domenica 29 novembre 2009

CHE “ONORE” ESSERE MINACCIATI DAL PREMIER...

Dal Quotidiano Il Fatto Quotidiano
del 29 novembre 2009

di Giampiero Calapà
(Giornalista)


Berlusconi non è indagato per mafia dalla procura di Firenze. Poteva essere una buona occasione per sentire pronunciare dal premier parole di netta condanna nei confronti di Cosa Nostra, invece alzo zero contro quelli "che ci fanno conoscere nel mondo per la mafia", come "gli autori delle nove serie della Piovra o chi scrivi libri su Cosa Nostra: se li trovo giuro che li strozzo". E Remo Girone, che proprio in quella fiction Rai interpretava il mafioso Tano Cariddi, accetta la sfida: "Se Berlusconi mi vuole strozzare sono qui che lo aspetto. Quale onore essere minacciati da lui". Invece per Michele Placido , l'indimenticabile commissario Cattani, "Berlusconi si dovrebbe auto-strozzare, perché il Capo dei Capi è stato prodotto e trasmesso da Canale 5". Placido rincara la dose con un bel po’ d’ironia: "Ha ragione Berlusconi: la mafia non esiste. Gli attentati ai giudici Falcone e Borsellino, le bombe di Firenze, Milano e Roma erano solo riprese cinematografiche di Damiano Damiani, Florestano Vancini e Luigi Perelli (alcuni dei registi della Piovra, ndr)". Giancarlo De Cataldo, autore di Romanzo Criminale, è invece "sorpreso dalle parole del presidente del Consiglio, perché ricordo i pubblici elogi avuti quando scrissi per Mediaset la fiction su Paolo Borsellino".

Un altro da strozzare è Giovanni Impastato, che si ostina a girare per l'Italia nel tentativo di tenere vivo il ricordo del fratello Peppino, ucciso da Cosa Nostra a Cinisi il 9 maggio del '78. L'aver scritto il libro Resistere a mafiopoli inquest'Italia alla rovescia è un'ulteriore aggravante: "Mi sento pienamente coinvolto dalle parole del premier. Sono dichiarazioni gravissime in un momento in cui la mafia è più forte di prima e ha legami strettissimi con la politica. Berlusconi dimostra il tentativo di rendere legale l'illegalità. Mentre criminalizza chi lotta per la legalità scrivendo libri e informando, come i giornalisti Marco Travaglio, Peter Gomez e Francesco La Licata". Per Impastato, che ieri è voluto andare in via dei Georgofili dopo aver partecipato all'intitolazione di una biblioteca fiorentina alla memoria di Peppino, "Berlusconi non è più in grado di fare il presidente del Consiglio e, a differenza di quel che dice Napolitano, ritengo che solo lo scontro politico, civile e democratico, possa salvare ormai questo Paese".

Intanto, mentre il premier "scherza" ci pensano i suoi sgherri, come Fabrizio Cicchitto, ad attaccare lanciando fendenti contro la magistratura: "Nei confronti dei fratelli Graviano è in corso un'autentica opera di seduzione da parte dei pm perché si decidano a farlo questo benedetto nome di Berlusconi".

INCUBO “PIOVRA”

Dal Quotidiano Il Fatto Quotidiano
del 29 novembre 2009

di Giuseppe Lo Bianco
(Giornalista)


Mentre il procuratore di Firenze Giuseppe Quattrocchi smentisce l’esistenza di una nuova indagine sulle stragi del ‘93 nei confronti di Berlusconi, la Procura di Palermo sta valutando molto attentamente la richiesta di riapertura dell’indagine per mafia nei confronti del premier nell’ambito del fascicolo aperto sulla trattativa mafia-Stato. '”Stiamo esaminando un materiale probatorio molto ampio e molto complesso – dice una fonte della procura siciliana – che ci porta

a ritenere l’esistenza di

un rapporto di interlocuzione tra i boss mafiosi e ambienti imprenditoriali milanesi nella stagione delle stragi, tra il ‘92 e il ‘93”. Smentite a Firenze, dunque, quelle che Berlusconi ha definito ieri voci “infondate e infamanti”, ma messe in giro come certezze dai giornali di famiglia, Libero e il Giornale, riprendono quota a Palermo, dove le accuse contro il premier, da Spatuzza a Massimo Ciancimino, sono oggetto da giorni di indagini approfondite che puntano a delineare il contesto in cui sono maturate le stragi.

