mercoledì 2 dicembre 2009

Quando Silvio invocava i processi e Bettino sibilò: “Anche i suoi?”

Dal Quotidiano Il Fatto Quotidiano
del 2 dicembre 2009

di Francesco Bonazzi
(Giornalista)


Una volta, di fronte a Silvio Berlusconi neo-premier che invocava “la celebrazione dei processi”, a Bettino Craxi scappò una battuta fulminante: “Anche i suoi?”. Suo figlio Bobo, ex sottosegretario agli Esteri nell’ultimo governo Prodi, ha accettato di rispondere alle domande del “Fatto” sulla nascita di Forza Italia. E di fronte alle nuove inchieste di Milano ha una posizione “laica”: “Mi sembrano comunque un segno positivo, come la voglia di sobrietà che c’è nel Paese”.

Allora, davvero il 4 aprile del 1993 Craxi incitò Berlusconi a creare un nuovo contenitore politico, in grado di attirare gli ex elettori del pentapartito?

Questa è la ricostruzione contenuta nei libri di Ezio Cartotto, che oggi viene rimessa in circolazione per affermare una qualche primogenitura di Bettino Craxi sulla nascita di Forza Italia. Per quanto ricordo io, Forza Italia è stata solo il frutto del suo fondatore unico. Quindi ci può stare, a distanza di anni, di sostenere che mio padre non scoraggiò Berlusconi. Ma non era affatto convinto che avrebbe avuto successo, e in questo caso devo dire che la sua previsione politica si è poi rivelata errata. E poi guardi che Forza Italia non è spuntata dal nulla. Prima c’è stato tutto un clima favorevole alla sua nascita.

C’è stata Mani Pulite, a partire dal ’92. Le televisioni di Berlusconi cavalcarono ampiamente quella stagione e forse suo padre si sentì tradito dall’amico Silvio

Non parlerei di tradimento, ma di colpevole inerzia e di opportunismo. Nel Paese stava crescendo un clima anti-partiti e c’era la sensazione diffusa che le inchieste di Tangentopoli godessero di un ampio consenso popolare. A parziale difesa della Fininvest, va detto che all’epoca non era neppure lontanamente immaginabile un qualche equilibrio di potere, anche mediatico, tra le ragioni dell’accusa e quelle della difesa, e quindi cavalcarono l’onda montante.

I telegiornali dell’epoca però se li ricorda. Non erano quelli berlusconiani a tirare la volata ai Pm?

Me li ricordo eccome. La Rai per sua natura è più graduale nei suoi spostamenti, e anche in quell’occasione si mise a vento con maggior lentezza rispetto

alle tv commerciali. Giornalisti come Brosio e Pamparana divennero famosi. Ma non furono solo i telegiornali ad assecondare quel clima. La medesima aria tirava in programmi di punta come Striscia la notizia e negli show di Gianfranco Funari. Lo stesso avvenne nei settimanali della Mondadori e ricordo ancora una copertina di Sorrisi&Canzoni che diceva “Di Pietro vai avanti”.

Scusi l’insistenza, ma suo padre non si sentì tradito

dall’amico Berlusconi,

che in fondo molto gli doveva ?

Guardi, in politica il tradimento è una categoria che non esiste, quanto all’amicizia quella è un’altra cos . Certo, sino alla fine si sentì deluso. Ci sono gli interessi e la politica è anche somma di interessi e quelli del gruppo Berlusconi sono molto corposi. La Fininvest aveva ed ha rapporti con tutti, perfino con il Pci e con il Pri, che stavano all’opposizione. Insomma con Bettino Craxi c’era un rapporto di amicizia, ma non era un rapporto esclusivo.

Va bene, suo padre non si sentì tradito perché era un uomo che conosceva le regole del gioco, ma non gli scappò mai neppure una battuta sull’amico Silvio, durante Mani Pulite?

Ricordo una volta che di fronte a un Berlusconi neo-primo Ministro che invocava la celebrazione dei processi, mio padre sibilò “Anche i suoi?”. Ma a parte questo, non possiamo nasconderci il fatto che quando poi diventò lui il presidente del Consiglio, i magistrati iniziarono a prenderlo di mira. E anche questo è singolare.

Insomma, alla fine che idea si è fatto della nascita di Forza Italia? Se non è nata per motivi “politici” e su consiglio di suo padre, sarà stata creata per tutelare gli interessi di un’azienda in difficoltà come la Fininvest? Un’azienda che aveva un mare di debiti e non avendo più referenti politici in Rai rischiava di pagare a

caro prezzo la concorrenza sui palinsesti.

Sono d’accordo solo in parte con questa ricostruzione. Come ho detto prima, la politica è somma di interessi e vale anche per l’ingresso in politica di Berlusconi. Certo, lui aveva interessi da tutelare e non avendo più punti di riferimento si è esposto personalmente per creare un “cordone sanitario” per il suo gruppo. Ma io credo che Berlusconi volesse davvero fare qualcosa di politico, occupare uno spazio vuoto, e possibilmente entrare nella storia d’Italia. E gli ultimi quindici anni dimostrano che, bene o male, ce l’ha fatta. Con conseguenze spesso negative

Tra inchieste giudiziarie e litigi interni alla maggioranza, ritiene che anche la stagione di Berlusconi stia finendo?

