martedì 1 dicembre 2009

Fini, fuorionda su Berlusconi - Integrale



Trascrizione tratta da Repubblica

Fini: "A Scampia c'è un altro sacerdote che si chiama Don Aniello e di cognome Mancaniello, ed è un personaggio come questo (ndr Don Luigi Merola). Una volta è venuto un guappo e lui gli ha detto 'Io non sono un prete, so un mancaniello!'"

Subito dopo il presidente della Camera indica a don Merola, che si lamentava del fatto di non essere ancora mai riuscito ad incontrare il ministro Gelmini, il suo segretario personale.

Fini: "Qualche giorno fa rileggevo un libro sull'Italia giolittiana e a Giolitti, che era considerato il ministro della malavita, un oppositore gli disse: 'Lei rappresenta lo stato... participio passato del verbo essere'. Efficace, no?"

Trifuoggi: "Potrebbe essere riesumata"

Fini: "Infatti non escludo di farlo, citando la fonte... prima o poi lo faccio"

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Fini (riferendosi ad Aldo Pecora): "Lui è un creativo nato, perché il movimento lo ha chiamato 'Ammazzateci tutti'... e sì... il talento è quello"

Pecora nell'ambito del suo discorso afferma: "Noi siamo di passaggio, qua nessuno è eterno, non si vive in eterno"

E allora Fini commenta: "... se ti sente il Presidente del Consiglio si incazza"

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Fini: "Sono un ragazzaccio io... come dicevano i greci... poco se mi giudico molto se mi confronto... è così, sembra una battuta invece è una massima di vita. E' l'umiltà e nello stesso tempo la consapevolezza di vivere"

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Fini: "Per i ragazzi come questi (riferendosi a Pecora) .. è chiaro che una delusione a 23 anni, non alla nostra età, ti toglie qualunque possibilità di credere nella vita"

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Fini, rivolgendosi a Pecora: "Con la giacca e la cravatta sei ancora più bravo"

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Fini: "E' che con i ragazzi non parli con le parole ma con gli esempi"

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Fini: "Il riscontro delle dichiarazioni di Spatuzza (ndr il pentito Gaspare Spatuzza)... speriamo che lo facciano con uno scrupolo tale da... perché è una bomba atomica"

Trifuoggi: "Assolutamente si... non ci si può permettere un errore neanche minimo"

Fini: "Si perché non sarebbe solo un errore giudiziario, è una tale bomba che... lei lo saprà .. Spatuzza parla apertamente di Mancino, che è stato ministro degli Interni, e di ... (ndr Berlusconi?)... uno è vice presidente del CSM e l'altro è il Presidente del Consiglio..."

Trifuoggi: "Pare che basti, no"

Fini: "Pare che basti"

Trifuoggi: "Però comunque si devono fare queste indagini"

Fini: "E ci mancherebbe altro"

Fini: "No ma lui, l'uomo confonde il consenso popolare che ovviamente ha e che lo legittima a governare, con una sorta di immunità nei confronti di... qualsiasi altra autorità di garanzia e di controllo... magistratura, Corte dei Conti, Cassazione, Capo dello Stato, Parlamento... siccome è eletto dal popolo...

Trifuoggi: "E' nato con qualche millennio di ritardo, voleva fare l'imperatore romano"

Fini: "Ma io gliel'ho detto... confonde la leadership con la monarchia assoluta.... poi in privato gli ho detto... ricordati che gli hanno tagliato la testa a... quindi statte quieto"

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Fini applaude Nino Di Matteo ed esclama "Bravo"

Nino Di Matteo, sostituto procuratore della Direzione Nazionale Antimafia di Palermo, con il collega Antonio Ingroia, sta raccogliendo le dichiarazioni di Massimo Ciancimino (ndr figlio di Vito) sulla trattativa avvenuta nel '92 fra Cosa nostra e pezzi dello Stato.
E' inoltre PM del processo Mori.

PARLARE ALLA MAFIA


Dal Quotidiano Il Fatto Quotidiano
del 1 dicembre 2009

di Vincenzo Vasile
(Giornalista)




Dedicato a quelli che, quando Berlusconi dice che strozzerebbe Saviano, pensano che è una delle solite gaffe, un boomerang, una barzelletta. A quelli che si illudono di racimolare consensi presentandosi con la faccia paciosa, evitando di nominare S. B, principale esponente dello schieramento avversario. A quelli che invitano ad abbassare i toni e scendono in piazza, se scendono, a titolo personale. A quelli che si sono scordati che due secoli di storia italiana sono ormai trascorsi con pezzi di politica e pezzi di mafia che si lanciavano segnali di fumo, alternando parole , ammiccamenti, trattative, minacce, delitti e stragi. A loro dedichiamo un nostro tentativo di “traduzione interlineare” delle parole dette e non dette, delle allusioni sussurrate, dei cenni sibilati. Un manualetto, redatto con la consulenza di Claudio Fava, (che è candidato nella lista di quelli da strozzare, se non altro come sceneggiatore di I cento passi e del Capo dei capi ed è orfano di Giuseppe, giornalista che fu ucciso, in mezzo a una fantasmagoria di analoghi segnali cifrati, di trattative e di proiettili, a Catania, Italia, 1984). Una guida. Come quelle che si usavano a scuola per le versioni. Da tenere sotto il banco pronta per consultazione. Perché le cronache ci dicono che è vigilia di un’emergenza. Come nel giorno precedente tanti episodi feroci, che furono precorsi spesso da parole vaghe e segni similmente oscuri.

E dunque oggi occorre decifrare i segnali di fumo che – calcisticamente - il “tridente” di Berlusconi, Dell’Utri e Renato “Betulla” Farina sta lanciando in questi giorni con uno straordinario gioco di squadra. Il primo nega l’esistenza della mafia, e minaccia lo strangolamento – uno scherzo, maddai! – degli autori delle nove Piovre e dei libri di mafia “che ci fanno fare una bella figura”. Per poi correggere che no, la mafia ci informano che forse esiste, e se esiste lui l’ha combattuta in maniera tosta. L’ex giornalista, amico di Feltri, se ne va nelle stesse ore nel carcere di Opera a Milano e dichiara che i mafiosi dietro le sbarre al 41bis stanno peggio che a Guantanamo. E il senatore di fiducia, promotore di Forza Italia agli albori, condannato per concorso in mafia, dice che bisogna togliere il concorso esterno - e “magari aboliamo anche quello interno?” - , abbandonare la strada dei pentiti, e torna a indicare lo stalliere Mangano (che non si pentì), come un eroe. È arrivato dall’altra parte nei mesi scorsi qualche segnale di grave delusione, non bastano più le solite promesse. La trattativa è ripresa, la trattativa continua. Un lavoro di traduzione, decrittazione , contestualizzazione di queste frasi è, dunque, necessario.

Lo dedichiamo a quelli che si sono scordati della lezione di coloro che simili segnali di “trattativa” sapevano ben interpretarli. E per saperli leggere e volerli combattere hanno perso la vita: il comunista La Torre, il democristiano Mattarella, i carabinieri Basile D’Aleo e Dalla Chiesa, i poliziotti Giuliano, Montana e Cassarà, i magistrati Costa Terranova Chinnici Falcone Borsellino, i giornalisti Fava Impastato e Rostagno. E tutti gli altri, vittime della mafia, strozzati nella camera della morte, immersi in un grande lago di sangue. Morti che furono gettati come una posta sanguinosa sul tavolo della trattativa, tra un pizzino e una dichiarazione ai giornali. Si tratta di una galleria di “eroi” veri, da onorare. Anche e soprattutto nei giorni che il dolore e l’indignazione si sono dileguati, come negli acidi della mafia. E così rischiamo di assuefarci al chiacchiericcio delle parole approssimate, delle spiritosaggini. Che celano, sospettiamo, una fitta corrispondenza di bigliettini, minacce, strattonamenti, cedimenti, lusinghe, intese.

