelli e Falcone: dieci anni per l’immobiliarista, sei anni circa per gli ex assessori accusati di connivenze varie. I processi simbolo dello scempio dell’amministrazione pubblica napoletana arrancano in un dedalo di stanze chiuse, aule bunker,palettialdirittodicronaca.Nellasostanzialeindifferenzadelleprincipalitestate,accumulano rinvii e ritardi. Così, del processo Bassolino-Impregilo e del processo Romeo non ne parla più quasi nessuno. Colpa – o merito – pure di alcune scelte di magistrati e avvocati. L’elefantiaco processo Bassolino – 140.000 pagine di atti istruttori, 600 parti offese, 536 testi ammessi a deporre, poi ridotti a 400, si attende un’ulteriore scrematura - è stato ‘oscurato’ anche per via della decisione del Pg Galgano di vietare l’uso di telecamere e registratori, e di sottoporre i giornalisti a minuziosi controlli prima di entrare nell’aula bunker di Poggioreale. Un’ordinanza duramente contestata dal cronista indipendente Daniele Martinelli, forse l’unico giornalista ad aver assistito alla maggior parte delle udienze, sulle quali riferisce con puntualità sul proprio blog. In un anno e mezzo pm e Corte hanno ascoltato solo 40 testimoni. Con questi ritmi e con la prescrizione in agguato nel 2012, secondo Clemente Enselmi, difensore di parte civile per 18 Comuni, “la sentenza di primo grado dovrebbe arrivare in tempo”. Ma gli altri due gradi di giudizio, quasi certamente, no. Il processo Romeo si svolge invece col rito abbreviato: davanti al Gup, a porte chiuse, e senza l’ammissione di nuove prove o testimonianze. Abbreviato è sinonimo di accorciato? I tempi suggeriscono di no. Secondo un primo calendario di udienze, la sentenza era attesa il 2 ottobre scorso. Invece, forse, arriverà il prossimo 19 febbraio. Forse.

Intanto il silenzio mediatico aiuta a dimenticare, è un potente narcotico per l’opinione pubblica. Così il Governatore ha scansato senza difficoltà gli appelli a dimettersi e ha concluso il secondo mandato: ora muove i fili delle candidature Pd per la Regione. Mentre l’imprenditore, scarcerato a marzo dopo 79 giorni di prigionia a Poggioreale ma con la noia dell’amministrazione giudiziaria delle sue aziende, resta comunque il proprietario di un gruppo di società che fattura 161 milioni di euro nel campo della gestione dei patrimoni immobiliari (28 milioni di utili nel bilancio 2007) e impiega circa 300 persone. Un gruppo che nonostante l’inchiesta conserva il contratto di manutenzione delle case popolari dove vivono 22.000 famiglie napoletane. “Scade nel 2011 - afferma il consigliere comunale Prc Sandro Fucito, citato nell’ordinanza di arresto di Romeo come oppositore del Global Service stradale da 400 milioni di euro che, secondo i pm, si stava predisponendo in favore dell’immobiliarista - ritengo nostro obiettivo programmatico non rinnovarlo”. Non sarà un danno irreparabile per Romeo, che ha appalti a Roma, Milano, al Ministero dell’Economia, alla Consip, all’Inps e al Demanio. La giunta Alemanno però gli ha revocato un maxi appalto da 720 milioni di euro per la manutenzione di 800 chilometri di strade. A Napoli gli resterà comunque l’albergo omonimo a cinque stelle, un tripudio di vetrate che affacciano sul porto.

COSENTINO VA ARRESTATO

Dal Quotidiano Il Fatto Quotidiano
del 29 gennaio 2010

di Marco Lillo
(Giornalista)


Nicola Cosentino, se fosse un cittadino normale, domani mattina dovrebbe presentarsi ai carabinieri per farsi accompagnare in carcere. Lo ha stabilito la Cassazione rigettando il ricorso contro l’ordinanza di cattura nei suoi confronti presentato dai legali del sottosegretario all’economia. Ora sono 8 i magistrati che concordano nel voler tenere dietro le sbarre l’uomo al quale il presidente del consiglio Silvio Berlusconi ha conferito le deleghe per il Comitato Interministeriale Programmazione economica e per le frequenze radio-tv. I pm napoletani Giuseppe Narducci e Alessandro Milita, il Gip Raffaele Piccirillo, e ora anche i cinque ermellini di lunga esperienza che compongono la prima sezione della Corte di Cassazione concordano nel volere arrestare questo 51enne che mastica pane e politica dal 1978, quando fu eletto consigliere a Casale di Principe. Alla luce della decisione della Cassazione vale la pena di rileggere gli ultimi due paragrafi dell’ordinanza confermata ieri (ma bloccata nella sua esecuzione il 10 dicembre scorso dalla Camera con il diniego dell’autorizzazione a procedere).