Così, mentre Berlusconi a Olbia si scaglia contro le fiction tv sulla mafia e contro chi scrive libri sull’argomento (“se trovo chi ha fatto le nove serie de La Piovra e chi scrive libri sulla mafia che ci fanno fare una bella figura lo strozzo”), la sensazione – nonostante il premier provi pure qualche burla lamentando che inviterebbe anche qualche ospite “a cena, ma dopo i soldi che mi ha chiesto la mia signora per il divorzio credo che il menu sia scarso” – è che il momento della svolta sia ormai imminente: del resto il fascicolo 6031 del ‘94, che contiene le posizioni archiviate di Berlusconi e di Dell’Utri per concorso in associazione mafiosa è già stato recuperato dalla polvere degli archivi ed è tornato sui tavoli dei magistrati della procura che hanno chiesto la riapertura dell’inchiesta per un terzo indagato, Francesco Paolo Ala-mia, impegnato con don Vito Ciancimino alla fine degli anni Settanta in una serie di investimenti nel nord Italia. Una storia di riciclaggio recentemente arricchita dalle dichiarazioni del figlio di don Vito, Massimo Ciancimino, che ai pm di Palermo ha raccontato i dettagli di quelle operazioni finanziarie che avrebbero lambito gli ambienti della Fininvest. E le voci su un’iscrizione del nome del premier nel registro degli indagati circolano da giorni a Palermo, anche se finora sono state sempre smentite in procura, dove si tiene a precisare che un’eventuale iscrizione non riguarderebbe Dell’Utri, sotto processo per concorso in associazione mafiosa in un aula della Corte d’appello, perché condannato a nove anni in primo grado.

Nuove sorprese potrebbero infatti arrivare da questo processo a Torino il 4 dicembre prossimo, quando verrà sentito in aula Spatuzza, autore delle nuove accuse trasmesse a Palermo dalla Procura di Firenze, dove ieri i pm si sono affrettati a precisare che gli indagati (o l’indagato) nuovi non sono i mandanti, e cioè l’ipotesi 'Berlusconi-Dell’Utri' lanciata da Libero, ma solo un esecutore materiale: “C’è un modello 21 – ha detto il procuratore Quattrocchi – che riguarda residui di possibili soggetti che, secondo noi, non sono stati raggiunti a suo tempo da quanto giovava per la pronuncia della sentenza” sulle stragi del 1993. Ed ha aggiunto che questo nuovo elemento “non cambia granché nel panorama delle condanne: verosimilmente si tratta di qualcuno già sistemato in altro modo”, lasciando intendere che si parlerebbe di un personaggio già noto, se non già condannato, per la sua partecipazione alla criminalità organizzata. Il procuratore ha poi aggiunto che si tratta “di fatti passati in giudicato ma che non precludono la rivisitazione di altre responsabilità”.

Un’ipotesi “minimalista” commentata amaramente dai familiari delle vittime di via dei Georgofili, che considerano il nuovo eventuale processo un’inutile passerella. E verità, infine, invoca anche Rita Borsellino, secondo cui a Berlusconi '”dà fastidio che questo passato torni alla ribalta. Forse ci si era acquietati nella consapevolezza che c’erano state delle sentenze che avevano chiuso un capitolo. E nel momento in cui questo capitolo si riapre ci sono reazioni scomposte”.

Silvio, rimembri ancora?

Dal Quotidiano Il Fatto Quotidiano
del 29 novembre 2009

di Marco Travaglio
(Giornalista)