Imputato Berlusconi chi le ha dato quei soldi? “Mi avvalgo della facoltà di non rispondere”

Dal Quotidiano Il Fatto Quotidiano
del 1 dicemre 2009

di Elio Veltri e Marco Travaglio
(Giornalisti)


Il 26 novembre 2002, dopo molti rinvii, il Tribunale di Palermo che sta processando Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa si reca finalmente a Palazzo Chigi per ascoltare il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, in veste di “testimone assistito” (in quanto a suo tempo indagato in vari procedimenti connessi per associazione mafiosa e riciclaggio, poi archiviati), a domicilio e a porte chiuse, come gli consente il Codice di procedura penale e come lui ha espressamente chiesto. E’ stato lo stesso Dell’Utri a indicarlo nella lista dei testimoni della sua difesa. Niente telecamere né giornalisti, per carità: “Motivi di sicurezza”. La scena, poi, non è delle più edificanti. I giudici Leonardo Guarnotta, Giuseppe Sgadari e Gabriella Di Marco, assieme ai pm Antonio Ingroia e Domenico Gozzo, ai loro consulenti tecnici, agli avvocati difensori e di parte civile, vogliono ascoltarlo a proposito delle origini delle sue fortune e dei suoi rapporti con alcuni mafiosi, soprattutto Vittorio Mangano. Ma lui ha già fatto sapere che intende avvalersi della facoltà di non rispondere: lui, il capo del governo che dice di “non avere nulla da nascondere”. E dire che le domande preparate da giudici e pm non sembrano difficili, per chi non abbia scheletri nell’armadio. Domande che lo inseguono da un quarto di secolo, senza mai ottenere risposta.

Nell’ultima campagna elettorale del 2001 il Cavaliere ha assicurato che, sulle origini delle sue fortune, “non ci sono misteri”. Ma al processo Dell’Utri qualche dubbio l’ha lasciato trapelare persino il consulente della difesa, il professor Paolo Iovenitti dell’Università Bocconi, ingaggiato dagli avvocati di Dell’Utri per tentare di rintuzzare le consulenze di Francesco Giuffrida (dirigente della Banca d’Italia, consulente della procura, ndr) e della Dia. Il 25 giugno 2002, incalzato in udienza dai pm, Iovenitti ha dovuto ammettere che certe operazioni di finanziamento e aumento di capitale delle 22 holding che dal 1978 controllano la Fininvest “potremmo definirle potenzialmente non trasparenti”. Ha detto proprio così: “Non trasparenti”, a proposito delle “operazioni non di aumento di capitale gratuito”, quelle che i consulenti dell’accusa classificano secondo la dizione di “franco valuta”, già censurate nel 1994 dagli ispettori della Bnl. Un mezzo autogol, almeno per l’imputato Dell’Utri, che deve rispondere proprio dell’accusa (lanciata da diversi pentiti) di aver procurato a Berlusconi decine di miliardi di provenienza mafiosa, per riciclarli nelle televisioni sullo scorcio degli anni Settanta. Nemmeno Iovenitti ha potuto consultare l’intera documentazione su quel tourbillon di operazioni da capogiro – parte (14 miliardi) in contanti, parte in assegni circolari e bonifici – compiute fra il 1978 e il 1983, per 99 miliardi di lire dell’epoca. Tutti quattrini ancora in cerca di autore.

Il mistero più buio, che solo Berlusconi può sciogliere, riguarda un pacco di documenti che lui stesso ritirò nel 1998 presso Servizio Italia spa, una delle due fiduciarie Bnl che agivano per suo conto (l’altra è Saf spa). L’operazione è dimostrata da due lettere indirizzate a Servizio Italia, firmate l’una da Berlusconi e l’altra dal suo legale Ennio Amodio. Siamo nell’estate 1998, all’indomani del primo blitz della Dia nelle banche e nelle fiduciarie legate alla Fininvest. Il 30 luglio Amodio chiede “di poter accedere alla documentazione in vostro possesso” per “ricostruire le operazioni poste in essere dalla Fininvest Roma srl nel periodo 1978-1984”. Un mese dopo Berlusconi scrive alla fiduciaria: “Con la presente vi confermo che il dr. Salvatore Sciascia è autorizzato, a mio nome e conto, a prendere visione ed estrarre copia dei documenti relativi ai mandati fiduciari conferitiVi a partire dal 1975 per la gestione della società Finanziaria d’Investimento Fininvest spa”. Il 24 settembre 1998 Sciascia, capo dei servizi fiscali della Fininvest, ritira i dossier. Tre anni di buio: di quelle carte non c’è traccia nei documenti depositati dalla difesa Dell’Utri, né in quelli messi a disposizione del consulente della difesa. Strano: Amodio, nella lettera, giura di averne bisogno “al fine di esercitare il diritto di difesa”. Ma si accontenta di quelli a partire dal 1978 (anno di nascita delle holding). Berlusconi invece chiede anche le carte dal 1975 (data di nascita della Fininvest, prima con sede a Roma e poi a Milano) al 1978, ma poi non le trasmette ai difensori e al consulente di Dell’Utri. Tre anni della sua vita coperti da omissis. Quelle carte contengono per caso qualcosa di segreto, delicato, compromettente? Il 25 giugno 2002 Ingroia rivela a Iovenitti che Berlusconi ha fatto spazzolare i documenti sul 1975-‘78. Il professore cade dalle nuvole: “Non ne ero al corrente… Non ne ho preso visione… L’incarico che mi è stato assegnato era quello di esaminare criticamente l’elaborato del dottor Giuffrida relativo ai flussi che hanno interessato le cosiddette holding dal 1978 al 1985… Le holding sono state costituite a metà del 1978…”. Prima, meglio non avventurarsi.

Il triennio 1975-‘78 è fra i più misteriosi della biografia berlusconiana: il Cavaliere non figura quasi mai ai vertici delle sue società. Sono gli anni di Mangano ad Arcore e dell’iscrizione alla P2. Ma in sostanza, secondo Iovenitti, quella montagna di quattrini servita a Berlusconi per finanziare le sue holding proviene dallo stesso Berlusconi. Per l’accusa, resta pur sempre da capire chi gli ha fornito la “provvista”. Dove ha preso i soldi.