Questo francamente credo che non possa dirlo nessuno. Siamo certamente verso il giro di boa. Berlusconi, con la sua personalizzazione della politica e il rapporto diretto con l’elettorato, mediato solo dai mezzi d’informazione, ha fatto scuola in tutto l’Occidente. Quanto alle vicende giudiziarie del premier, non voglio entrare nel merito. Però prendiamo anche solo tutto il tormentone delle ragazze.

Ecco, prendiamolo

Non sono storie che mi appassionino, però credo che abbiano risvegliato nella gente comune una certa voglia di sobrietà.

Intanto a Milano sono tornati a fioccare gli avvisi di garanzia. Solo ieri, Formigoni, Podestà e la Moratti. Per non parlare dell’inchiesta sulle bonifiche. Siamo a un passo da una nuova Tangentopoli?

Potrei dirle che stando a Roma non posso certo annusare l’aria che si respira a Milano, che comunque è fetida in tutti i sensi... Ma non voglio sottrarmi alla domanda. Siamo alla vigilia delle Regionali ed è naturale che tutta l’attenzione sia sui politici locali. In più, con la crisi economica in atto, i veri centri di spesa ormai sono le Regioni. Però credo che sia ancora presto per parlare di una nuova Tangentopoli. Le ripeto, sento che il Paese ora ha voglia di una maggiore sobrietà nei comportamenti e queste inchieste mi sembrano comunque un segno positivo.

L’ira del capo: ora basta, deve spiegare

Dal Quotidiano Il Fatto Quotidiano
del 2 dicembre 2009

di Wanda Marra
(Giornalista)


“Sono contro le intercettazioni, figuriamoci se commento i fuorionda”. Parere insolitamente sobrio quello di Giorgio Stracquadanio, tra i più fedeli pasdaran di Berlusconi. In effetti le dichiarazioni “rubate” di Fini sembrano fare più effetto di quelle pubbliche e sparigliare la guerriglia tutta interna al Pdl. Fino a che punto, resta da capire. Anche se dopo il vuoto di dichiarazioni che colpisce nel pomeriggio, il partito, attraverso il portavoce Capezzone, fa un passo avanti. I fuorionda, non si commentano, recita un comunicato, uscito da una serie di riunioni dei vertici già previste, capitate però al momento giusto, ma il Presidente della Camera a questo punto deve spiegare. “Nell’ultimo ufficio di presidenza del Pdl ci siamo espressi all’unanimità sull'utilizzo dei cosiddetti pentiti, sull'uso politico della giustizia, sul tentativo in atto di ribaltare il risultato delle ultime elezioni politiche. Quel documento per tutti noi esprime la linea di fondo del Pdl. Tocca ora al presidente della Camera spiegare il senso delle sue parole e se con quelle ragioni è ancora d’accordo". Tradotto: non andiamo dietro a conversazioni private, ma Fini deve dire se è ancora d’accordo con la linea del partito. "Tirando in ballo Mancino - dà invece voce ai sospetti il deputato del Pdl Giancarlo Lehner - Fini dimostra di sapere cose sconosciute ai comuni mortali sulle accuse di Spatuzza". Nessun commento ufficiale da parte di Berlusconi, che però secondo chi gli è vicino sarebbe “nauseato” e avrebbe oscillato per tutto il giorno tra la voglia di far esplodere la rabbia, soprattutto per il tono confidenziale usato dalla terza carica dello Stato nel criticarlo con un procuratore della Repubblica, e la consapevolezza di dover andare avanti. Tace anche il Presidente della Camera, e lascia parlare il suo portavoce Fabrizio Alfano (“Fini dice in privato esattamente quanto afferma poi pubblicamente"). Nessuna reazione alla richiesta ufficiale di chiarimento da parte del suo partito. Ma in difficoltà soprattutto i finiani. Granata si rifugia sottolineando l’”assoluta dimostrazione di coerenza” da parte di Fini”. E Della Vedova: “Se qualcuno volesse strumentalizzare le parole rubate e processare su questa base il presidente della Camera, dimostrerebbe di non avere a cuore né le sorti del governo né il futuro del Pdl". Chi prova a tirare acqua al suo mulino è Di Pietro, che si spinge a dire “prendiamo atto che anche il presidente della Camera, in privato, dice quello che l'Idv da sempre sta dicendo in pubblico”. Una provocazione che fa un certo effetto mentre cresce la distanza tra dipietristi e Pd (“Niente di nuovo”, dichiara solo Bersani). Come dire, che Fini è ormai praticamente in forza all’opposizione.

DALLE STRAGI AL “GRANDE PATTO”: IL BUCO NERO CHE INCHIODA B.