In poche pagine il gip Raffaele Piccirillo, con una chiarezza rara nei documenti giudiziari, elenca gli elementi a carico e, tra parentesi, i nomi dei pentiti che li hanno riferiti. Le “convergenze” del loro racconto sono “significative” su questi fatti:

“a) il sostegno offerto dal clan dei Casalesi a Nicola Cosentino in occasione delle elezioni provinciali casertane del 1990 (dichiarazioni dell’imprenditore dei rifiuti Gaetano Vassallo e del cugino del boss dei Casalesi, Nicola Schiavone detto Sandokan, Carmine Schiavone);

b) il sostegno offerto in occasione delle elezioni regionali dell’anno 1995 (tre pentiti: Dario De Simone, Raffaele Ferrara e Domenico Frascogna);

c) il sostegno nelle elezioni politiche del 2001 (ancora Gaetano Vassallo e il suo socio in affari Michele Orsi);

d) la disponibilità esplicitata da Cosentino verso i supporters elettorali di estrazione camorrista (Gaetano Vassallo, Dario De Simone, Domenico Frascogna); e) il rapporto di protezione e confidenza con il boss Francesco Bidognetti, detto Cicciotto ’e mezzanotte, e con il cugino Bernardo Cirillo (dichiarazioni di Gaetano Vassallo, Anna Carrino, Domenico Bidognetti);

f) il sistema di individuazione dall’alto del candidato da sostenere e la diramazione del messaggio ai capizona (dichiarazioni di Domenico Bidognetti, Dario De Simone, Raffaele Ferrara, Domenico Frascogna)”.

In sostanza, secondo il gip e la Cassazione che ne ha confermato il provvedimento, “è provato – al livello di gravità indiziaria richiesto per l’arresto – lo scambio ‘voti contro favori’” tra i clan e il sottosegretario. Secondo i giudici, Nicola Cosentino ha stabilito dal 1990 un rapporto con il boss del clan Bidognetti, Francesco, detto Cicciotto ‘ e mezzanotte, ricevendo i voti dei clan in almeno tre elezioni, in cambio del suo aiuto per favorire i loro affari. La carica politica per i giudici, non esclude la pericolosità. Anzi. Cosentino “risulta essere stato sostenuto dall’organizzazione criminale” in troppe elezioni per non pensare a un “debito di gratitudine”.

Ora che la massima magistratura ha dato ragione ai pm, Cosentino e Berlusconi, dovrebbero prenderne atto con le immediate dimissioni. Invece il Pdl non ha battuto ciglio. E, a parte l’eccezione di un paio di parlamentari più sensibili come Laura Garavini del Pd o Luigi Li Gotti dell’Idv, l’opposizione è stata tiepida. Eppure per i giudici napoletani e della Cassazione, il problema è concreto e urgente: Cosentino deve andare in carcere perché “è un politico di caratura medio-alta in costante ascesa che controlla molte delle amministrazioni comunali che (in materia di rifiuti, ndr) conferiscono alla società mista gli affidamenti diretti” e che – secondo i giudici – agli affari dei clan – “ha prestato il proprio contributo”. Il problema è talmente attuale che da poco la procura ha presentato una seconda richiesta di arresto, rigettata però dal Gip, per corruzione, sempre nel settore rifiuti. A ben vedere, le motivazioni della richiesta di arresto da parte dei magistrati sono le stesse della grande gratitudine del premier che continua a coprire il suo uomo in Campania: Cosentino è stato l’interfaccia tra la malapolitica e i clan nella gestione del problema rifiuti. Il premier lo premia con il suo appoggio incondizionato perché ricorda con gratitudine le immagini di Napoli liberata dai rifiuti. I pm lo vogliono in carcere perché pensano di avere scoperto cosa si nasconde dietro le quinte di quel successo mediatico. Sulla sentenza della Cassazione, da segnalare l’ennesimo censura del Tg1 di Minzolini.

SPRECOPOLI ITALIANA

Dal Quotidiano Il Fatto Quotidiano
del 29 gennaio 2010

di Antonio Massari
(Giornalista)


Nella “new town” è quasi ora di pranzo ma non c’è traccia di pentole e tavole imbandite. L’orologio del vecchio paese è stato sostituito da un contatore elettronico. Segna i giorni che mancano all’inaugurazione: “Meno 359”. Il cantiere è in ritardo. E il contatore l’hanno resettato già una volta. Potrebbe non essere l’ultima. Qui c’è traffico di betoniere cariche di cemento. C’è il vociare degli operai. Calendario alla mano, però, avremmo potuto incontrare bambini che escono da scuola. O quantomeno: gente carica di masserizie. Non c’è ombra di traslochi in corso. Non c’è ombra della scuola. Neanche sulla carta. Nessuno l’ha progettata. Alle spalle delle nuove case si staglia il vecchio paese: Cavallerizzo. Fu colpito a morte da una frana, il 7 marzo 2005, e per entrarci bisogna scavalcare un cancello. A duecento metri dalla frana, che è ancora visibile, c’è una famiglia che ha trasgredito il divieto d’accesso, imposto a tutti gli abitanti. Nel salone di casa cuoce la carne al ragù. E il pranzo si tiene in uno stanzone buio, alla luce di una candela che, per gli spifferi, stenta a mantenere viva la fiamma. C’è ancora vita, in questo paese, basta allontanarsi dal cuore dello smottamento , che distrusse decine di case ma non fece morti. Pochi giorni dopo il disastro, arrivò l’emergenza. Intervenne la Protezione civile con il suo capo, Guido Bertolaso - nominato commissario straordinario per la ricostruzione - , e quindi, d’accordo con l’amministrazione comunale, si pervenne alla decisione finale: “Delocalizzare” il centro abitato. Innalzare la “new town”. Cavallerizzo non è più sicura, si disse, ma - senza mettere in dubbio l’assunto - registriamo un fatto: gli studi effettuati dalla Protezione civile, quelli che dimostrano l’insicurezza del paese, quelli che spostano la scelta, da un piano emotivo-affaristico, a un livello scientifico, furono consegnati alla popolazione soltanto quattro anni dopo. Nell’ottobre 2009. Quattro anni dopo una scelta irreversibile. Quattro anni che hanno diviso in due una comunità, che prima era unita, e oggi si spacca, tra coloro che vorrebbero restare in paese, e chiedono l’intervento dello Stato, per metterlo in sicurezza, e gli altri che, invece, attendono l’inaugurazione del nuovo borgo. Cinque anni dopo siamo dinanzi a un paradosso: la futura “new town” – 247 appartamenti, 60 milioni di euro – rischia di restare disabitata.