Ma quando il 26 novembre 2002 i giudici siciliani entrano nella sala verde di Palazzo Chigi per porgli quella domanda semplice semplice – signor presidente del Consiglio, ci può dire dove ha preso i soldi? – lui taglia corto: “Mi avvalgo della facoltà di non rispondere”. I pm Ingroia e Gozzo hanno preparato un lungo “papello” di domande. Quasi cento interrogativi che abbracciano trent’anni di biografia. Perché nel 1974 Berlusconi ingaggiò come stalliere o fattore Mangano, nonostante i suoi gravi precedenti penali? Perché due anni dopo Mangano se ne andò da Arcore: licenziato perché sospettato del sequestro D’Angerio dopo una cena in casa Berlusconi, come ha sempre sostenuto il Cavaliere, oppure per sua scelta autonoma, come ha riferito il boss? Perché Mangano continuò a frequentare Arcore? Perché Dell’Utri seguitò a incontrarlo anche dopo la condanna per mafia nel processo Spatola e per traffico di droga nel maxi-processo alla Cupola, nei giorni caldi della nascita di Forza Italia (1993) e del primo governo Berlusconi (1994)? Perché nel 1987, quando esplose una bomba contro la sede Fininvest di Milano, Berlusconi telefonò a Dell’Utri per dirgli che sospettava di Mangano? Che rapporti ha avuto il Cavaliere con il finanziere Filippo Rapisarda, amico di Vito Ciancimino e di altri mafiosi, con Gaetano Cinà, uomo d’onore del clan Malaspina, e con gli altri boss indicati da Rapisarda come suoi frequentatori ed elemosinieri? La Fininvest ha mai pagato il pizzo alla mafia per le televisioni in Sicilia e per la Standa di Catania? Mai saputo niente di rapporti tra la Fininvest siciliana e un lontano parente di Buscetta? Perché nel 1998 Berlusconi mandò a prelevare copia delle carte sulle holding e poi le nascose al consulente della difesa Dell’Utri? Perché quelle casalinghe, quei disabili colpiti da ictus, quei disoccupati a fare da prestanomi? E da dove arrivavano tutti quei soldi di provenienza ignota, 99 miliardi di lire dell’epoca pari a 30 milioni di euro attuali, affluiti nelle holding Fininvest fra il 1978 e il 1983? E quei 14 miliardi in contanti? E così via.

Quando il Cavaliere, affiancato dall’on. avv. Niccolò Ghedini, oppone il suo “mi avvalgo della facoltà di non rispondere”, Ingroia non si arrende e prova a stuzzicarlo, spiegandogli che la procura è stata molto garantista, riconoscendogli la veste di indagato in procedimento connesso archiviato e dunque la facoltà di non rispondere; però molte domande riguardano la posizione del solo Dell’Utri, sulla quale il premier sarebbe un semplice testimone e potrebbe rispondere senza accusare se stesso, ma anzi fornendo un prezioso contributo all’accertamento della verità. Poi, “a titolo esemplificativo”, ne espone qualcuna. Il premier fissa con sguardo interrogativo l’avvocato Ghedini. Come a dire: ma quando finisce questa tortura? Finisce in dieci minuti. Verso la decima domanda, il presidente Guarnotta si riprende la parola: “Presidente, lei ha capito la situazione: che intende fare? Potrebbe tacere sulle questioni che la riguardano direttamente e risponderci a proposito di Dell’Utri, che fra l’altro l’ha indicata come testimone della difesa...”. Ancora un’occhiata a Ghedini, che anticipa la risposta: “Convengo che su certe questioni il presidente è testimone. Ma la sua deposizione sarebbe inutile. Pertanto gli consiglio di continuare a tacere”. Il premier raccoglie l’invito. Il giudice Guarnotta lo licenzia. I difensori di Dell’Utri chiedono di cancellare il Cavaliere dalla loro lista testi: “Non ha più nulla da chiarire”. Bocca cucita per tutti. Anche per l’amico Marcello.

L’11 dicembre 2004 arriva la sentenza di primo grado su Dell’Utri (9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa) e Cinà (6 anni per partecipazione a Cosa Nostra). Nelle motivazioni depositate il 5 luglio 2005 i giudici scrivono che il gruppo Berlusconi ha ricevuto finanziamenti “non trasparenti” a cavallo fra gli anni Settanta e Ottanta. E ha versato “per diversi anni somme di denaro nelle casse di Cosa Nostra”. Dell’Utri infatti, “anziché astenersi dal trattare con la mafia [...], ha scelto, nella piena consapevolezza di tutte le possibili conseguenze, di mediare tra gli interessi di Cosa Nostra e gli interessi imprenditoriali di Berlusconi (un industriale, come si è visto, disposto a pagare pur di stare tranquillo)”. Quanto all’origine delle fortune di Berlusconi, “la scarsa trasparenza o l’anomalia di molte operazioni Fininvest negli anni 1975-‘84 non hanno trovato smentita dal consulente della difesa Dell’Utri; non è stato possibile risalire [...] all’origine, qualunque essa fosse, lecita od illecita, dei flussi di denaro investiti nella creazione delle holding Fininvest. E allora le ‘indicazioni’ dei collaboranti e del Rapisarda (sul riciclaggio di denaro mafioso) non possono ritenersi del tutto ‘incompatibili’ con l’esito degli accertamenti svolti”. Poteva chiarire tutto Berlusconi. Ma “si è avvalso della facoltà di non rendere interrogatorio e si è lasciato sfuggire l’imperdibile occasione di fare personalmente, pubblicamente e definitivamente chiarezza sulla delicata tematica, incidente sulla correttezza e trasparenza del suo precedente operato di imprenditore che solo lui, meglio di qualunque consulente o testimone, avrebbe potuto illustrare. Invece ha scelto il silenzio”.

PADRINI E CONDOMINI

Dal Quotidiano Il Fatto Quotidiano
del 1 dicembre 2009

di Peter Gomez e Marco Lillo
(Giornalisti)


Nella sua vita Renato Schifani è stato molto sfortunato negli affari. Socio di tre società in decenni diversi, in tutte ha incontrato alcuni soci che (anni dopo) sono stati arrestati. E non è andata meglio con le case: il palazzo di via D'Amelio, nel quale ha abitato per 25 anni è stato sospettato, per colpa di un suo condomino mafioso, addirittura come base logistica della strage Borsellino. Mentre la villa di Cefalù del presidente è stata comprata da un costruttore ora indagato nell’inchiesta riaperta recentemente sui rapporti tra Fininvest e mafia.

Schifani ha comprato nel 1994 una villa nel residence “Baia dei sette emiri” di Cefalù proprio dalla Progea, la società di Francesco Paolo Alamia (indagato in passato con Berlusconi e Dell’Utri e ora, di nuovo ma da solo) e di Antonio Maiorana (l’imprenditore scomparso con il figlio nel 2006, probabile vittima della lupara bianca). La vendita però è stata impugnata nel 1999 dal curatore subentrato nell’amministrazione della Progea dopo il crack, che ha chiesto di revocarlo perché lo ritiene un depauperamento dell’attivo della società. A leggere la storia di Schifani a volte sembra di esser di fronte a un Forrest Gump dell’antimafia. Si dichiara nemico delle cosche eppure incappa spesso in acquisti di case e quote con persone che poi si riveleranno mafiose. Forrest-Schifani svicola inconsapevole tra questi mafio-imprenditori ma i suoi nemici delle cosche per un gioco del destino talvolta sono suoi soci e talvolta suoi condomini. Uno dopo l’altro poi finiscono arrestati e condannati. Mentre Forrest-Schifani dribbla tutti e corre senza ostacoli da Palermo a Roma fino ad arrivare alla seconda carica dello Stato.