Dal Quotidiano Il Fatto Quotidiano
del 2 dicembre 2009

di Marco Lillo
(Giornalista)


Quel pentito è una bomba. Parola di Gianfranco Fini. Le parole del collaboratore di giustizia che tira in ballo Berlusconi e Dell’Utri su una presunta trattativa con Cosa nostra, per il presidente della camera “devono essere verificate”. Altro che “pentito ridicolo che lancia solo accuse infamanti”, come dice il ministro degli esteri Franco Frattini. Basta un fuori onda che riporta per una volta nel dibattito politico un lampo di verità per suscitare un vespaio in un mondo abituato alle bugie. Per la terza carica dello stato le parole di Gaspare Spatuzza, il collaboratore che parla di Berlusconi, non sono necessariamente false. A due giorni dall’audizione del pentito, il fuori onda di Fini funziona da detonatore per la “bomba atomica” che continua a ticchettare sotto la politica italiana.

Per capire perché non c’è altro modo per definire i verbali del collaboratore basta leggerli e inquadrarli nel contesto. Spatuzza non è un picciotto di mezza tacca ma il braccio destro dei boss protagonisti della stagione delle stragi al nord nel 1993: Giuseppe e Filippo Graviano. E’ lui l’uomo che ha organizzato l’ondata di sangue nel continente: Firenze (via dei Georgofili, 5 morti); Roma (basilica di San Giovanni e chiesa del Velabro) e Milano (padiglione di arte contemporanea a via Palestro, 5 morti). Quella stagione di sangue doveva servire per obbligare la politica a scendere a patti con la mafia per addolcire il regime di isolamento dei boss carcerati. Prima del grande botto finale, la strage dell’Olimpico che doveva esser-ci durante una partita a fine gennaio del 1994 e che poi saltò, Spatuzza viene convocato a Roma al bar Doney di via Veneto da Giuseppe Graviano. Il boss aveva incontrato qualcuno prima di lui e non stava nel cappotto blu dalla gioia. Racconta Spatuzza: “era euforico e gioioso. Sprizzava felicità. Di solito era controllato ed era difficilissimo che si lasciasse andare in quel modo”. Secondo Spatuzza, Graviano gli parlò della trattativa con il gruppo Berlusconi: “mi disse: ‘tutto si è chiuso bene, abbiamo ottenuto quello che cercavamo. Le persone che hanno portato avanti la cosa non sono come quei quattro ‘crasti’ (furbetti, in dialetto siciliano ndr) dei socialisti che prima ci hanno chiesto i voti e poi ci hanno venduti. Queste sono ‘persone affidabili’”. E chi sono gli interlocutori affidabili dei boss? “A quel punto”, prosegue Spatuzza, “Graviano mi fa il nome di Berlusconi e mi conferma, a mia domanda, che si tratta di quello di Canale 5; poi mi dice che c’è anche un paesano nostro e mi fa il nome di Dell’Utri. Poi mi dice che comunque occorre fare l’attentato all’Olimpico perché serve a dare il ‘colpo di grazia’ e afferma anche che ‘ormai abbiano il Paese nelle mani’”. Spatuzza, per dare credibilità alle sue affermazioni aggiunge: “effettivamente ho poi verificato che questi imprenditori sono entrati in politica però al momento del colloquio non avevo conoscenza di questo dato”. Il pentito verbalizza anche una sua deduzione: “non so come Graviano potesse essere entrato in contatto con questi personaggi. Deduco che il contatto ci fosse pensando a vicende quali la Standa” (tre super-mercati palermitani della catena, allora di Berlusconi, secondo Spatuzza, come abbiamo rivelato su “Il Fatto Quotidiano”, avevano sede in palazzi di un prestanome dei Graviano Ndr). Secondo Spatuzza, Graviano parlò di dell’Utri come di un “paesano nostro” intendendo “che non era un semplice conoscente ma una persona che, anche se non affiliata, è vicinissima a cosa nostra”.

L’obiettivo delle parole di Graviano, era convincere il suo braccio operativo dell’utilità delle stragi, per la prima volta organizzate non contro magistrati in Sicilia ma al nord e contro obiettivi civili. Spatuzza fa notare al boss: “lì non c’è c’è la ’mentalita mafiosa’”. Ma Graviano, secondo lui, replica che “le stragi non sono un suo capriccio e che egli ha un accordo politico e che le stragi devono andare avanti”. Spatuzza aveva già parlato con Graviano qualche settimana prima dell’incontro al Doney. Lui e il boss erano a Campofelice di Roccella in Sicilia. E il resoconto del boss nell’incontro romano era un aggiornamento della situazione. Come Spatuzza spiega ai pm di Firenze: “Berlusconi e Dell’Utri per quel pò che Graviano mi ha detto, e che io non sono poi andato troppo a scavare, sono i nostri interlocutori. E se a Campofelice (settimane prima ndr) c’era una trattativa, a Roma (quando ne riparlano al Doney Ndr) era chiuso tutto”. Ai pm che gli contestano la vaghezza delle parole di Graviano, il pentito offre una lezione di mafiosità: “Voglio precisare che forse puo apparire strano il fatto che questi colloqui vengano effettuati a ‘mezze frasi’. Ma queste sono le abitudini di Cosa nostra, un’organizzazione nella quale attraverso le mezze frasi si fanno i palazzi”. O si distruggono le vite e magari anche gli stati.