Il contatore luminoso – quello che segna “meno 359” – lo volle il capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, nel marzo 2008: “I tempi saranno rispettati”, disse. “Abbiamo messo un segnatempo, una sorta di conto alla rovescia, in modo che quando arriveremo alla consegna, al mitico ‘zero’, sarà il giorno in cui potremo consegnare tutti gli appartamenti a tutti i cittadini di Cavallerizzo”. Le sue parole furono registrate e trasmesse da una tv locale: “740 giorni per la consegna”, annunciava la telecronista, presentando il servizio. Da allora sono trascorsi 22 mesi. Quasi 700 giorni. E qualcuno ha dovuto resettare il contatore e farlo ripartire: i tempi non sono stati rispettati. Se tutto va bene, la “new town” sarà pronta tra un anno. E se tutto va bene, comunque, tra un anno non sarà completa. A parlare con capicantiere e ingegneri si scopre che, nel conteggio, non è prevista né la costruzione della scuola, né quella del municipio (o meglio: della circoscrizione, visto che Cavallerizzo è una frazione del comune di Cerzeto). Scuola e municipio non sono neanche state progettate. Non esistono. Neanche sulla carta. Non funziona neanche quello che potrebbe funzionare. E cioè la zona industriale. Inaugurata da Bertolaso, nello stesso giorno in cui partì il contatore, e mai utilizzata. “Se c’è un esempio virtuoso di costruzione – disse Bertolaso dopo aver tagliato il nastro – è quello del Friuli Venezia Giulia dove, dopo quel terribile terremoto, i friulani non soltanto seppero costruire, ma rilanciarono la propria economia, grazie agli investimenti, fatti prima nel settore industriale, e poi, dopo, nella costruzione delle case. Seguiremo quel modello, ovviamente in piccolo, e credo che, l’aver puntato sulla riapertura delle attività economiche, sia stato un segnale importante”. D’importante, due anni dopo, è che il capannone da 1.500 metri quadri è ancora desolatamente vuoto. Inaugurato. Collaudato. Ma vuoto. “Sarà che gli imprenditori hanno cambiato idea”, dice l’ex sindaco di Cerzeto, Ermenegildo Lata. “Tornando a lavorare perderebbero i contributi legati all’emergenza”. Sarà. Il commissario prefettizio, però, aggiunge una motivazione. E non è da poco. “Innanzitutto – spiega Paola Galeona – gli ultimi lavori per renderli agibili sono stati ultimati soltanto un paio di mesi fa. Ma soprattutto, sono stati consegnati dal prefetto al comune, per il passaggio di proprietà, che costa, sommando entrambi gli immobili, 150 mila euro”. Ed ecco il problema: “Il comune, tutti questi soldi, non ce li ha. Siamo già fortunati a non aver dichiarato il dissesto finanziario”. E quindi? “E quindi ho scritto alla Protezione civile, affinché sia lo Stato ad accollarsi la spesa, anche perché, in questo modo, risolveremmo in partenza il problema degli appartamenti, che si ripresenterà quando saranno pronti”. Il problema degli appartamenti: chi pagherà il passaggio di proprietà, per i 247 alloggi in costruzione, che è senza dubbio superiore ai 150 mila euro dei capannoni? Non è dato saperlo. Quei soldi, il comune di Cerzeto, non ce li ha. È l’unico dato certo. Il punto è che tutta la trattativa per la de-localizzazione del paese è stata portata avanti dal comune di Cerzeto, che prima acquisirà i nuovi appartamenti, e poi li girerà agli abitanti. Fosse soltanto questo. Il paradosso è quasi completo quando sentiamo l’ex sindaco ammettere: “Il rischio che quegli appartamenti restino vuoti, e quindi che l’intero paese nuovo resti disabitato, è un rischio concreto. La popolazione si sta sfaldando. S’è spaccata in due”. “Il rischio c’è, ma è contenuto”, ammette anche il commissario prefettizio, “perché soltanto una minoranza vorrebbe restare nel vecchio paese e ha deciso di non trasferirsi”. E qui, il paradosso, si chiude: “Se le perizie lo permetteranno, alcune case del paese franato, potrebbero essere messe in sicurezza e consolidate. Ho chiesto ai tecnici di Bertolaso di effettuare ulteriori controlli e verificare se è possibile”.