Ora i pompieri sparsi su tutti i colli alti, medi e bassi diranno che è stata l’ennesima gaffe, l’ennesima battuta. E nessuno oserà porsi una domanda molto semplice: che cosa spinge il presidente del Consiglio a parlare così mentre si riaprono le indagini a suo tempo archiviate per strage, mafia e riciclaggio? Nel momento in cui i fantasmi del suo passato inconfessabile tornano a presentargli il conto, avrebbe tutto l’interesse a scrollarseli di dosso con una forte dichiarazione antimafia, o con una mossa concreta, tipo quella suggerita (e subito rimangiata) dal ministro Alfano sulla riapertura delle carceri di Pianosa e Asinara per i boss al 41 bis. Invece, proprio ora, torna a parlare come un mafioso, minacciando di “strozzare chi ha fatto la Piovra e chi scrive libri sulla mafia”. In attesa che li minacci di scioglierli nell’acido (almeno quelli rimasti in vita: ai De Mauro, ai Fava e ai Rostagno ha già provveduto Cosa Nostra), qualcuno dovrà pur domandarsi il perché. E’ la prova, casomai ve ne fosse bisogno, del fatto che la trattativa continua. Ancora una volta chi smise di piazzare bombe nel 1994, in cambio di promesse ben precise, fa sapere di essere stanco di aspettare. Così, mentre tutti si affannano a smentire e a ridicolizzare le rivelazioni di Spatuzza, arriva il migliore riscontro logico al suo racconto sul recente sfogo dei fratelli Graviano: “O cambia qualcosa, oppure dovremo andare a parlare con i giudici…”. Il tempo stringe, la Seconda Repubblica si sta squagliando come la prima e il tam tam di radio-carcere è sempre lo stesso: “Iddu pensa solo a Iddu”. Séguita a usare la sua maggioranza bulgara per farsi le leggi per sé, ma agli amici degli amici chi ci pensa? Lo scudo fiscale, l’asta dei beni sequestrati, i progetti sul concorso esterno sono utilissimi ai mafiosi che stanno fuori. Ma a chi sta dentro da tre lustri chi ci pensa? Ci vuol altro che le visitine in carcere dell’on. Betulla. E’ un dialogo in codice, quello fra Iddu e gli amici degli amici, che dura da 15 anni. Era cominciato, almeno in pubblico, il 25 maggio 1994, agli albori del primo governo Berlusconi. Riina sparò dalla gabbia: “C’è uno strumento politico ed è il Partito comunista. Ci sono i Caselli, i Violante, questo Arlacchi che scrive i libri... Il nuovo governo si deve guardare dagli attacchi dei comunisti”. Berlusconi e i suoi tele-sgherri partirono subito all’assalto della procura di Caselli che osava processare Andreotti e Carnevale. Poi, il 15 ottobre ’94, il premier dichiarò: “Speriamo di non fare più queste cose sulla mafia come la Piovra, un disastro in giro per il mondo. C’è chi dice che c’è la mafia. Non so fino a che punto. Cos’è la mafia? Un centinaio di persone”. Sei giorni dopo Riina plaudì: “Ha ragione il presidente Berlusconi, queste cose sono invenzioni da tragediatori che screditano l’Italia e la nostra bella Sicilia. Ma quale mafia, quale Piovra, sono romanzi. Andreotti è un tragediato come sono tragediato io. E Carnevale più tragediato ancora. I pentiti accusano perché sono pagati”. Nel 2001 governo Berlusconi II. Di lì a poco Bagarella tuona contro i politici che “non mantengono le promesse”, poi lo striscione allo stadio di Palermo: “Berlusconi dimentica la Sicilia. Uniti contro il 41 bis”. Il 4 settembre 2003 il premier dichiara allo Spectator: “I giudici sono matti, mentalmente disturbati, antropologicamente diversi dal resto dellarazza umana”. Lo diceva già Luciano Liggio a Biagi: “Quando il giudice mi ha interrogato, mi sono accorto che mi trovavo di fronte a un ammalato. Se dietro a varie scrivanie dello Stato ci sono degli psicotici la colpa non è mia. Perché non fanno delle visite adeguate a questa gente prima di affidarle un ufficio?”. Il 9 aprile 2008, vigilia del governo Berlusconi III, la celebre uscita su Mangano “eroe”. Ora ci risiamo. C’è un solo modo per levare ogni speranza ai mafiosi e dissipare i sospetti sulla trattativa ancora in corso: che qualche istituzione, magari la più alta, metta a tacere il premier con parole chiare, nette e definitive. Purtroppo, finora, ha parlato per zittire i magistrati.

sabato 28 novembre 2009

Favoletta sulla giustizia

Dal Quotidiano Il Fatto Quotidiano
del 28 novembre 2009

di Umberto Urbano
(PM presso la Procura di Termini Imerese)


C’era una volta, tanto tempo fa, una Procura ai confini dell’Impero, in una landa sperduta ma baciata dal mare. Una Procuretta, una Procurina, una Procura da Operetta, tanto carina e a volte un po’ cattivina. C’era anche un Tribunale, degno compare, affollato di giovani fanciulle snelle e brune e dotti palestrati giuristi. Pubblici ministeri di terre lontane, belli, brutti e cattivi svernavano al sole, appollaiati su scogli e spiagge dorate. Tutti sordi al liceo, al motto paterno: “Studia Mario, studia, sennò da grande farai l’avvocato dell’Accusa”. E quello facevano, tra un bagno e un’immersione, un’arancina e una prolusione. E nei ritagli di tempo tra gli uni e gli altri, cercavano, invano, di indagare e requisire, dibattere e rinviare, concludere e misurare e forse anche pensare. E pensando pensando, l’Ufficio girava, produceva, forse anche lavorava. Perché carabinieri del Re, finanzieri del Principe e tante altre polizie Criminali chiedevano, istavano e pretendevano. Così come pure faceva il Foro, perché, poi, c’era anche un Foro a Terminopoli. Anche se, e succede persino nelle migliori famiglie, c’era modo di vedere uno spettacolo esecrabile: insieme al bar caffettare giudici e cancellieri, avvocati e pm, tutti insieme appassionatamente. Quegli stessi avvocati che avevano la ventura di bussare alle porte dei Magistrati del Re trovandovi un avviso fantasma, “si riceve dal lunedì al venerdì, dalle 9 alle 19, esclusa pausa cannolo, il sabato mattina fino alla 13”.