Il 27 novembre scorso abbiamo raccontato la prima parte della storia di Forrest-Schifani, concentrandoci sulla società Sicula Brokers. Ben quattro soci e un vicepresidente della società anni dopo saranno arrestati. Ma lui dichiara: “entrai nella società con una partecipazione simbolica su richiesta del vecchio Giuseppe La Loggia e dopo un anno e mezzo ho dismesso la quota perché non avevo nessun interesse alla società”. Secondo i Carabinieri però tre anni dopo, il 10 giugno 1983, la Sicula Brokers delibera “di cooptare il consigliere Schifani in sostituzione del dimissionario Mandalà Antonino”, poi arrestato come capomafia di Villabate. Non risulta se Schifani abbia accettato ma la cooptazione (almeno tentata) dimostra che era considerato un uomo fidato.

Proprio nel 1983 Schifani lascia lo studio La Loggia e si lancia nella professione da solo. Sceglie un partner più anziano ed esperto: Nunzio Pinelli. Guadagna bene e pensa a mettere su casa. Per fortuna c’è una cooperativa che ha un bel terreno in via D’Amelio e gli Schifani non si lasciano sfuggire l’occasione. Renato e la sorella Rosanna, diventano soci della cooperativa Desio (senza badare troppo a chi c’è nella società) e comprano in via D’Amelio 46 due appartamenti. Nella stessa strada, al civico 19 abitava la mamma di Paolo Borsellino e proprio dopo avere suonato a quel portone il giudice salterà in aria il 19 luglio del 1992 con i cinque agenti della scorta. Ancora una

volta le storie di Borsellino e Schifani si incrociano per un palazzo (vedi “Il Fatto Quotidiano” del 24 novembre). Il civico 19 di via D’Amelio, dove abita tuttora la famiglia Borsellino, è un simbolo dell'antimafia. Mentre il civico 46, dove ha abitato per 25 anni la famiglia Schifani, ha una storia diversa. Partiamo dall'inizio. La Cooperativa Desio ottiene la concessione e accende un mutuo con il Banco di Sicilia. Nel 1980 consegna i primi appartamenti. Alla conservatoria risulta che Renato Schifani è socio della cooperativa Desio che gli assegna l’appartamento nel 1986 per 34,9 milioni di lire. Il presidente ha venduto l’ottavo piano solo a luglio del 2009 mentre la sorella resta proprietaria del secondo piano. Scorrendo l'elenco degli altri 33 soci assegnatari degli appartamenti troviamo cognomi noti a Palermo: Buscemi , Scarafia, Marcianò, Barbaccia.

Al quinto piano c’è l’appartamento di Vito Buscemi, arrestato per l’inchiesta mafia-appalti nel 1993 e condannato a 3 anni e 3 mesi di carcere. Secondo gli investigatori Vito era legato ai cugini più famosi processati per il tavolino tra impresa, mafia e politica e per le stragi di Capaci e via D’Amelio. Vito Buscemi è entrato in galera nel gennaio del 2007 e ne è uscito nell’aprile scorso. In un rapporto del 1993 il capitano del Ros Sergio De Caprio, alias Ultimo, segnala al pm Ilda Boccassini: “Buscemi Vito è detenuto per una serie di vicende che dimostrano la partecipazione del gruppo imprenditoriale collegato a Totò Riina nella gestione irregolare degli appalti pubblici”. Poi l’uomo che ha arrestato Riina aggiunge: “Buscemi risiede in via D’Amelio 46 e pertanto ha la possibilità di disporre in loco di soggetti di assoluta fiducia”. Ergo, sempre per Ultimo, era “accertata la possibilità da parte della famiglia Buscemi di svolgere una funzione di supporto logistico nelle aree interessate aIle stragi”. Effettivamente il palazzo della Desio vede quello di Borsellino dal quale è separato da un campo verde, il fondo Marasà. L’intuizione di Ultimo è solo una suggestione che nessuno ha mai sviluppato. “Il Fatto Quotidiano” ha chiesto a Gaetano Giambra e Francesco Sanfilippo, ex

soci e assegnatari della Desio

(come Buscemi e Schifani), di raccontare la storia del palazzo di via D’Amelio 46. Secondo i due anziani condomini: “il palazzo è stato costruito da Gaetano Sansone”. La circostanza non è secondaria: Sansone è stato arrestato nel 1993 e condannato per mafia perché curava la latitanza di Totò Riina, arrestato in una villetta di via Bernini.

Continuando a spulciare gli archivi si scopre poi che tra i soci della cooperativa Desio ci sono Agostino Gioeli e Francesco Barbaccia, due cognati di Salvatore Sansone, arrestato con il fratello Gaetano nel 2000 e poi assolto. In quell’indagine Francesco Barbaccia fu intercettato casualmente mentre parlava con i Sansone e i pm chiesero (ma non ottennero) la sua sorveglianza speciale. Non basta. Tra i soci della Desio che hanno avuto un appartamento come Schifani troviamo Claudio Scarafia, un costruttore che nel 2000 è stato coinvolto nell’indagine sui Sansone e che nell’ordinanza del Gip era considerato una sorta di prestanome di un boss di prima grandezza: Francesco Bonura, arrestato nel 2006 come come capomandamento di Palermo centro. Non basta. Tra i soci-assegnatari della Desio c’era anche un cugino (morto da pochi mesi) dei fratelli Vincenzo e Giovanni Marcianò, arrestati per mafia perché considerati i capi del mandamento di Boccadifalco. “Il Fatto Quotidiano” ha cercato ieri senza successo Renato Schifani per un chiarimento. A persone vicine al suo staff però il presidente ha detto: “è stato mio padre, che abitava lì, a segnalarmi che una persona aveva rinunciato a comprare quell’appartamento. Così sono diventato socio e ho preso il mutuo per comprare e stare vicino a mio padre. Ma non ho mai fatto vita sociale nella Desio. Era solo una cooperativa edilizia”. Nel 2002 l’avvocato Schifani ha difeso la cooperativa Desio davanti ai giudici amministrativi . Il presidente della società è sempre Pietro Gambino. Schifani ha dichiarato: “dal 2001 ho lasciato completamente la professione di avvocato e faccio solo il politico”. Per la Desio ha fatto un’eccezione.

“B. si difenda nel processo e dal processo” E nel Pd scoppia la grana Letta

Dal Quotidiano Il Fatto Quotidiano
del 1 dicembre 2009

di Alessandro Ferrucci e Antonella Mascali
(Giornalisti)