Se sarà possibile, quindi, sarà nato un nuovo paese, costato circa 60 milioni di euro, che rischia di restare disabitato. Come i capannoni costruiti e inutilizzati. Per di più, saranno stanziati altri soldi, per consolidare le vecchie case, che molti abitanti di Cavallerizzo non hanno alcuna intenzione di lasciare. Abitanti come Liliana Bianco. Che ci accoglie nella sua casa, al centro del paese, dove abita con un figlio e parecchi gatti. In quella casa, Liliana, non ci potrebbe proprio stare. Glielo vieta la legge. Ma il 23 luglio 2009, Liliana, ha rotto i lucchetti della cancellata che isola il paese. Dopo aver scritto personalmente a Bertolaso: “La sottoscritta Liliana Bianco, comunica a codesto dipartimento che il 24 luglio rientrerà nella propria abitazione, situata nella zona gialla di Cavallerizzo, in piazza san Giorgio, assumendosi tutte le responsabilità che tale azione comporta. S’allega la relazione geologica redatta dal professor Fabio Ietto, dell’Università della Calabria”. E da allora, Liliana Bianco, non ha più lasciato il suo appartamento. Il punto è che quando Liliana rientra in casa, gli studi geologici sulla frana commissionati dalla Protezione civile – quelli che hanno supportato la scelta di delocalizzare il paese e costruire la new town – non sono ancora stati distribuiti alla popolazione. Che li aspetta dal marzo 2005. Liliana potrà leggerli soltanto quattro mesi dopo, nel novembre 2009, quando vengono trasmessi all’associazione “Cavallerizzo Vive” che, nel frattempo, è stata creata proprio per dissenso alla new town. Tra le mani, Liliana, ha gli studi commissionati al geologo Fabio Ietto. Il geologo oggi ci spiega che la frana, secondo gli studi della Protezione civile, causò “gravissimi danni soltanto all’11,5% del costruito totale. Nessuna presenza di scivolamento è stata rilevata nel centro storico, le cui abitazioni, a tutt’oggi, si presentano perfettamente intatte”. “L’abitato di Cavallerizzo – continua – fu interamente evacuato per motivi di sicurezza. Le autorità responsabili, ancor prima di ricevere ufficialmente le relazioni tecniche definitive dell’Università di Firenze e del CNR, divulgarono con estrema celerità e sicurezza la diffusa pericolosità da frana dell’intero abitato di Cavallerizzo, proponendo, al contempo, le aree per la nuova localizzazione”.

Insomma, si potrebbe mettere in sicurezza la vecchia Cavallerizzo. E la new town avrebbe poche ragioni d’esistere. Si tratta di una diatriba tra scienziati, sulla quale non possiamo dir nulla, se non che la costruzione della “new town”, nonostante il coinvolgimento della popolazione, è risultata piuttosto lacerante.