Peccato, però! Per caso, accadeva che: - le prescrizioni erano rare, quasi come i coralli rosa di Sciacca; - le informative di pg e le richieste di misure cautelari giacevano sul tavolo dei pm giusto il tempo di scaldarlo, senza avere su quello del gip nemmeno il tempo di farlo, dimodoché il giudice riceveva il fascicolo, ormai freddo, pronto per la decisione con la misura ancora in atto, semmai; ma così l’Ufficietto, con questi tempi, aveva la velleità di dare alla misura cautelare una vocazione diversa da quella sua unica, naturale e costituzionalmente corretta: l’anticipazione di pena (o no?); - quella strana legge sulla sospensione dei processi, introdotta nell’anno del Signore 2008, non era stata mai applicata in quelle aule calde e sordide, se non per ricordare, in un paio di casi, che quell’Ufficio ancora riposava sul territorio della Repubblica. Per queste ragioni, e altre meno nobili (???), di certo malissimo, “il combinato disposto” Procurina-Tribunale cercava, e fors’anche riusciva, a dare risposta a quella futile, pretenziosa e superflua domanda, orgoglio della nazione, l’unica cui erano realmente interessati Carmelo e Rosalia: i letargici Tempi della nostra Giustizia. Eh, si perché a Carmelo e Rosalia, interessava (si suppone) che la querela fatta per le minacce o il furto o le molestie fosse vagliata ed esitata rapidamente. Si pensi un po’: dall’iscrizione nel registro degli indagati alla sentenza, spesso, passavano, a Terminopoli, dieci o dodici lunghissimi, interminabili e inaccettabili mesi!

Ma tutto questo non contava, l’importante a Berlino era discutere e affannarsi, legiferare ed emendare sul sesso degli angeli, sulla separazione (giudiziale, convertita in consensuale) delle carriere, sulla giustizia fai da te, sull’inazione penale, sulle intercettazioni. Ed ecco, allora, che ilGran Cancelliere del Re decideva di venire incontro agli improvvidi fidanzatini, alla loro richiesta di giustizia in tempi ragionevoli, alle loro querele per furti e truffe, pensando bene che la soluzione fosse quella di neutralizzare quelle mine vaganti degli Uditori Giudiziari, terribili Torquemada travestiti da Asini (per non avere dato retta ai papà di cui sopra), novelli tronisti televisivi in cerca di riflettori o magari di candidature. Braccia tolte all’agricoltura e per affinità elettive mandati in uffici di Campagna... Ma che Dio benedica la Campagna, Cancelliere! Mai più in Procura i neofiti, fu sentenziato. Certo la recente storia giudiziaria italiana era stata costellata di tragedie nate da cappellate di Uditori pm, trasferiti di ufficio e di funzioni e mandati al confino. Erano strapiene le pagine della cronaca di migliaia e migliaia di casi e bisognava intervenire per tutelare Carmelo, il mugnaio di Potsdam. Peccato che quegli stessi Uditori nulla disponevano ma solo chiedevano al Giudice di Berlino, e nulla potevano fare senza visti di Aggiunti e Pro-curatori. Ma, si sa, i Visti bisogna vederli. E che dire poi dei loro orari di lavoro da Bartleby lo scrivano, di quel badge tanto agognato ma solo minacciato, della ventata di freschezza e di gioventù (per chi ce l’ha) e di entusiasmo (che già forse non c’è più) che portavano negli Uffici, dei loro dialetti strani, del loro look alla Serpico, delle loro bizzarre specialità regionali, dei loro contributi alla Virtus Magistrati, delle loro nottate in discoteca alternate con quelle passate a scrivere improbabili atti giudiziari o trascorse in caserma o a pensare alla loro lontana Simona, delle loro nostalgie melense e, magari, del vantaggio di non avere legami con il Territorio. Tutte cose da eliminare e sacrificare sull’altare di cosa? Boh. Peccato ancora che a Termino-poli, da ben tre lustri, nessuno chiedeva un trasferimento ordinario per lavorare in Procura e l’Ufficio si reggeva unicamente con la rotazione degli uditori! Nessun problema, si risolverà tutto, la nostra arte di arrangiarsi è famosa nel mondo. Ma che sarà mai un Ufficio dove si eseguono gli ordini di demolizione in edilizia? Lo si fa diffusamente in tutto il resto d’Italia, o no? O dove si sfornano sentenze come panelle sempre rispettando i termini? O dove le ispezioni ministeriali sono sempre positive? E così in un non lontano giorno di un’estate che andrà morendo, quell’Ufficietto appenderà il cartello del Sold Out, si prepareranno gli scatoloni con le foto della mamma e i calendari dell’Arma (una Lehman Brothers replicata in agrodolce con caponata e sarde), gli Avvocati se ne andranno a sciare, i Cancellieri a cantare, il Commissario Basettoni a dirigere il traffico, con la Banda Bassotti avvertita che il campo è libero.