Fuorionda in casa pd

Dal Quotidiano Il Fatto Quotidiano
del 2 dicembre 2009

di Marco Travaglio
(Giornalista)


Dopo il fuorionda di Gianfranco Fini che, al Premio Borsellino, elogia i ragazzi di “Ammazzatecitutti” e commenta le rivelazioni dei pentiti, il Fatto è entrato in possesso di una conversazione rubata ad alcuni

dirigenti del Pd al Premio Maria Angiolillo. Massimo: “…e poi, diciamo, ci sono questi preti antimafia che ci accusano di trascurare la questione morale. Pensassero a dare le estreme unzioni come una volta, invece di impicciarsi di politica. Lo Stato è laico, diciamo”. Pierluigi: “Soccmel, sono poco riformisti, non dialogano. E poi sempre contro, sempre anti: mi sa che al nostro tavolo per il dialogo fra mafia e antimafia non ci vengono…”. Giorgio: “State buoni, se potete. E i giudici devono starsi zitti”. Massimo: “Sì, grazie nonno, adesso però lasciaci lavorare…”. Enrico: “Ora ci si mettono pure i ragazzi antimafia di ‘Ammazzatecitutti’…”. Massimo: “Li chiamerei Limortacciloro, diciamo. Sono i nipotini di Micromega, quelli che mi fecero saltare la Bicamerale. Ah i Latorre, i Velardi, i Rondolino: quelli erano ragazzi giudiziosi”. Pierluigi: “Non sono cattivi, ma soccmel, non dialogano, sono poco riformisti. Sempre lì a difendere la Forleo e De Magistris”. Massimo: “Possibile che i genitori non gl’insegnino a farsi i fatti loro e che la piazza è un brutto posto?”. Enrico: “Già fatichiamo a educare i nostri elettori al garantismo e al diritto a difendersi dai processi. E quelli ce li scatenano contro, così poi votano Di Pietro…”. Pierluigi: “Però pure tu, Enrico, soccmel. Chi te l’ha fatto fare di dire quelle cose al Corriere? Non l’hai ancora capito che i panni sporchi si lavano al Quirinale, non sul giornale?”. Enrico: “Lascia perdere, me l’ha già detto lo zio Gianni: stava andando tutto così bene, ci eravamo accordati per salvare Silvio dai processi, poi tu e Violante andate a vantarvene in piazza”. Luciano: “Già, e mica son fesso: se non andavo a dire a Ballarò che per salvare la democrazia bisogna salvare Berlusconi, il merito se lo prendeva qualcun altro. Invece l’idea è mia, il pacco a Natale spetta a me…”. Giorgio: “State buoni, se potete. E i giudici devono starsi zitti”. Massimo: “Ok, nonnetto, ora lasciaci lavorare. Ma li hai sentiti, quei facinorosi? Dicono che nessun politico è eterno. Ma parlassero per sé: io sono qui da quando avevo i calzoni corti e qua resto per i prossimi cent’anni”. Pierluigi: “Solo se Silvio resiste, soccmel! Metti che salti e arrivi Fini: e chi ci vota più senza la paura dell’uomo nero? Manco col fucile puntato alla nuca ci rivotano”. Luciano: “Mica son fesso: apposta ho proposto di immunizzare le alte cariche. Manca pure che si dimetta Silvio e ci lasci qua con le pezze al culo”. Pierluigi: “Figurati che i nostri rimpiangono persino Prodi, solo perché ha battuto Berlusconi due volte su due, soccmel”. Massimo: “Bella forza: intanto lui sta a casa e noi che abbiamo sempre perso siamo sempre qui, freschi come rose”. Enrico: “Ma come si fa con Spatuzza e Ciancimino? Parlano e i giudici li lasciano parlare…”. Massimo: “Dai retta a chi sta qua dai tempi dell’asilo. Basta fare come me quando mi han beccato al telefono con Consorte: ho lasciato il Pd a Walter per due anni in prestito d’uso, e quando la gente s’è dimenticata tutto me lo sono ripreso. Andreotti faceva così e s’è sempre trovato bene”. Enrico: “Ma si parla di trattative Stato-mafia durante le stragi”. Massimo: “Trattative, che paroloni. Si dice ‘dialogo’: vedi che suona subito meglio? A proposito: devo lasciarvi, mi vedo con Cuffaro per dialogare con l’Udc”. Giorgio: “Ecco, ragazzi, dialogo. E i giudici devono starsi zitti”. Enrico: “Veramente non osano più nemmeno respirare”. Massimo: “Fa niente. Zitti e muti a prescindere. E zitti pure voi: se no gli elettori capiscono che non siamo come Fini, che dice in privato quel che dice in pubblico. Poi vengono a cercarci a casa e ci tocca iscriverci al Popolo della Libertà”.