“La scelta di costruire un nuovo paese è stata puramente politica. Frutto di interessi locali e non”, dice Antonio Madotto, dell’associazione “Cavallerizzo Vive”. “La ricostruzione – aggiunge – ha seguito tappe che nulla hanno a che fare con la trasparenza e la pubblicazione degli atti, frutto di procedimenti pubblici, ma di fatto nascosti. Le nostre istanze di accesso agli atti sono ignorate. La ricostruzione, secondo noi, è un’azione di speculazione edilizia, finalizzata a costruire un nuovo quartiere popolare. Far rinascere Cavallerizzo, mentre questa ‘deportazione forzata’ ha diviso il tessuto sociale del paese, significa salvaguardare un patrimonio storico, culturale e ambientale, che non può essere cancellato”. A conforto della propria posizione, Madotto, mostra due note del ministero per i Beni culturali, indirizzate all’ex sindaco Ermenegildo Lata. “Appare assolutamente necessario e urgente provvedere alla conservazione del nucleo storico di Cavallerizzo”, si legge nella prima missiva, datata 16 aprile 2009. “Nonostante la parziale frana – prosegue il ministero – Cavallerizzo rappresenta un complesso urbanistico architettonico di eccezionale valore, che verrebbe a perdere ogni significato, anche di memoria collettiva, se si seguisse il semplicistico criterio di “demolizione-sostituzione. Appare urgente e indispensabile un’adeguata azione di restauro che investa l’intero centro storico”. Tre mesi dopo il ministero torna a scrivere: “Spiace constatare che non v’è stato alcun riscontro alla nota del 16 aprile, in cui si segnalava la necessità di tutela d’un sito d’eccezionale valore storico e paesaggistico, quale Cavallerizzo, la cui frana ha interessato, in maniera soltanto marginale, una piccola e limitata parte del tessuto storico”. La frana quindi, secondo il ministero, ha interessato – per di più in “maniera marginale” – soltanto una “parte piccola e limitata del centro storico”. Insomma: sull’entità del disastro non c’è nessuno che la pensi allo stesso modo. Neanche all’interno del governo. Figurarsi tra la popolazione. Graziano Golemme è un esponente del “Comitato cittadino per Cavallerizzo”, fazione opposta a quella di Antonio Madotto, e quindi favorevole alla “new town”. “Il progetto del nuovo paese – spiega – è stato condiviso dalla popolazione. Ci sono stati incontri con la prefettura, abbiamo potuto modificare parte delle nuove case secondo le nostre esigenze, conosciamo già i nostri appartamenti, nonostante non siano stati ancora consegnati. Siamo soddisfatti. Non si tratta di case popolari e sono stati rispettati i rapporti di vicinato. Torneremo tutti gli uni vicini agli altri. Come nel vecchio paese”. Il progetto della nuova Cavallerizzo, infatti, è un rifacimento moderno della vecchia pianta architettonica, costituita da cinque “Gjtonie”, cioè cinque rioni, in lingua Arbereshe, poiché questo è un paese di origini albanesi. Una struttura a forma di fiore che l’impresa costruttrice Zinz – sotto la guida dell’ingegner Claudio Rinaldi, e la progettazione di AnnaLaura Spalla ed Eustachio Femia – dovrebbe portare a termine entro un anno. Nella progettazione – come abbiamo già scritto – mancano però i luoghi di aggregazione di qualsiasi comunità: la scuola, il municipio, la chiesa. Il progetto ha vinto anche un premio, al “Saie” di Bologna, nel novembre 2009, per la “sostenibilità ambientale e sociale”. Sulla carta, quindi, un’idea vincente. Tanto che l’architetto AnnaLaura Spalla ne ha già tratto un libro – “Fare un paese: emergenza e ricostruzione a Cavallerizzo” – nel quale sottolinea d’aver seguito, oltre quelli urbanistici, soprattutto dei criteri sociali. “La Gjitonia prevede il contatto fisico”, dice in un’intervista a “Eco-zoom tv”, “La Gjtonia si regge sul contatto fisico e visivo: prevede di stare sulle scale di casa propria. E di parlare con il vicino”. E le nuove case – solitamente palazzine a tre piani – hanno tutte o quasi una scaletta esterna. Tra le tante carte, però, ce ne sono altre che non parlano di premi. Sono atti giudiziari. Che riguardano, per esempio, l’ingegnere Claudio Rinaldi, indagato a Roma , nel suo ruolo di “commissario straordinario dei Mondiali di nuoto”, dal pm Sergio Colaiocco, per presunti abusi nel piano urbanistico. Una posizione minore, nell’inchiesta romana, che potrebbe essere presto archiviata, ma che, comunque, non sembra il migliore biglietto da visita per una ricostruzione da 60 milioni di euro, stanziati dallo Stato, con il criterio dell’emergenza targato Bertolaso. Indagato, dalla Procura di Bologna, per una presunta “turbativa d’asta” nella ristrutturazione di un edificio , anche l’architetto genovese Alfonso Femia, che oltre la nuova Cavallerizzo, ha progettato il grattacielo più alto dell’Expo di Milano. Femia, con il collega Gianluca Peluffo, ha da tempo fondato lo studio “5+1AA”, che è parecchio quotato in tutta Italia, ed è presente a Genova, Milano e Parigi. Grandi firme, quindi, per un progetto che potrebbe franare più del vecchio paese. E infatti, tranne la vecchia frana, i soldi e il cemento, tutti gli elementi di questa storia sono un omaggio al surreale. Non per colpa di costruttori e operai. Che comunque stanno lavorando a ritmo serrato. Adesso il cantiere è pieno di aziende in sub appalto. Si lavora alacremente. E sono scomparse le minacce della 'Ndrangheta che, all’inizio, aveva lanciato parecchi avvertimenti (danneggiamenti e qualche incendio) al costruttore. Avvertimenti che si sono placati, mentre l’inchiesta aperta, contro ignoti, dalla Procura di Catanzaro, non è approdata a nulla . Così va la ricostruzione di Cavallerizzo. Case incomplete. Scuola e municipio mai progettati. La signora Bianco, mentre ci allontaniamo da Cavallerizzo, quella in cui abita ancora, mostra i documenti ai carabinieri. L’hanno identificata. Non può stare lì. Ma ci resta. Con altre amiche. Liliana e le altre preferiscono essere arrestate, piuttosto che lasciare la vecchia casa, per il nuovo villaggio, e il suo contatore, che segna i giorni man-canti. Alla rinascita. O al fallimento.

Delinquono più degli altri? I numeri non lo dicono

Dal Quotidiano Il Fatto Quotidiano
del 29 gennaio 2010

di Elisa Battistini
(Giornalista)