MAGISTRALI EVERSIONI

Dal Quotidiano Il Fatto Quotidiano
del 28 novembre 2009

di Massimo Fini
(Giornalista)


Quando nel 1994 Silvio Berlusconi, neo presidente del Consiglio, fu raggiunto a Napoli da un “avviso di garanzia” a un giornalista che gli domandava: “E se fosse condannato?”, rispose: “Sarebbe una sentenza eversiva”. Fu la sua prima dichiarazione eversiva. Anzi, il suo primo atto eversivo. Perché dichiarare “eversivo” un provvedimento della magistratura significa non riconoscerne la legittimità né quella dello Stato di cui è organo, l’atteggiamento che avevano i brigatisti quando si dichiaravano “prigionieri politici”. A questa prima dichiarazione ne sono seguite infinite altre dello stesso tipo. In terra di Spagna, davanti a tutta la stampa internazionale, Berlusconi premier dichiarò, mentre Aznar lo tirava disperatamente per la giacca, che Mani Pulite, cioè inchieste e sentenze dello Stato italiano di cui pur, in quel momento, era presidente del Consiglio, erano state “una guerra civile”. Poi non c’è stata volta che lui o i suoi sodali siano stati raggiunti da un provvedimento giudiziario che non abbia parlato di “complotto” dei magistrati, di “toghe rosse”, di “sentenza politica”, affermazioni che hanno tutte lo stesso significato eversivo perché accusano, senza prove, i magistrati, fossero pure della Corte costituzionale, di aver commesso il più grave dei reati che si possa loro imputare: non aver applicato le leggi ma averle piegate a dei loro scopi politici.Naturalmente tutte le volte in cui i provvedimenti della magistratura gli sono stati favorevoli, Berlusconi si è lanciato in alti elogi per “le procure che lavorano sodo e in silenzio”.

La magistratura è come l’arbitro di una partita di calcio. Dell’arbitro si può dire che sbaglia, che è incapace, che non ci vede, ma se un giocatore sostiene che è corrotto e non ne accetta i fischi quando sono contro di lui, ma d’altro canto pretende che siano validi quelli contro gli avversari, la partita finisce in una zuffa perché, prima o poi, anche tutti gli altri giocatori si comporteranno allo stesso modo. Fuor di metafora: si rompe il patto sociale che ci tiene insieme. E si va verso una guerra civile. Nel nostro caso, in Italia, non ci sarà nessuna guerra civile. Siamo troppo slombati, troppo vigliacchi, troppo privi di nerbo, e dalle nostre fondine possiamo estrarre, al massimo, il telefonino. Anni fa il ministro della Giustizia Roberto Castelli voleva farmi arrestare perché, di fronte alle ripetute violenze di Berlusconi, chiusi il mio intervento al Palavobis con una frase presa dal Pertini che si batteva contro il fascismo: “A brigante, brigante e mezzo”. Purtroppo non siamo statibriganti, né interi né mezzi, abbiamo accettato di batterci a mani nude, e spesso con una legata dietro la schiena, con chi non solo le usa tutte e due, ma impugna il bastone. E così siamo arrivati alle dichiarazioni dell’altroieri, che non sono “pesanti” sono di una gravità inaudita, inaccettabile. Ma non ci sarà nessun ministro della Giustizia che interverrà per mettere l’energumeno nell’unico posto dove merita di stare. www.ilribelle.com

QUI SI TRATTA (ANCORA)

Dal Quotidiano Il Fatto Quotidiano
del 28 novembre 2009

di Peter Gomez
(Giornalista)


Per lui è solo un atto di carità cristiana. Un gesto umanitario per dare un po’ di conforto a chi soffre. Per gli investigatori, invece, potrebbe essere una sorta di messaggio. O almeno potrebbe essere colto dalla mafia come tale. Come l’ultimo, o il penultimo, segnale nella lunga presunta trattativa tra Cosa Nostra e lo Stato cominciata nel 1992-93 e mai interrotta. Comunque stiano le cose un fatto è certo: fa effetto ascoltare dai microni di Radio Radicale un esponente di peso del Pdl come il neo-parlamentare Renato Farina, chiedersi se davvero il 41 bis, il cosiddetto carcere duro, è una forma di tortura. E fa ancora più effetto pensare che le sue dichiarazioni, chiuse con la proposta di istituire una commissione internazionale sulla situazione dei boss in prigione, sia arrivata a ferragosto, davanti alle porte del carcere milanese di Opera.

Lì dentro, ospitati in celle singole controllate giorno e notte, ci sono ben 82 capi-mafia. E assieme al più celebre di tutti, Totò Riina, c’è anche Giuseppe Graviano, il capo della famiglia mafiosa di Brancaccio, che, secondo il pentito Gaspare Spatuzza, avrebbe concluso intorno al Natale 1993 una sorta di accordo politico con Silvio Berlusconi. Farina, è vero, rispetto al 41 bis ha un approccio problematico. E nella sua intervista fornisce un particolare importante: dice che buona parte dei detenuti non appena ha capito chi era e soprattutto in che partito militava, ha mostrato “una furia” che lo ha “preoccupato”. Ce l’avevano con lui, con il ministro della Giustizia Angelino Alfano e con Berlusconi.