Pd, che brutta svolta

Dal Quotidiano Il Fatto Quotidiano
del 2 dicembre 2009

di Antonio Padellaro
(Direttore de "Il Fatto Quotidiano")


È difficile che il fuorionda di Gianfranco Fini possa peggiorare i suoi già pessimi rapporti con Silvio Berlusconi. Vedremo come giornali e giornalisti padronali (“alani da riporto” li ha definiti Eugenio Scalfari) ne approfitteranno per azzannare il presidente della Camera che ha comunque il merito di non nascondere la propria crescente disistima nei confronti del premier. Sia sotto voce che ad alta voce. Parole e comportamenti che colpiscono di più se paragonati alle parole e ai comportamenti che giungono dai vertici del Pd, da quello che cioè dovrebbe essere il principale partito dell’opposizione. Il condizionale (sull’opposizione) è obbligato dopo le oblique affermazioni di Enrico Letta, prontamente vidimate dal segretario Bersani che autorizzano Berlusconi a difendersi “dai” processi e non “nei” processi. Come dire: una sorta di licenza a scappare dai giudici quando e come meglio desidera. Una svolta sconcertante nella linea del Pd, adottata da Bersani e Letta dopo un colloquio con il presidente Napolitano e senza alcuna discussione interna. A questo punto crediamo che gli elettori del Pd abbiano diritto a più di una spiegazione e a più di una risposta. Il garantismo di nuovo conio nei confronti dell’imputato Berlusconi risponde (come sostiene il Foglio) a una esplicita richiesta del Quirinale? Esso spiana la strada a un’intesa con il Pdl sulle cosiddette riforme della giustizia: il superinciucio auspicato da Sergio Romano e Piero Ostellino sul Corriere della Sera? E’ in nome di questa conversione a U ( anzi a B.) che Bersani e il nuovo gruppo dirigente non battono ciglio di fronte a un riformatore della tempra di Renato Schifani, oggi presidente del Senato e ieri avvocato di fior di mafiosi (trascorsi leciti, per carità, ma che poco si addicono alla seconda carica dello Stato)? Del tutto pleonastico a questo punto chiedere e chiedersi come mai Bersani e il nuovo gruppo dirigente del Nazareno abbiano deciso di disertare la piazza antiberlusconiana del 5 dicembre. Insomma, cari amici del Pd, il nostro titolo di oggi su Fini capo dell’opposizione è davvero così assurdo?

Scriviamo ciò senza alcun intento polemico. Sappiamo che molti dei nostri lettori votano per il Pd. E anche chi scrive non si vergogna certo di aver partecipato con passione a tutte le primarie che da Prodi a Veltroni a Bersani hanno contribuito a radicare il nuovo partito nelle speranze di tante persone. E poiché non viviamo sulle nuvole ci rendiamo anche conto delle necessità della politica. Ma oggi nel Pd accade qualcosa che ci sfugge. E che non ci piace per niente.

Ciancimino jr e il biglietto del boss "Dell'Utri parlò con Provenzano"

Dal Quotidiano La Repubblica
del 2 dicembre 2009

di Francesco Viviano
(Giornalista)


CALTANISSETTA - Bernardo Provenzano, il capo dei capi di Cosa nostra, era in contatto diretto con il senatore Marcello Dell'Utri. Lo ha raccontato Massimo Ciancimino, figlio del defunto ex sindaco di Palermo Vito, ai giudici di Palermo e di Caltanissetta che indagano sulle stragi di Capaci e di via D'Amelio, e sulla presunta "trattativa" tra Stato e Mafia di quegli anni.

Massimo Ciancimino lo ha detto ieri ai magistrati spiegando nei dettagli il "senso" di un biglietto dattoloscritto da Bernardo Provenzano ed inviato a Don Vito Ciancimino che si trovava agli arresti domiciliari a Roma, dopo le stragi di Capaci e di via D'Amelio. "Caro ingegnere - scriveva Provenzano - ho ricevuto la "ricetta", ci dobbiamo incontrare nel solito posto, al cimitero, per chiarire alcune cose... Abbiamo parlato con il nostro amico senatore per quella questione, hanno fatto una riunione e sono tutti d'accordo".

E quell'amico senatore, secondo Massimo Ciancimino, sarebbe proprio Marcello Dell'Utri. La "ricetta" che Provenzano aveva ricevuto da Vito Ciancimino, sarebbe stata la richiesta di Cosa nostra ad alcuni esponenti politici di favorire i mafiosi in carcere ed i loro patrimoni in cambio della fine delle stragi del '92-'93 che avevano raggiunto l'apice con gli attentati di Firenze, Roma e Milano.

Ma l'ultimo "pizzino" di Provenzano inviato a Vito Ciancimino, quello relativo all'incontro con "il nostro amico senatore", sarebbe stato spedito nel 2000, ha spiegato Massimo Ciancimino, a conferma che la "trattativa" tra Stato e Mafia avviata con Riina e Provenzano e proseguita poi con i fratelli Filippo e Giuseppre Graviano, è continuata e non si sarebbe mai interrotta.

Massimo Ciancimino ha chiarito anche il significato di quel biglietto inviato al padre da Bernardo Provenzano. La "questione" avrebbe fatto riferimento al dibattito politico di quegli anni sull'amnistia e sul 41 bis, da sempre il chiodo fisso dei mafiosi in libertà che si sentivano "responsabili" del fatto che le stragi compiute avevano indotto lo Stato ad assumere provvedimenti restrittivi. Appunto il 41 bis. Il pentito Gaspare Spatuzza, ha chiamato in causa Berlusconi e Dell'Utri come "referenti" dei boss Giuseppe e Filippo Graviano: certe scelte, del resto, avevano provocato grandi polemiche all'interno delle carceri da parte dei detenuti che non condividevano la strategia stragista di Cosa nostra.