Il principale reato che compiono gli stranieri è quello di esistere. E non avere le “carte in regola”. Il 70%deglistranieridenunciatiè,infatti, irregolare. E tra questi, l’87,2% ha semplicemente violato la legge Bossi-Fini. Ovvero circa tre stranieri su quattro sono criminali per essenza, per il semplice fatto di essere entrati in Italia senza un lavoro, o un permesso per studio o per turismo. Ma, vale la pena di ricordarlo, sono moltissimi gli immigrati che entrano in Italia con un permesso per turismo, e scaduto il quale restano sul territorio e diventano irregolari. Quindi criminali. Gli immigrati regolari, al contrario, non delinquono molto più degli italiani e, soprattutto, non esiste correlazione tra l’aumento degli immigrati e l’aumento dei reati in Italia. I dati del Dossier statistico Caritas-Migrantes parlano chiaro. Tra il 2001 e il 2005, mentre gli stranieri sono raddoppiati, le denunce nei loro confronti sono aumentate del 46%. Mentre gli italiani che delinquono sono lo 0,75% della popolazione, gli stranieri che delinquono sono circa l’1,3% del totale. Ma gli stranieri aumentano, in proporzione, molto di più degli italiani. Gli immigrati ultra 40enni compiono invece meno reati dei loro coetanei italiani: 0,5% contro il “nostro” 0,65%. Interessante, poi, vedere quali reati commettono gli immigrati. Compiono il 60,8% dei reati legati alla riproduzione abusiva di audiovisivi, il 40% dei furti, e il 34% dei reati di spaccio e traffico di stupefacenti. Mentre sono autori del 3% delle rapine in banca (il 97% dei rapinatori evidentemente è italiano) e il 5,8% di loro evade il fisco. Materia in cui spiccano maggiormente gli onesti autoctoni.

E proprio nella giornata in cui Berlusconi dipinge gli immigrati come criminali, le Acli intervengono per mettere il dito in un’altra piaga. “Le politiche del governo sono totalmente schizofreniche”, dice il responsabile immigrazione dell’Acli, Antonio Russo. “Per questo Acli e Caritas hanno tolto la propria adesione al progetto Nirva cofinanziato dall’Ue e dal Viminale per i rimpatri volontari”. Ci sono, infatti, immigrati che vorrebbero tornare nel paese d’origine. E il progetto – come segnalato ieri da Il Fatto Quotidiano – si propone di aiutare gli stranieri che intendano andarsene dall’Italia. “La maggioranza degli immigrati che vorrebbero farlo – spiega Russo – sono irregolari. Per uno straniero è così difficile ottenere il permesso di soggiorno, in assenza di sanatorie, che sono pochissimi i regolari che chiedono il rimpatrio. Il problema è che dopo la legge 94 del 2009, che introduce il reato di clandestinità, il progetto Nirva deve essere chiarito”. In effetti, Caritas e Acli avevano pensato di applicare le procedure di aiuto per i rimpatri volontari (che comprendono un percorso di reinserimento nel paese d’origine e supporti allo studio, oltre alle spese per il ritorno “a casa”) anche agli irregolari. “Il progetto – prosegue ancora Russo – prevedecheicasiumanitaripossano beneficiare di questa misura. Ma non è forse un caso umanitario quello di una persona sbarcata a Lampedusa, che dopo un anno da clandestino vuole tornare in Nigeria? Noi pensavamo di sì. Ma c’è un problema: se dichiaro di essere clandestino mi autodenuncio. Perché essere clandestino è un reato”. Il reato di immigrazione clandestina ha insomma introdotto una limitazione all’applicazione dei rimpatri volontari e proprio per i casi che, più frequentemente, ne farebbero ricorso. Le Acli e la Caritas non sono state a guardare. “Il 20 ottobre i presidenti delle nostre associazioni hanno scritto al ministro Maroni per chiedere chiarimenti. Non ci ha mai risposto. E a gennaio abbiamo deciso di uscire dal progetto Nirva. Volevamo che Maroni desse un indirizzo politico sulla materia. Non è successo. Così agli irregolari è negato pure il sostegno per il rientro in patria”. Di fatto, per contrastare l’immigrazione clandestina il governo ha concentrato le proprie forze in muscolari respingi-menti e nel monitoraggio delle coste. Ieri il titolare del Viminale ha ribadito, dopo averlo annunciato il giorno prima, che gli sbarchi sulle coste italiane sono diminuiti, nel 2009, del 74%. In effetti, cifre alla mano, se nel 2007 le persone sbarcate sono state 20.453 e nel 2008 sono arrivate a 36.900, fino al luglio dello scorso anno gli sbarchi avevano visto l’arrivo di “sole” 7500 persone. Il calo c’è. Peccato che, secondo le stime degli operatori del settore (che, come sottolinea l’Ismu, non sono statistiche, ma stime derivate da colloqui e conoscenza diretta) meno del 20% degli immigrati entri in Italia via mare. Il resto arriva da terra.

“BRACCIA CRIMINALI”

Dal Quotidiano Il Fatto Quotidiano
del 29 gennaio 2010

di Silvia D'Onghia
(Giornalista)


Il messaggio è chiaro, preciso, diretto; stavolta nessuno può averlo frainteso: “Una riduzione degli extracomunitari in Italia significa meno forze che vanno a ingrossare le schiere dei criminali”. Firmato non Umberto Bossi, ma Silvio Berlusconi. L’occasione per lo spot è stata quella del Consiglio dei ministri di ieri a Reggio Calabria. La terra da cui gli immigrati-schiavi, diventati inutili, sono stati cacciati con tanto di pullman speciali e scorta della polizia. Il binomio, rovesciato, suona così: extracomunitari uguale criminali. E chi se ne importa di chi arriva in Italia perché fugge dalla guerra e dalla fame, di chi paga le organizzazioni (quelle, sì) criminali per affrontare viaggi disperati che spesso diventano viaggi di morte, di chi si stabilisce nel nostro paese e, sfidando la giungla burocratica, contribuisce in maniera determinante al Pil.