Resta però una singolare coincidenza: la visita ispettiva ad Opera dell’ex giornalista, radiato dall’Ordine per il denaro ricevuto dai servizi segreti militari, avviene subito dopo i primi interrogatori di Giuseppe Graviano e di suo fratello Filippo. Lunghi faccia a faccia con i magistrati durante i quali i due boss hanno più volte detto di “rispettare” la scelta di Spatuzza . Ma hanno aggiunto che stare al 41 bis è come stare “a Guantanamo”: “Ho la luce accesa giorno e notte e da quattro mesi aspetto una visita per un sospetto di tumore” ha detto Giuseppe. Il dubbio, insomma, che il dialogo tra la politica e la mafia sia ancora in corso, c’è. Pure l’Aisi (il servizio segreto interno), nelle sue ultimi relazioni sullo stato della criminalità organizzata in Italia, spiega che nelle carceri i boss mostrano segni d’irrequietezza e d’impazienza. E, secondo quanto risulta a Il Fatto Quotidiano, sottolinea proprio il ruolo dei fratelli Graviano che sarebbero alla ricerca di una soluzione per il 41 bis.

Detto in altre parole: l’impressione è di trovarsi di fronte a una sorta di grande ricatto. O fate qualcosa, o rispettate i patti - comunica la mafia - o noi cominciamo a far sapere come sono andate realmente le cose negli anni delle stragi.

I Graviano, del resto, hanno già tentato operazioni del genere. Nel 2002 erano stati proprio loro a dare il via a una singolare corrispondenza tra boss detenuti (spesso condannati proprio per le bombe ai monumenti) ricca di ambigui riferimenti alla “cappella Sistina”, al “museo egizio di Torino”, al Milan (la squadra del presidente del consiglio Silvio Berlusconi) e alla Formula Uno, sempre indicata da chi scrive con la sigla “F.I”: le iniziali di Forza Italia. Allora accanto alle lettere, tutte ovviamente lette dalla censura e finite in corposi rapporti dello Sco (Servizio Centrale operativo) della Polizia, c’erano stati pubblici proclami di boss del calibro di Luchino Bagarella che il 12 luglio del 2002, in aula, aveva accusato la politica di aver “strumentalizzato” i detenuti.

Così il Sisde, all’epoca diretto dal generale Mario Mori, aveva lanciato l’allarme. Aveva annunciato con un’informativa segreta a Palazzo Chigi, di aver appreso da “Attendibili fonti fiduciarie l’esistenza di un progetto di aggressione di Cosa Nostra che avrà inizio con azioni in toto non percettibili dall’opinione pubblica fino a raggiungere toni manifesti, con la commissione, in un secondo momento, di azioni eclatanti”. Nel mirino, secondo gli 007, c’erano Dell’Utri, l’avvocato Cesare Previti e una molti avvocati meridionali (per lo più parlamentari). E a tutti loro fu data una scorta. Oggi la situazione è diversa. A far paura non sono più le armi della mafia, ma le parole. Certo in Cosa Nostra c’è chi può pensare (al contrario di quanto sostiene il ministro dell’Interno, Roberto Maroni) che la riforma della legge sul sequestro dei beni appena introdotta in finanziaria, sia una buona notizia. O che la due giorni di sciopero degli avvocati, che protestano anche contro il 41 bis, sia il sintomo di qualcosa che si sta muovendo. Ma forse è tardi. Troppo tardi. Perchè, come diceva Leonardo Sciascia, “Tutti i nodi vengono al pettine. Se c’è il pettine”.

LO SCUDO RAZZISTA

Dal Quotidiano Il Fatto Quotidiano
del 28 novembre 2009

di Sara Nicoli
(Giornalista)


Primo: blindare l’alleato Umberto Bossi con un “regalo” che solo lui, il Capo, poteva elargire: la Lombardia. Candidato governatore l’ex ministro Castelli. Secondo. Stringere a sè il partito nel segno di un rinnovato “centralismo democratico” spiegato anche ai peones da un dotto Gaetano Quagliarello. Terzo. Stabilendo una precisa “linea del Piave” per testarne definitivamente la fedeltà di Fini. “Cartina di tornasole” la cittadinanza agli immigrati, calendarizzata per volere dello stesso presidente della Camera, subito dopo la finanziaria; se non verrà ritirata la proposta a firma del fedelissimo finiano Fabio Granata, il “tradimento” di Fini potrà dirsi consumato. E, a quel punto, Berlusconi non avrà più dubbi a giocare la carta delle elezioni, nonostante i rimbrotti di Napolitano ma soprattutto in barba ai poco confortanti sondaggi Euromedia research, che parlano di un suo popolo meno sicuro di rinnovagli il plebiscito di voti. Questo, dunque, il piano di B. per uscire dalle secche e guadagnare la salvezza giudiziaria. Questione di equilibri. Quelli che ieri sono stati di nuovo all’insegna del Carroccio. La Lega infatti ha presentato in commissione un emendamento chiaramente razzista per mettere un tetto di sei mesi alla cassa integrazione dei lavoratori stranieri. Cosa che ha puntualmente fatto infuriare il presidente della Camera, nonchè due ministri: Carfagna e Sacconi.