Adesso, rompendo ogni indugio e abbandonando le paure di "parlare di persone importanti", Massimo Ciancimino ha svelato che Bernardo Provenzano si riferiva proprio a Marcello Dell'Utri. Non solo. Massimo Ciancimino ha svelato anche alcuni affari dei mafiosi con lo stesso esponente del Pdl: investimenti dei boss mafiosi Buscemi e Bonura (che avevano investito anche nella Calcestruzzi di Raoul Gardini) nella società "Edilnord" di Silvio Berlusconi, la prima impresa di costruzione dell'attuale Presidente del Consiglio. E, sempre a proposito di "affari" Massimo Ciancimino ha ricordato che il padre avrebbe fatto da "consulente" in una delle prime società di Marcello Dell'Utri, la "Venchi Unica" di cui era socio anche l'imprenditore Filippo Maria Rapisarda che è stato uno dei principali testi dell'accusa nel processo a carico del senatore condannato in primo grado a 9 anni di reclusione. L'appello è ancora in corso e vedrà venerdì prossimo a Torino la deposizione dell'ultimo pentito di mafia, Gaspare Spatuzza.

E il Cavaliere chiede una punizione "Gianfranco dovrebbe dimettersi"

Dal Quotidiano La Repubblica
del 2 dicembre 2009

di Francesco Bei
(Giornalista)


ROMA - "Di fatto ormai è fuori dal Pdl, ci si è messo da solo". Silvio Berlusconi è arrivato alla conclusione, per la prima volta, che il rapporto con Gianfranco Fini non sia più recuperabile. A Milano per l'incontro con il nuovo presidente dell'Ue, Van Rompuy, in realtà il premier è stato per tutto il giorno con la testa a Roma, dove esplodeva il caso del "fuorionda" del presidente della Camera.

Parole e considerazioni, quelle di Fini con il procuratore Nicola Trifuoggi, che il Cavaliere considera "inaccettabili", soprattutto in vista del 4 dicembre, quando il pentito Spatuzza sarà chiamato a deporre contro Marcello Dell'Utri. Per questo ieri il premier era una furia, deciso una volta per tutta a mettere Fini con le spalle al muro. Anche se il presidente della Camera, attraverso la mediazione di alcuni pontieri come Ignazio La Russa, aveva fatto arrivare al leader del Pdl la sua precisazione su quelle frasi catturate dal microfono. In particolare ci teneva Fini a chiarire di non essere al corrente di alcuna "notizia riservata", magari frutto di un qualche scambio di informazioni con le procure che lavorano sui rapporti tra mafia e politica. Ma questo non è servito a placare l'ira del premier. Raccontano che abbia convocato a via dell'Umiltà tutti i maggiorenti del partito, dai tre coordinatori ai capigruppo Cicchitto, Gasparri e Quagliariello. Non Italo Bocchino però, l'unico "finiano" rimasto nella compagnia. E in viva voce, collegato da Milano, abbia sfogato tutta la sua indignazione, dicendosi "disgustato" dalle parole del "co-fondatore" del Pdl: "Se ha dubbi morali su di me, si accomodi pure alla porta".

Nello sfogo il premier è arrivato a chiedere ai presenti di mettere politicamente in mora il "reo", fino a costringerlo alle dimissioni. Oltretutto quel magistrato con cui Fini appariva in buoni rapporti, tanto da lasciarsi andare a confidenze sulle inchieste in corso, è una vecchia conoscenza per Berlusconi. Si tratta di quello stesso Trifuoggi che 25 anni fa, insieme ad altri due pretori, cercò senza successo di interrompere le trasmissioni delle reti Fininvest.

Berlusconi stavolta è deciso ad andare fino in fondo. E non poco hanno dovuto faticare ieri i suoi per trattenerlo sulla soglia della rottura esplicita. Spiegandogli che "adesso non è il momento", che Fini potrebbe diventare un problema ancora più grande "fuori" dal Pdl che "dentro". Perché è dalle forche caudine di Montecitorio che dovrà in ogni caso passare qualunque legge o leggina-ponte per mettere Berlusconi al riparo dai processi milanesi. E ieri sera anche i finiani di stretta osservanza non escludevano più nulla, comprese rivalse parlamentari sui provvedimenti più delicati sulla giustizia. Insomma, il comunicato che alla fine è stato partorito a via dell'Umiltà e che porta la firma di Daniele Capezzone, in realtà sarebbe potuto essere ancora più duro contro Fini. Stando alle voci che filtrano dal Pdl, ci sarebbe stato un fitto scambio di telefonate tra il quartier generale berlusconiano e gli uomini di Fini, con questi ultimi impegnati ad ammorbidire la posizione ufficiale del partito. Una versione che non trova conferme a Montecitorio. Anzi, ieri Fini appariva tranquillo, convinto della sua buona fede. Dopo aver incontrato Luca di Montezemolo alla cerimonia per Telethon alla Camera, lasciando la sala della Regina, Fini ha sussurrato: "Non vedo tutto questo scandalo. Non capisco. Quelle sono le cose che dico sempre in pubblico e le ho ripetute anche in privato a Berlusconi".