Siamo alla vigilia delle elezioni regionali e Berlusconi aveva bisogno di parlare alla pancia dell’elettorato del Pdl e della Lega, di rassicurarlo e di fomentarlo. Così come per le politiche del 2008, quando la sicurezza era diventata pane quotidiano del dibattito politico. E anche allora, gli immigrati erano diventati tutti clandestini.

Ieri il premier ha difeso l’operato del governo sul tema immigrazione irregolare (“risultati molto positivi”) e chiamato in causa, ancora una volta, l’Europa, sostenendo che l’esecutivo metterà in atto “un’azione molto forte sull’Unione europea che deve farsi carico dei costi della vigilanza che i paesi sopportano”. Miele per le orecchie degli alleati. E infatti a dargli subito spalla ci ha pensato il ministro dell’Interno Maroni, che ha snocciolato una serie di dati a proposito degli sbarchi sulle coste italiane: secondo il titolare del Viminale, il saldo sarebbe “in negativo del 74 per cento nel periodo tra il maggio e il dicembre scorso, che diventa del -90 per cento a confronto dello stesso arco di tempo nel 2008. A dimostrazione che l’accordo con la Libia funziona”. L’obiettivo è quello di arrivare al -100 per cento. Peccato che la maggior parte degli immigrati entrino in Italia dai confini di terra. Ma lo spot elettorale è confezionato, e questo basta.

In serata Berlusconi ha cercato di correggere un po’ il tiro, in un’intervista rilasciata a Porta a Porta: “Chi viene in Italia e non ha un posto di lavoro è anche forzato a consegnarsi alle organizzazioni criminali”. “Anche”, se non lo fa comunque a prescindere dal lavoro.

“Un governo non può accendere un fuoco, ma guidare il paese a una maturazione civile”, la risposta pacata del segretario del Partito democratico, Pier Luigi Bersani. “Una frase del genere ci mette fuori da qualsiasi contesto moderno – ha proseguito – non può essere questo il modo di affrontare un fenomeno che nessuno ha cercato, ma che dobbiamo affrontare con razionalità e umanità”. Più dura la deputata e responsabile immigrazione Pd, Livia Turco: “Trovo volgare l’equazione su immigrati e criminalità. Tutti i dati dimostrano che senza immigrati si fermerebbero pezzi importanti della nostra economia. Oltretutto il governo dovrebbe chiedersi come mai in questi dieci anni di applicazione della legge Bossi-Fini, i clandestini e soprattutto gli irregolari sono aumentati”. Una battuta anche dal presidente della provincia di Roma, Nicola Zingaretti: “Infatti Provenzano, Riina e Badalamenti sono noti immigrati extracomunitari”. Non usa mezzi termini l’Italia dei Valori, per bocca di Fabio Evangelisti: “Berlusconi solo mercoledì ha ricordato la Shoah e pronunciato parole di condanna contro l’odio razziale e l’intolleranza, ieri ha fatto affermazioni vergognosa-mente xenofobe”.

C’è da chiedersi se lo stralcio deciso ieri dal Pdl al Senato dell’articolo 48 del ddl che prevedeva una delega al governo per l’attuazione di una direttiva europea sull’emersione del lavoro nero vada nella direzione indicata da Berlusconi. Il governo avrebbe dovuto prevedere un permesso di soggiorno temporaneo per i lavoratori extracomunitari che avessero denunciato la loro posizione irregolare e la non applicazione delle sanzioni per i datori di lavoro che, autodenunciandosi, avessero regolarizzato i dipendenti stranieri irregolari. Uno schiaffo all’Europa e l’ennesimo regalo al lavoro nero.

Dominique de Painblanc

Dal Quotidiano Il Fatto Quotidiano
del 29 gennaio 2010

di Marco Travaglio
(Giornalista)