NEL PDL DUNQUE la pressione è alle stelle, la lucidità latita, ma l’obiettivo non può essere fallito. Il Capo ha parlato chiaro ai suoi: “Le scelte e le scadenze che ci attendono – ecco le parole pronunciate davanti ai fedelissimi – non ci consentono in alcun modo di tollerare personalismi e fughe in avanti su temi sui quali il partito ha dato indicazioni diverse. Sulla riforma della giustizia e sul processo breve non possiamo non avere compattezza, in gioco c’è troppo”. Ovvero lui medesimo. E per sotterrare definitivamente le obiezioni di chi, anche dentro il Pdl, le leggi ad personam le digerisce male, ecco che ha chiesto a Quagliarello di inventarsi una base politica convincente anche per i palati più riottosi. Et voilà, ecco il “nuovo centralismo democratico”. Roba comunista, si direbbe a naso. E invece no, roba liberale. Furbescamente Quagliarello ha citato dottamente ai berluscones dal medesimo vicepresidente dei senatori Pdl, William Ewart Gladstone (politico inglese che ha lasciato il segno nel pensiero liberale anglosassone dell’800, ndr) e il cui motto è sempre stato “tra la propria coscienza e il proprio partito, un gentiluomo sceglie sempre il partito”. Così Fini è stato messo all’angolo. E quando il solito improvvido ha chiesto in cosa questo “nuovo” centralismo si differenziasse da quello del vecchio Pci, Quagliarello ha tagliato corto: “Qui si discute e poi si decide, nel Pci non si discuteva affatto”. È bastato questo a far tacere i petulanti in nome della rinnovata coesione intorno al Capo. Fini sa che lo stanno aspettando al varco.

“SE GUARDIAMO indietro la storia politica di Fini – è la tesi di un fedelissimo del Capo – non si può non notare l’elenco di sconfitte di cui si è reso protagonista dal’94 ad oggi; si schierò contro il maggioritario e oggi è il maggioritario che lo premia, nel ’95 disse no al governo Maccanico e noi perdemmo le elezioni, nel 2005 fu a causa sua se perdemmo le Regionali. È l’uomo degli opportunismi falliti che anche stavolta tornerà indietro. I sondaggi parlano chiaro, da solo ha al massimo il 2%”.

Dunque, i berluscones sono abbastanza certi che “il traditore” anche stavolta non consumerà lo strappo definitivo. Diceva, l’altra sera, proprio Quagliarello: “Non conviene a nessuno arrivare ad una rottura clamorosa, casomai proprio sul tema della cittadinanza; sarebbe come se la maggioranza approvasse una legge contro se stessa, sarebbe la morte del Pdl un minuto dopo, ma anche quella politica di Fini”. Ma nelle stanze del presidente della Camera tira tutt’altra aria rispetto alla possibile resa senza condizioni al diktat di B.

Ieri, intanto, mentre la Lega presentava in commissione un emendamento per mettere un tetto di sei mesi alla cassa integrazione dei lavoratori stranieri, che ha fatto infuriare Fini, al piano nobile di Montecitorio sono saliti i vertici dell’Anm. Hanno chiesto a Fini “la massima attenzione” all’elenco dei reati che verranno compresi nel processo breve ed hanno incassato un sì senza tentennamenti. Insomma, par di capire che la capitolazione dell’ex leader di An sull’altare delle necessità giudiziarie di B. e della sua fretta sia di là da venire. Il nuovo centralismo democratico, insomma, non lo convince. Il logoramento di B. molto di più.
Dal Quotidiano Il Fatto Quotidiano
del 28 novembre 2009

di Federico Mello
(Giornalista)


Provocazioni non sono prese neanche in considerazione. “Infiltrati” è una parola dal suono sgraziato e inquietante, che non vogliono neanche sentire. Piuttosto: “Ci fidiamo delle forze dell’ordine – dicono le voci polifoniche del No B. Day – le forze dell’ordine non servono per creare malumori ma anzi per preservare l’ordine pubblico”.