Il Cavaliere tuttavia è convinto del contrario. Ha trovato "sconvolgente" ascoltare Fini mentre "parlava in modo così disinvolto del presidente del Consiglio con un magistrato conosciuto il giorno stesso". E quindi, nell'ottica del premier, ora Fini dovrà andare a Canossa. Compiere un atto pubblico di redenzione.

martedì 1 dicembre 2009

Scarpinato:"Cosa nostra alle corde? Favola di regime"

Ansa
del 1 dicembre 2009


"Se non ci emancipiamo da questa favoletta di regime secondo la quale la mafia e' alle corde, perche' la mafia e' solo Provenzano e Riina, e se non capiamo che la mafia si combatte si' sul fronte giudiziario, ma che la battaglia si vince o si perde sul fronte dei rapporti tra mafia e politica, bene, noi tra 20 anni ci troveremo qua a chiederci perche' ancora si paga il pizzo". E' la parte finale di una lunga e desolata relazione del procuratore aggiunto di Palermo Roberto Scarpinato a Politicamente Scorretto, la manifestazione di Casalecchio di Reno voluta dallo scrittore Carlo Lucarelli.

Scarpinato, in un dibattito che sul palco ha visto tra gli altri anche la vedova di Libero Grassi, ha fatto un'analisi impietosa del fenomeno. Ricostruendo la duplice faccia della mafia: quella bassa e popolare dei Provenzano e dei Riina che si alimenta delle estorsioni, e quella della borghesia mafiosa, professionisti, politici, che restano in carica nonostante condanne passate in giudicato nei consigli di amministrazione delle societa' o negli organismi politici. Se la prima sembra in difficolta', per gli arresti dei capi e di centinaia di picciotti, ha detto Scarpinato, la seconda e' ancora li' a lucrare sui fondi pubblici, statali ed europei, e a creare quel degrado in cui la mafia popolare si rialimenta.

"La mafia non e' solo una storia di brutti sporchi e cattivi - ha detto ancora il Procuratore aggiunto - perche' altrimenti sarebbe stata sconfitta, come il banditismo e il terrorismo. E' lecito chiedersi quale coerenza ci sia in uno stato che obbliga a denunciare il pizzo e contemporaneamente vara lo scudo fiscale".

Fuorionda Fini, parla il portavoce: "Sono cose che ha sempre detto"

Dal Quotidiano La Repubblica
del 1 dicembre 2009


ROMA - "Il video dà conto della coerenza delle opinioni del presidente della Camera che dice in privato esattamente quanto afferma poi pubblicamente". Fabrizio Alfano, portavoce del presidente della Camera dei deputati, Gianfranco Fini, circoscrive così le affermazioni catturate dai microfoni il 6 novembre scorso durante la giornata conclusiva del "Premio Borsellino" a Pescara. Ma Fini deve incassare la frecciata del suo compagno di partito Maurizio Gasparri: "Io sostengo il governo sia in onda che fuori onda...". Ironico, invece, il ministro della Difesa Ignazio La Russa: "Ormai parliamo solo a gesti. Così da evitare altri fuorionda...".

Durissimo Paolo Romani, vice ministro allo sviluppo economico: "Fini non sa cosa sia la riconoscenza. Quando si parla bisognerebbe stare un poco più attenti. Quello che ha detto mi mette tristezza". Di tutt'altro tenore le parole di Italo Bocchino, presidente vicario del gruppo Pdl alla Camera: "Sbaglia l'opposizione a strumentalizzare il fuorionda di Fini, sono quindi solo valutazioni o note positive".

Dall'opposizione Antonio Di Pietro incalza: "Fini dice in privato ciò che l'Italia dei valori dice in pubblico. Ci auguriamo che passi dalle parole ai fatti e spegnere l'interruttore di questa legislatura e di questo governo prima che sia troppo tardi". Mentre il segretario del Pd, Pierluigi Bersani legge nelle parole "rubate" a Fini "la conferma dei problemi nella maggioranza".

I dubbi dell'autore dello scoop. "Non sono un giornalista, mi occupo di matrimoni" dice Vincenzo Cicconi, il titolare di uno studio di postproduzione che ha raccolto il fuorionda. Dopo settimane di indecisione (il video è datato 6 novembre), ha deciso di renderlo di dominio pubblico: "Riprendevo il convegno per il premio Borsellino con due telecamere. Dopo una settimana, mentre montavo, mi sono accorto dell'accaduto".

A quel punto sono arrivati i dubbi e poi la decisione. "Poi su facebook ho letto un post di Sandro Ruotolo, c'era scritto che un giornalista non deve stare a guardare se una cosa danneggia o favorisce qualcuno, ma solo raccontare il fatto. Io non sono un giornalista, ma così ho fatto".