Proseguono, per la saga “Balle spaziali”, gli editoriali di Angelo Panebianco. Il quale ieri, alla tremillesima riga, lamentava sul Pompiere della Sera che in Italia “mentalità, cultura e sensibilità liberali sono tuttora pressoché introvabili”. Infatti lui scrive sul Pompiere della Sera. Ciò che lo angustia, tanto per cambiare, non sono gli scandali, ma “lo squilibrio nei rapporti fra politica”, “il predominio giudiziario sulla politica”. Di quale predominio stia cianciando non è dato sapere, visto che in quindici anni i politici hanno approvato una trentina di leggi per farla franca, si coprono a vicenda con ogni sorta di insindacabilità e intoccabilità e stanno pure provvedendo a blindarsi vieppiù con altre quattro porcate. Ma lui, impermeabile ai fatti, parla d’altro: “L’episodio emblematico che consacrò la svolta fu, nel 1993, il proclama televisivo con cui l’allora pool di Mani Pulite affossò il decreto Conso sulla questione della corruzione”. Ne avesse azzeccata una. Nel 1993 non ci fu nessun proclama televisivo dell’allora pool di Mani Pulite, ma un comunicato letto dal solo Borrelli a proposito del decreto Conso, che non riguardava minimamente la corruzione, ma depenalizzava il finanziamento illecito. Il comunicato non “affossò” un bel nulla. Scalfaro non firmò il decreto per due motivi: 1) era un colpo di spugna incostituzionale sulle inchieste di Mani Pulite, fra l’altro a costo zero, perché l’ineleggibilità per 5 anni dei condannati (inizialmente prevista nel testo sottoposto al Quirinale) fu sfilata all’ultimo momento dal provvedimento; 2) gl’italiani stavano per votare un referendum proprio sul finanziamento ai partiti. L’articolessa panebianca prosegue con una copiosa lacrimazione per l’accordo Bersani-Di Pietro che trascinerà il Pd verso “toni e argomenti dell’estremismo giustizialista” tipici – pensate un po’ – del mite Dario Franceschini. Insomma il Pd avrebbe imboccato una deriva di “irrigidimento massimalista”: infatti Bersani, novello Felice Cavallotti, e quella Rosa Luxemburg rediviva che è la Finocchiaro saltano da un banco all’altro del Parlamento per rodere il cranio ormai implume del povero Silvio. Uno spettacolo raccapricciante. La lacrimazione sanguinolenta del madonno di Civitavecchia si conclude con una drammatica previsione: “Assisteremo a una progressiva chiusura anche di quei piccoli spiragli di dialogo sulle riforme che si erano aperti”. Una prospettiva che non può non addolorare un liberale autentico come lui. Quali siano le “riforme” su cui “dialogare” le spiega il Pompiere qualche pagina più avanti: oltre al processo morto, c’è il legittimo impedimento che per un anno e mezzo consentirà al premier (ma anche ai ministri e forse ai sottosegretari: il governo è pieno di bisognosi) di inventarsi per un anno e mezzo le scuse più inaudite per sfuggire ai processi, in attesa che vi cali la pietra tombale del lodo Alfano turbodiesel a trazione integrale. Proprio in extremis, i suoi Azzeccagarbugli si sono accorti che col legittimo impedimento il Banana non avrebbe potuto partecipare ai processi che lui intenta agli altri denunciandoli: ecco dunque un emendamento che gli consentirà di portare in tribunale gli altri, ma vieterà agli altri di portare in tribunale lui. Tutte leggi tipiche di una democrazia liberale. Ora sarebbe interessante conoscere il pensiero del liberale Panebianco dell’assoluzione di Dominique de Villepin dal processo Clearstream, dov’era accusato da Sarkozy di aver indotto i servizi segreti a dossierare per screditarlo. Due anni fa, essendo imputato, Villepin lasciò la politica e rinunciò alla corsa all’Eliseo per difendersi nel processo. Ora che l’hanno assolto, anziché attaccare i giudici e gridare al complotto (anche se ne avrebbe di che), il gentiluomo parigino s’è detto pronto a “servire ancora i francesi senza rancore”. Nessun lodo, nessun legittimo impedimento, immunità e nessun Panebianco che tromboneggia sullo squilibrio nei rapporti fra politica e magistratura. Sono pazzi questi francesi.

giovedì 28 gennaio 2010

Caso Cosentino, la Cassazione "Legittima l'ordinanza d'arresto"

Dal Quotidiano La Repubblica
del 28 gennaio 2010


ROMA - La Cassazione ha dichiarato legittima l'ordinanza di arresto per Nicola Cosentino, il sottosegretario all'Economia accusato dalla procura di Napoli di concorso esterno in associazione camorristica per presunti rapporti con il clan dei Casalesi. La pronuncia non avrà comunque conseguenze immediate in quanto il 10 dicembre scorso la Giunta delle autorizzazioni a procedere della Camera ha respinto la richiesta dei magistrati partenopei: il deputato del Pdl, che fino al suo coinvolgimento nell'inchiesta era il candidato il pectore a governatore della Campania, non potrà quindi essere arrestato fino quando rimarrà in Parlamento.

La prima sezione penale della Cassazione ha respinto il ricorso con il quale il parlamentare del centrodestra aveva contestato l'rodinanza emessa dal Gip di Napoli il 7 novembre scorso. In questo senso si era espresso in mattinata il sostituto procuratore della Cassazione Vito Monetti.

Dopo la sentenza, l'avvocato Stefano Montone, che con il collega Agostino De Caro difende il sottosegretario, ha auspicato tempi brevi per il processo "per fare in modo di superare i limiti di segretezza degli atti e far cadere tutte le accuse". "Prendiamo atto della decisione della Corte, che evidentemente ha ritenuto il provvedimento giudiziario del gip privo di vizi formali - ha aggiunto - vedremo le motivazioni".

Quanto alla possibilità che il loro assistito venga arrestato una volta che non sia più parlamentare, i due legali hanno espresso la speranza "che il giorno in cui non sarà più in Parlamento sarà già stato assolto dalle accuse. Siamo sicuri che tutta la vicenda si sarà chiarita e che Cosentino non avrà nulla da temere nemmeno nell'ipotesi in cui, un domani, non fosse più parlamentare".

Intervista sul processo breve ad Antonio Ingroia- Procuratore antimafia