Tocchi l’articolo, muta la sostanza. Sembra un semplice problema semantico, figlio del caposcuola della materia, Ferdinand de Saussurre. È, al contrario, il campanello d’allarme scattato ieri dopo l’intervista rilasciata al Corriere della Sera da Enrico Letta, vicesegretario del Pd, dopo un incontro con il presidente Giorgio Napolitano e il leader del Pd: “Come ha detto Bersani, consideriamo legittimo che, come ogni imputato, Berlusconi si difenda nel processo e dal processo. Certo legittimo non vuol dire né opportuno, né adeguato al comportamento di uno statista...”. Questa la parte “incriminata”; “nel” e “dal”: gli articoli che hanno fatto diventare paonazzi molti dei vertici del Partito democratico, giuristi e magistrati. Vista anche la (non) precisazione dello stesso segretario: “Ci si può difendere nel processo e dal processosecondo le norme vigenti – spiega Pier Luigi Bersani –, alle quali si possono attenere tutte le persone, incluso il premier che non va in udienza se ha altro da fare e se i giudici accettano i motivi dei suoi impegni”. Quindi ecco la nuova querelle con l’Idv: “Non so se è solo un’ingenuità o qualcosa di più pericoloso – interviene Antonio Di Pietro –, ma questa è un’affermazione grave, che mette a rischio la possibilità di alleanze”. “Di Pietro monta una polemica sul nulla – risponde Letta –. Ribadisco quello che ho detto: penso che sia inopportuno ma legittimo che Berlusconi, come qualunque imputato, usi gli strumenti della legislazione vigente per difendersi”. Tradotto può voler dire certificati, agenda istituzionale per impegni improrogabili nell’esercizio delle sue funzioni, influenze o malattie varie, insomma “legittimi impedimenti”. Così ecco lo sbandamento nel Pd: “Ci si dovrebbe difendere nei processi. Quella di difendersi dai processi è una brutta abitudine che stanno prendendo molti altri oltre al presidente del Consiglio. E comunque un conto è rinviarli quanto più è possibile, altro è pretendere di avere delle immunità diverse da tutti gli altri”, spiega il senatore del Pd Gerardo D’Ambrosio. Magari con il legittimo impedimento. “Tutti – sottolinea Felice Casson – devono difendersi nei processi e qualsiasi provvedimento che preveda altro, solo per qualcuno, è palesemente incostituzionale”.

Per il vicepresidente dell’Anm, Gioacchino Natoli, già pm del processo a Giulio Andreotti “difendersi nel processo è legittimo, lecito, opportuno e degno di un paese civile. Difendersi dal processo, invece, assume una valenza di tipo diverso, soprattutto se questa difesa dal processo viene assunta da chi ha la responsabilità di rappresentare il paese, per l’effetto di imitazione che può indurre nel comune cittadino”. E ancora: “Ovviamente un partito è libero di assumere la posizione che ritiene giusta su tutto, ci mancherebbe altro. Fermo restando che l’assunzione di una posizione, rispetto a una materia così delicata, come la scelta di porre in essere eventuali ostacoli al corretto fluire del processo, comporta un’oggettiva assunzione di responsabilità agli occhi dei cittadini e

degli elettori”.

Già, si parla di processi a potenti , ed esce il nome del “ Divo”: è quasi un’equazione. Così è lo stesso con il professor Stefano Rodotà: “Andreotti si è presentato in aula, ogni volta: lui si è difeso nel processo. Rispetto al ‘dal’ rimango molto colpito, direi basito: è una formula che legittima ogni cittadino a evitare il tribunale”. Quindi il costituzionalista Michele Ainis: “Facciamo un esempio, prendiamo il Fisco: cosa vuol dire difendersi da lui? Semplice, non pagare i contributi. Allo stesso modo per il processo, vuol dire evitarlo. Purtroppo un’altra volta la politica ha utilizzato un’espressione infelice per manifestarsi”. Qualche interrogativo anche per Debora Serracchiani: “Di professione faccio l’avvocato – spiega – e dunque so bene che chi è imputato considera il processo una minaccia in sé. Penso che dovrebbe essere non solo suo dovere di uomo pubblico ma anche suo interesse personale sgombrare tutti i dubbi e cercare un’assoluzione piena. E ciò può accadere solo “in” un processo”.

SCENDILETTA

Dal Quotidiano Il Fatto Quotidiano
del 1 dicembre 2009

di Marco Travaglio
(Giornalista)


L’elettore del Pd, si sa, è nato per soffrire. Ma non è dato sapere quale peccato mortale, o addirittura originale, debba espiare per meritarsi questo martirio quotidiano. Martedì scorso è costretto a sorbirsi a Ballarò le elucubrazioni di Luciano Violante, responsabile Istituzioni del Pd: i processi a Berlusconi creano un conflitto insanabile fra “democrazia e legalità”, ergo bisogna regalargli uno scudo costituzionale in cambio del ritiro del “processo breve” (così il Cavaliere eviterà di andare a sbattere con l’ennesima legge incostituzionale e godrà di un’impunità a prova di bomba, prevista addirittura in Costituzione). I cinque giorni di silenzio di Bersani fanno ben sperare il povero elettore. Invece domenica, intervistato da Repubblica, Bersani sposa la linea Violante: “Il governo ritiri il provvedimento che cancella i processi e si apra un confronto parlamentare a partire dalla bozza Violante… In quel contesto si possono affrontare anche le questioni del rapporto sistemico tra esecutivo, Parlamento e magistratura. Il problema della magistratura c’è e non ha trovato un punto di equilibrio in tutti questi anni”. La legge è uguale per tutti, un bel guaio, occorre rimediare. Quanto al NoBDay di sabato, bontà sua, Bersani autorizza “militanti e dirigenti” a partecipare. Magari mascherati da Arlecchino, Brighella e Colombina. Intanto il premier accusa i magistrati di volere la “guerra civile” e Napolitano zittisce i magistrati. Violante, demolito da Barbara Spinelli sulla Stampa, risponde che, “mentre tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge”, qualcuno è più uguale degli altri: “Gli eletti alle massime cariche dello Stato possono essere esentati dalla responsabilità penale o, in modo assoluto, per determinati reati, o, a tempo, sino a quando rivestono una carica politica. E’ la prevalenza del principio democratico sul principio di legalità”. Siccome nessuno chiama l’ambulanza per portarlo via, l’elettore comincia a domandarsi che differenza passi fra Pdl e Pd, a parte la elle. La risposta la dà ieri il vicesegretario Pd Enrico Letta al Corriere della Sera. L’organo dell’inciucio, che spende un capitale per reclamizzare la propria indipendenza mentre pubblica editoriali degni del Giornale e del Predellino, chiede per la penna di Sergio Romano una nuova “forma di immunità” per Berlusconi. Le accuse di mafia sembrano (a Sergio e a Silvio) “poco plausibili” e tanto basta: chissenefrega se sono vere o false. Mettiamoci una pietra sopra e lasciamoci governare da un possibile amico della mafia visto che “ha una consistente maggioranza”. Anziché domandare a Romano se gli capiti mai di arrossire mentre scrive certe scempiaggini, il piccolo Letta dice che “il grido d’allarme di Romano è condivisibile” e che “mai le forze politiche sono state tanto vicine a un’intesa sul merito delle riforme” con il noto statista che accusa i giudici di “guerra civile”. Dopodiché il Lettino giura che il Pd si guarda bene dal “cercare scorciatoie per far cadere il governo e liberarsi di un Berlusconi che non è un ‘ingombro’”. Quella è roba da oppositori e lui, modestamente, non lo nacque. Poi spiega che, dopo un colloquio al Quirinale con Bersani e Napolitano, “il Pd non opporrà obiezioni al ricorso al legittimo impedimento”. Anzi, dice Enrico scavalcando lo zio Gianni, “consideriamo legittimo che, come ogni imputato, Berlusconi si difenda nel processo e dal processo”. Insomma “l’opposizione si attiene a quanto detto dal capo dello Stato”. Notiziona: il Pd delega a Napolitano la guida dell’opposizione e, dopo averlo incontrato, autorizza il premier a fuggire illegalmente dai processi “come ogni imputato” (è noto infatti che ogni imputato, tipo i marocchini imputati di spaccio di hashish, possono sottrarsi alle udienze, impegnati come sono a Dubai o al Consiglio dei ministri). A questo punto ben si comprende la riluttanza dei vertici Pd a partecipare al NoBDay. Gli elettori potrebbero riconoscerli.