Chi fa “sparate” e chi spara

Dal Quotidiano Il Fatto Quotidiano
del 1 dicembre 2009

di Gianfranco Pasquino
(Associazione Cittadini per Bologna)


La doppia sequenza è oramai arcicollaudata. Berlusconi esterna al di sopra delle righe. Le sue parole vengono battute da tutte le agenzie. Poche ore dopo segue una dichiarazione dei portavoce nella quale il presidente del Consiglio afferma di essere stato frainteso, di non avere mai detto quanto gli viene attribuito. Nel frattempo, in tutti i talk show si discute di quella dichiarazione che rimbalza a cascata e che, naturalmente, non viene mai criticata, ma sempre giustificata dai suoi corifei ai vari livelli. Quando intervengono coloro che criticano la dichiarazione, i corifei prima dicono che è stata smentita, poi che non è mai stata pronunciata. Ma qualche volta la registrazione audio rimane lì, disponibile e inoppugnabile. Se, poi, il dichiarante è Bossi, come sappiamo tutti, l’Umberto è un bravo ragazzo, qualche volta esagera, ma bisogna capirlo: è il suo stile (che piace tanto all’elettorato, non soltanto al nord). Dunque, non è vero che c’è un clima da guerra civile (mai detto!). Però, c’è un complotto della magistratura. È in corso un’operazione eversiva per rovesciare il governo del Popolo della libertà. Non è neppure vero, come va ripetendo periodicamente l’Umberto (e come aveva anticipato l’ideologo della Lega, Gianfranco Miglio, finché non fu messo ai margini) che ci sono trecentomila fucili e altrettanti passa montagna pronti all’uso se non si farà il federalismo, o altre cosette del genere.

Comprensibilmente, molti italiani reagiscono pensando che sono esagerazioni. Alcuni deplorano le modalità barbariche con le quali si svolge il dibattito politico. Altri pensano che, forse, in queste deplorevoli dichiarazioni potrebbe configurarsi un qualche reato che i magistrati complottisti dovrebbero addebitare a Bossi e a Berlusconi e che il ministro degli Interni Maroni potrebbe ravvisare e perseguire poiché turbano l’ordine pubblico. Invece, “sparata”, con deplorazione o compiacimento, sulle prime pagine di alcuni giornali, la notizia recede nelle pagine successive e in pochi giorni scompare. Nel caso di Berlusconi, più della dichiarazione specifica, e gravissima, sulla possibilità di una guerra civile, da intendersi come una chiamata alle armi dei suoi sostenitori, dovrebbero valere alcune foto che lo ritraggono accigliato, invecchiato, teso e con la faccia davvero cattiva e minacciosa. Tutti i rumour e le indiscrezioni suggeriscono che questi sono i giorni peggiori da quando è entrato in politica. I processi incombono e i tempi di un salvataggio legislativo diventano strettissimi. La sfida di Fini, più che sulla successione, sul modello di partito, è ineludibile. La conta interna non del tutto rassicurante. Il leader populista non può che fare appello al popolo. Circola con insistenza la possibilità di una sua richiesta di scioglimento del Parlamento (e conseguente eliminazione di Fini dalla troppo visibile e prestigiosa carica di presidente della Camera). Raggiunto da una condanna in primo grado per la quale, in qualsiasi democrazia, l’etica politica ne imporrebbe le dimissioni, Berlusconi chiederebbe, invece, elezioni anticipate. E la sua eventuale vittoria costituirebbe la peggiore manifestazione del populismo: il “popolo” contro il sistema giudiziario. Ma sarebbe il popolo berlusconiano che “scenderebbe in campo” aprendo uno scontro che potrebbe appunto avere caratteristiche di guerra civile.

La versione di Bossi è più semplicistica, ma altrettanto pericolosa poiché di qualche effettiva violenza da parte di gruppi d’assalto leghisti ne abbiamo già avuto esempio. L’elemento comune preoccupante in entrambe le esternazioni “guerra civile+300 mila fucili” è l’indicazione che la chiamata alla violenza, di piazza e più, fa parte del lessico di due leader al governo di un paese democratico europeo. Una parte di italiani accetta la situazione che si è venuta creando senza neppure rendersi conto della sua gravità. Addirittura, chi la denuncia, oltre a essere accusato di antiberlusconismo viscerale e di demonizzazione dell’avversario politico (il quale definisce gli altri “nemici” politici) viene trattato come un allarmista che contribuisce direttamente al clima di scontro. Coloro che vorrebbero una competizione politica basata sul confronto di idee, di proposte e, perché no, di persone e delle loro capacità, risultano essere degli alieni che esorcizzano malamente eventi che, invece, magari non sono dietro l’angolo, ma vengono palesemente evocati. Se un partito è una caserma è assolutamente comprensibile, ma mai giustificabile che troppi suoi dirigenti non contraddicano mai le espressioni estreme del loro leader maximo e del suo alleato più stretto. Nell’atmosfera a metà tra incredulità e indifferenza, qualcuno usa la prospettiva della guerra civile per rendere più difficile, se non impossibile, l’applicazione della legge ai suoi comportamenti. Qualcun altro manda un segnale di violenza da organizzare per ottenere, dal governo al quale partecipa con grande potere di intimidazione , le riforme da lui volute. Siamo in una situazione politica a metà fra il surreale e il pericoloso che non deve in alcun modo essere né sottaciuta né sottovalutata.