Mafia, 83 arresti e 220 milioni sequestrati convolti direttori di banca e professionisti

Dal Quotidiano La Repubblica
del 1 dicembre 2009

di Roberto Leone
(Giornalista)


BARI - Un tesoro da 220 milioni di euro. Società che riciclavano capitali sporchi, e poi tanti nomi di insospettabili: avvocati, bancari, amministratori pubblici. Quasi cento persone coinvolte nella piovra fotografata nell'ordinanza dei giudici baresi, notificata oggi anche a vecchie conoscenze della criminalità pugliese come il boss di Japigia Savinucci Parisi e il suo rivale di sempre Antonio Dicosola. Un'operazione storica dicono in procura, tanto che per illustrarne i risultati, a fianco del procuratore capo di Bari Antonio Laudati, è arrivato anche Piero Grasso, capo della Direzione nazionale antimafia.

Emerge - affermano i magistrati - il vero volto della mafia pugliese. Per la prima volta - viene fatto rilevare - l'indagine "fotografa" il coinvolgimento di persone della Bari bene in indagini sulla criminalità organizzata. A sostegno di questa ipotesi accusatoria vi sarebbero non solo intercettazioni telefoniche e ambientali, ma anche filmati video ritenuti dagli inquirenti particolarmente significati.

Una dei capitoli più importanti è quello del riciclaggio, attraverso società che facevano da paravento. Come la 'Paradisebet limited' di Londra che - secondo l'accusa - dal febbraio 2001 ad oggi ha fatturato milioni di sterline raccogliendo scommesse (come pubblicizzato dalla stessa società nel sito web) in molti Stati, tra cui Cina, Australia, Stati Uniti, fino ai Paesi dell'Europa dell'Est e in Italia. Nel nostro Paese - secondo la procura antimafia - la società, costituita da affiliati al clan Parisi, raccoglie da anni scommesse su primari eventi sportivi, primi tra tutti calcio, tennis, Formula uno, motomondiale, sci alpino, basket, rugby e football americano. La Paradisebet era già stata al centro di indagini della Dda di Bari conclusesi nel novembre 2007 con una imputazione nei confronti di nove indagati accusati di aver costituito e preso parte a un'associazione per delinquere finalizzata all'esercizio delle scommesse clandestine in Italia.

In totale i destinatari dei provvedimenti restrittivi sono 83 persone (53 sono state poste in carcere, 30 ai domiciliari): tra questi figura anche il capoclan barese 'Savinucciò Parisi, assieme a suoi luogotenenti e gregari, e il boss Antonio Di Cosola, egemone dell'omonimo clan contrapposto agli Strisciuglio.

Parisi, tornato il libertà da qualche tempo dopo aver scontato in carcere una pena definitiva, è ritenuto da anni dagli inquirenti il capo carismatico di una frangia della mafia barese attiva soprattutto nel rione Japigia di Bari che nei primi anni Novanta era il market della droga.

Nell'indagine del nucleo di pt della Guardia di finanza di Bari sono coinvolti anche amministratori d alcuni Comuni del barese e professionisti. I primi sono indiziati di aver rilasciato autorizzazioni amministrative per favorire l'attività imprenditoriale apparentemente lecita del clan Parisi, gli altri di aver offerto la propria consulenza per favorire gli affari illeciti del boss.

La nascita di Forza Italia e le bugie del Cavaliere

Dal Quotidiano La Repubblica
del 1 dicembre 2009

di Giuseppe D'Avanzo
(Giornalista)


FORZA ITALIA nasce nel 1993, da un'idea covata fin dal 1992. Non c'è dubbio che già nell'aprile del 1993 - quindi alla vigilia della prima ondata delle stragi di mafia di via Fauro, Roma (14 maggio), via dei Georgofili, Firenze (27 maggio) - è matura la volontà di Berlusconi di "mettersi alla testa di un nuovo partito".

In luglio - in parallelo con la seconda ondata di bombe, via Palestro, Milano, 27 luglio; S. Giorgio al Velabro, S. Giovanni in Laterano, Roma, 28 luglio - si mette a punto il progetto politico che diventa visibile in settembre e concretissimo in autunno. E' una cronologia pubblica, quasi familiare, documentata da testimoni al di sopra di ogni sospetto. Dagli stessi protagonisti. Addirittura da atti notarili. Se è necessario ricordarla, dopo sedici anni, è per le sorprendenti parole di Silvio Berlusconi. Dice il presidente del Consiglio a Olbia: "Mi accusano di cose mai viste. Dicono che io sia il mandante delle stragi di mafia del '92 e '93; che avrei orchestrato insieme a Dell'Utri per destabilizzare il Paese. E' una bufala visto che Forza Italia non era ancora nata e nacque solo un anno dopo quando diversi sondaggi mi avevano detto che c'era un spazio politico per evitare che finissimo in mano ai comunisti" (il Giornale, 29 novembre).

"La pianificazione dell'operazione politica di Berlusconi cominciò nel giugno 1993, subito dopo la vittoria dei partiti di sinistra alle elezioni amministrative, e già a fine luglio se ne cominciarono a scorgere le prime, anche deboli, avvisaglie pubbliche", scrive Emanuele Poli (Forza Italia, strutture, leadership e radicamento territoriale, il Mulino).

Il 28 luglio, intervistato da Repubblica, Berlusconi invoca "la necessità di una nuova classe dirigente" e rivela che, in quelle settimane, "sta incontrando in varie città d'Italia chiunque condividesse i "valori liberaldemocratici" e credesse nella libera impresa". Nello stesso giorno, intervistato dal Corriere della Sera, Giuliano Urbani, docente di Scienza della politica alla Bocconi, svela i suoi incontri con intellettuali, opinionisti, imprenditori di Confindustria che condividono le preoccupazioni "per una replica su scala nazionale della vittoria delle sinistre alle amministrative". In segreto, Berlusconi e Urbani già lavorano insieme.

Il loro progetto politico diventa pubblico il 29 giugno, quando molti uomini vicini a Berlusconi (Marcello Dell'Utri, Cesare Previti, Antonio Martino, Mario Valducci) costituiscono l'"Associazione per il buon governo" presso lo studio del notaio Roveda a Milano. Le nove sezioni tematiche dell'Associazione raccolte in un libretto ("Alla Ricerca del Buongoverno") diventano il "riferimento ideologico" dei nascenti club di Forza Italia. Il 6 settembre, Berlusconi ne inaugura il primo. Il 25 novembre viene fondata a Milano da Angelo Codignoni, ex direttore di La Cinq, il network francese di Fininvest, l'"Associazione nazionale del Club di Forza Italia".

Questa è la storia ufficiale, verificata dai politologi. Se ne può mettere insieme un'altra con le testimonianze dirette, che sono mille e una. Ne scegliamo qui soltanto tre. La prima è di Indro Montanelli(L'Italia di Berlusconi, Rizzoli). "Il 22 giugno del 1993, Urbani espone le sue tesi a Gianni Agnelli, che ascoltò con attenzione limitandosi a dire: "Ne ha parlato con Berlusconi?". Il 30 del mese Urbani si trattenne alcune ore a villa San Martino ad Arcore. Le idee che espose erano idee che il Cavaliere già rimuginava. Sta di fatto che, a distanza di un paio di giorni, Berlusconi convocò Gianni Pilo, direttore del marketing in casa Fininvest. Pilo doveva accertare quali fossero i "sogni" degli italiani: il che fu fatto tramite due istituti specializzati in sondaggi d'opinione. Qualche settimana più tardi Pilo ebbe un istituto demoscopico tutto suo mentre Marcello Dell'Utri gettava le fondamenta d'una struttura organizzativa su scala nazionale". Quindi, i primi sondaggi sono del '93 e non del '94.

Il secondo testimone diretto è Enrico Mentana, che retrodata al 30 marzo "il primo indizio chiaro della volontà di Berlusconi" di creare un partito. Quel giorno, consueta riunione mensile ad Arcore dei responsabili della comunicazione del gruppo. Ci sono Berlusconi, il fratello Paolo, Letta, Confalonieri, Dell'Utri e Del Debbio di Publitalia, l'amministratore delegato Tatò, i direttori dei periodici, Monti (Panorama), Briglia e Donelli (Epoca), la Bernasconi e la Vanni dei femminili, Orlando il condirettore de il Giornale, Vesigna (Sorrisi e Canzoni). E poi i televisivi, Costanzo, Ferrara, Fede, Gori, Mentana, direttore del Tg5. Che cita (Passionaccia, Rizzoli) il verbale della riunione: "Ad avviso di Silvio Berlusconi, l'attuale situazione è favorevole come non mai per chi provenendo da successi imprenditoriali voglia dedicare i propri talenti al governo della cosa pubblica. Non nasconde che gli viene una gran voglia di mettersi alla testa di un nuovo partito". Cinque giorni dopo, la decisione è presa. Lo racconta il terzo testimone, Enzo Cartotto, ghost writer di Giovanni Marcora e Piero Bassetti, prima di diventare consigliere politico di Berlusconi e Dell'Utri.

I ricordi di Cartotto si possono ricavare dall'interrogatorio reso alla Procura di Palermo il 20 giugno 1997 e da un suo libro Operazione Botticelli.
"Nel maggio-giugno 1992 sono contattato da Marcello Dell'Utri perché vuole coinvolgermi in un progetto. Dell'Utri sostiene la necessità che, di fronte al crollo degli ordinari referenti politici del gruppo, Fininvest "entri in politica" per evitare che un'affermazione delle sinistre possa portare il gruppo Berlusconi prima a un ostracismo e poi a gravi difficoltà. Dell'Utri mi fa presente che questo suo progetto incontra molte difficoltà nel gruppo e, utilizzando una metafora, mi dice che dobbiamo operare come sotto il servizio militare, e cioè preparare i piani, chiuderli in un cassetto e tirarli fuori in caso di necessità. Dell'Utri mi invita anche a sostenere questa sua tesi presso Berlusconi, con il quale io coltivo da tempo un rapporto di amicizia. Successivamente a questo discorso, comincio a lavorare presso gli uffici della Publitalia. (...) Partecipo a un incontro tra Berlusconi e Dell'Utri, nel corso del quale Berlusconi dice espressamente a Dell'Utri e a me di non mettere a conoscenza di questo progetto né Fedele Confalonieri, né Gianni Letta. Dall'ottobre 1992 in poi, mi occupo di contattare associazioni di categoria ed esponenti del mondo politico dell'area di centro e il risultato del sondaggio fu che tutte queste forze sentono fortemente la mancanza di un referente politico. Si arriva quindi all'aprile del 1993, quando Berlusconi mi dice che aveva la necessità di prendere una decisione definitiva su ciò che si deve fare perché le posizioni di Dell'Utri e Confalonieri gli sembrano entrambe logiche e giuste, e lui non è mai stato così a lungo in una situazione di incertezza. Che devo fare?, mi chiede Berlusconi. Confessa: "A volte mi capita perfino di mettermi a piangere, quando sono sotto la doccia e sono solo con me stesso. Non so veramente come venirne fuori". Mi dice che, per prendere una decisione, quella sera ad Arcore, ha chiamato Bettino Craxi. Alla riunione partecipiamo soltanto noi: io, Craxi e Berlusconi. (...) Dice Craxi: "Bisogna trovare un'etichetta, un nome nuovo, un simbolo che possa unire gli elettori che un tempo votavano per il pentapartito. Io sono convinto che, se tu - Silvio - trovi una sigla giusta, con le televisioni e con le strutture aziendali di cui disponi puoi riuscire a recuperare quella parte di elettorato che è sconvolto, confuso ma anche deciso a non farsi governare dai comunisti e dagli ex comunisti". (...) "Bene - dice Silvio - so quello che devo fare. E' deciso. Adesso bisogna agire da imprenditori. Chiamare gli uomini, comunicare la decisione. Adesso bisogna dirlo a Marcello (Dell'Utri), perché mi metta attorno persone che mi possano accompagnare. Bisogna fare quest'operazione di marketing sociale e politico. Va bene, allora andiamo avanti, procediamo su questa strada, ormai la decisione è presa".

E' il 4 aprile 1993. Quel giorno - è domenica, piove, fa freddo come in inverno - può essere considerato il giorno di nascita di Forza Italia. Perché il Cavaliere vuole farlo dimenticare?

Non è una novità, in Berlusconi, l'uso politico e sistematico della menzogna. In questo caso egli nega la realtà, la sostituisce con una menzogna per liberarsi di un sospetto - fino a prova contraria, soltanto una coincidenza - sollecitato dal sincronismo tra le sue mosse politiche e la strategia terroristica di Cosa Nostra. E' una contemporaneità che i mafiosi disertori dicono combinata. Se c'è stata intesa o collaborazione, non ha trovato per il momento alcun attendibile, concreto conforto. Confondere le cose, eclissare fatti da tutti conosciuti, appare a Berlusconi la migliore via d'uscita dall'imbarazzante angolo. E' la peggiore perché destinata a rinvigorire, e non a sciogliere, i dubbi. Un atteggiamento di disprezzo per la realtà già non è mai moralmente innocente. In questi casi, la negazione della realtà - al di là di ogni moralistica condanna - finisce per mostrare il bugiardo corresponsabile di una colpa. Che bisogno ne ha Berlusconi, quando raccontando la verità dei fatti può liberarsi di quella nebbia? Perché non lo fa? Qual è la ragione di questa fragorosa ultima menzogna, in un momento così delicato per il Cavaliere?

Il flop delle confische ai mafiosi "Inutilizzato il 75% dei beni"

Dal Quotidiano La Repubblica
del 1 dicembre 2009

di Alberto Custodero
(Giornalista)


ROMA - Un'azienda su tre sequestrata alla mafia fallisce. Su 8933 immobili confiscati alla criminalità organizzata in gran parte in Sicilia, Campania e Puglia, poco più del 50 per cento (5407, per un valore di 725 milioni di euro) è stato assegnato dal 1996 a oggi ai comuni o allo Stato, trasformati in un bene utile per la società. Della restante parte (3526 immobili), il 75% resta per anni bloccata al Demanio con un costo enorme per la collettività (anziché un vantaggio), incagliata da "criticità", ipoteche, occupazioni abusive, pignoramenti e cause giudiziarie intentate dai proprietari mafiosi e dai loro prestanome.

Mentre la maggioranza propone in Finanziaria un emendamento per alienare i beni sottratti alla criminalità organizzata, il commissario straordinario dei beni confiscati alle mafie, il magistrato Antonio Maruccia, presenta al consiglio dei Ministri la sua relazione annuale, dalla quale emerge con tutta evidenza la criticità del problema. Il caso più emblematico è quello di un immobile confiscato a Torchiarolo, in provincia di Brindisi, nel 1995, ma occupato per quasi 15 anni dal proprietario in odor di mafia. Solo a fatica il bene è stato liberato e assegnato a una cooperativa di giovani. Il caso più paradossale, però, è quello dei terreni sequestrati a Dante Apicella, boss dei Casalesi, a Castelvolturno (provincia di Caserta), e affittati dal Demanio - contro il parere dei sindaci - ad Acli Terra Campania. Ebbene, la locazione è stata revocata "in quanto - scrive Maruccia - il presidente della Acli, poi arrestato, aveva avuto contatti proprio con la Camorra". Analogo problema per un altro immobile confiscato nel Casertano, a Casapesenna, che non ha rispettato le finalità sociali previste dalla legge sui sequestri dei beni alla mafia: anziché essere destinato alla Casa degli anziani, è stato affittato alla Banca di Bari.

Come fare dunque a risolvere l'impasse dei 3526 immobili, case, palazzi, ville e poderi confiscati grazie alla legge "Rognoni -La Torre", ma congelati anche da 25 anni nella gestione del Demanio a causa di mille cavilli giudiziari? E come risolvere pure il problema delle aziende mafiose, "visto che una su tre - scrive Maruccia - risulta già in liquidazione o fallita prima della confisca definitiva"? Maggioranza e opposizione propongono soluzioni diametralmente opposte.
Il governo, si diceva, vorrebbe alienare parte dei beni confiscati, col rischio che tornino ai proprietari iniziali, cioè ai mafiosi. Il capogruppo pd all'Antimafia, Laura Garavini - riprendendo la proposta del dottor Maruccia - replica lanciando "l'istituzione dell'Agenzia Nazionale per i beni sequestrati per assicurare la proficua gestione e la restituzione delle ricchezze sottratte alla mafia attraverso il loro effettivo, e soprattutto rapido, riutilizzo sociale e istituzionale. Risultati, questi, che il Demanio nei fatti non è stato in grado di garantire". "L'attuale commissario straordinario, del resto - osserva ancora l'onorevole Garavini - pur avendo ottenuto notevoli risultati, lavora a legislazione invariata e senza poteri speciali".

Il magistrato Maruccia, conclude la sua relazione presentando al governo il conto: il costo dei progetti per restituire alla società i beni confiscati ai mafiosi. Ecco alcuni esempi: trasformare le palazzine sequestrate ai boss della 'ndrangheta Piromalli, a Gioia Tauro, in un comando Compagnia dei carabinieri, costerà un milione e 800 mila euro. È di 55 mila euro il prezzo della "Bottega dei sapori" che sorgerà a Corleone, nella masserizia che fu di Bernardo Provenzano, nella quale assaggiare prodotti coltivati sulle terre tolte alla mafia. A Lentini, infine, in provincia Siracusa, 3 milioni di euro sono stati stanziati per creare sui terreni di Cosa nostra la "fattoria della legalità Casa nostra", che produrrà "grano duro, arance rosse bio, olive e latte". Il tutto, a sostegno "delle attività didattiche per lo sviluppo di un turismo rurale".

Mafia, arrestati 11 affiliati a Provenzano

Dal Quotidiano La Repubblica edizione di Palermo
del 1 dicembre 2009

di Salvo Palazzolo
(Giornalista)


Simone Castello, il tesoriere di Bernardo Provenzano, si era trasferito in Spagna dopo essere uscito dal carcere. E da Murcia, centro commerciale e industriale, sarebbe tornato a gestire i segreti finanziari del capo di Cosa nostra ormai in cella dal 2006.

I poliziotti della Guardia Civil l’hanno bloccato questa notte in esecuzione di un mandato d’arresto europeo. Da mesi, i carabinieri del Reparto Operativo di Palermo seguivano le tracce di Castello: dalla Spagna, dove ufficialmente lavorava per una società che si occupa di import-export di frutta e ortgaggi, era in costante contatto con la sua Bagheria. Attraverso un gruppo di fidati imprenditori, il manager di Cosa nostra stava cercando di vendere alcune società formalmente intestate a prestanome. Altre indagini, condotte dalla squadra mobile di Palermo, hanno individuato la rete di favoreggiatori su cui Castello e Provenzano potevano contare a Bagheria.

Nel blitz scattato fra la Spagna e Palermo sono finite in carcere 11 persone. Assieme a Castello, il cognato Massimiliano Ficano, 34 anni; il nipote, Luciano Castello, 35 anni; Dario e Giuseppe Comparetto, di 27 e 33 anni; Leonardo Ficano (il padre di Massimiliano), 67 anni; Emanuele Giovanni Leonforte, 39 anni; Stefano Lo Verso, 48 anni; Cristofaro Morici, 56 anni, Onofrio Morrreale, 44 anni; Francesco Pipia, 52 anni.

Fra gli ultimi affari della cosca di Bagheria, anche l’imposizione del pizzo sulla costruzione delle tombe nel cimitero della vicina Ficarazzi. Il racket del “caro estinto” prevedeva la classica tassa del tre per cento sui lavori. Ma in tempi di crisi, date le insistenze degli imprenditori, i boss facevano uno sconto. Così hanno ascoltato gli investigatori nel corso delle intercettazioni: “ Quante sono queste tombe, novanta? – esordiva Ficano - Sono trecentosessantamila euro, mettiamo al tre per cento sono diecimila euro, lui gli ha fatto fare lo sconto di altri mille euro, se io parlo con chi devo parlare mi fate fare brutta figura per cinquemila euro? Gli ho detto le faccio fare metà a Natale e metà a Pasqua”.

Le indagini erano partite già prima dell’arresto di Provenzano. Nel 2005, i sostituti procuratori Michele Prestipino e Marzia Sabella avevano orientato le ricerche del capo di Cosa nostra latitante da 40 anni su Corleone, ma tenevano comunque sotto controllo i movimenti della cosca di Bagheria, storica roccaforte del padrino latitante. E in effetti, il giorno dopo il blitz della polizia che portò Provenzano in manette, i mafiosi bagheresi ricordavano di quando erano stati loro a gestire la latitanza del capo. Non sospettavano di essere intercettati e parlavano in libertà: si vantavano di non essere stati mai scoperti, e si chiedevano se quella macchina da scrivere trovata nel covo di Corleone fosse quella che loro avevano donato a Provenzano.

Nella richiesta di arresto per gli 11 boss, che porta anche la firma del pm Adriana Blasco, sono ricostruiti soprattutti gli ultimi affari di Castello, oggi sessantantenne, personaggio da sempre poliedrico: dal passato di attivo militante del Partito Comunista a grande elettore corteggiato da alcuni esponenti siciliani di Forza Italia, e intanto postino dei pizzini di Provenzano, e suo manager di fiducia. L’ordinanza di custodia del gip Piergiorgio Morosini che riporta Castello in cella ha disposto anche il sequesto di una sua società di import-export di frutta, che ha sedi a Bagheria e nel Ragusano.

“Purtroppo, accade ormai troppo di frequente che dopo il carcere i mafiosi tornino a gestire gli affari dell’organizzazione – dice il colonnello Teo Luzi, comandante provinciale dei carabinieri di Palermo – la nostra attenzione resta comunque costante. Cosa nostra continua ad avere una grande capacità di ricambio dei suoi vertici”.