Il day after del violento attacco di Berlusconi ai magistrati con l’ennesima minaccia (si rischia la “guerra civile”), il popolo viola, risponde a margherite. Su Facebook con il “durissimo” articolo 1 della Costituzione italiana: “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione” e in piazza, dicono, con la “gentilezza” e con l’“accoglienza” promessa per i manifestanti che scenderanno in piazza: “Aspettiamo tantissime famiglie”.

A sentirli viene spontanea una domanda: riusciranno a dare un ordine al caos? Sulla carta la sfida appare impossibile. Eppure i comitati di No B. Day ci stanno provando. La sensazione particolare, a parlare con loro, è che davvero non ci sia un centro, una testa che comunichi ai restanti organi, tessuti, e cellule, quello che c’è da fare. Ma tante voci, ridondanti e paritarie, che contano sull’entusiasmo, l’impegno di tutti e la voglia di stare in piazza per la riuscita dell’evento. Su Internet questo modello della condivisione ha dimostrato di funzionare: sono nati così patrimoni collettivi come Wikipedia, o come Linux, il sistema operativo “open source” sviluppato dagli utenti. La piazza è un’altra cosa. E così il corteo. Ma questi ragazzi sotto i trent’anni quando dicono “piazza” non pensano a cordoni e servizi d’ordine. Né tantomeno ai “gommoni” in plastica con i quali le Tute Bianche sfidavano blocchi e zone rosse. La piazza è simbolo di gioia.

“Oggi, sabato, continuiamo con i banchetti informativi”, ci dice Alessandro Tuffu ‘responsabile della logistica del No B. Day’ – “mentre per sabato 5, grosso modo, le modalità di partecipazione sono pronte. Nei parcheggi dei pullman e alla stazione Termini saranno allestiti dei banchetti dell’accoglienza con materiale informativo. Poi si andrà in piazza della Repubblica, spostandosi in metro. Là saranno presenti centinaia di ‘steward’ che accompagneranno il corteo. Saranno riconoscibili da un nastro viola che porteranno intorno al braccio”. Se gli chiediamo di timori per la sicurezza del corteo, risponde: “Certo, certo, il corteo deve essere accompagnato per evitare alcuni punti critici”. Attacchi al McDonald’s? Macché: “Vicino a via Sistina la strada si stringe e là c’è il rischio che il corteo si fermi, rallentando l’arrivo in piazza”. Se qualcuno si sognasse anche di compiere qualche atto violento “verrà immediatamente segnalato alle forze dell’ordine” e comunque immortalato da migliaia di macchine fotografiche e telecamere che i manifestanti porteranno “per registrare un ricordo in diretta dell’onda viola”. Tiene il punto Paola Calorenne, responsabile dei giovani dell’Italia dei valori e impegnata giorno e notte “da cittadina” nel No B. Day. “A provocazioni non abbiamo neanche mai pensato. Perché una manifestazione come questa è di protesta e di dissenso ma è gestita in modo libero e trasparente”. In realtà “una provocazione era arrivata: il Sì Berlusconi Day. Ma non gli abbiamo dato attenzione e si è rivelato per quello che era: un sito Internet di due parlamentari del Pdl con niente dietro”.

Ieri intanto, è arrivata anche l’adesione dell’Udu, coordinamento universitario e unione degli Studenti. Aderiscono elencando una serie di NO! In ordine alfabetico: No all’abolizione del valore legale del titolo di studio, No a Berlusconi, No a Case degli studenti fatiscenti, No al Diritto dello studio svenduto ai privati...” e concludono con un creativo “No a Zorro, Superman e Batman: non abbiamo bisogno di eroi o supereroi cui delegare la lotta per cambiare tutto quest’alfabeto, ma di studentesse e studenti, cittadine e cittadini che non hanno perso la capacità di indignarsi e di reagire, donne e uomini convinti che un altro mondo sia ancora possibile”.

L’organizzazione ferve in tutta Italia. Marco Bruno posta sul sito ringraziamenti: “Voglio iniziare questa comunicazione ringraziando a nome del coordinamento NBD tutti i gruppi locali per il loro motivato, corresponsabile e affettuoso riscontro a questa manifestazione che ogni giorno di più sta diventando esempio di esercizio della democrazia” e informazioni dettagliate: “Gli autobus saranno indirizzati in 3 punti di raccolta; Roma Sud, Roma Nord e Roma Est. L’ubicazione precisa dei parcheggi ci sarà segnalata mercoledì 2. Ogni autobus deve pagare un ticket per l’ingresso a Roma, Tutti gli autobus devono raggiungere Roma entro e non oltre le 12.30...”. Se non dovesse bastare, calma e gesso: “Nei prossimi giorni vi sarà recapitato via mail un vademecum logistico”. In effetti manca solo una settimana alla prova del nove. Per capire se qualcosa di caotico e innovativo, imprevedibile nell’Italia di Berlusconi, è diventato politica.

L’ALTOLÀ DI NAPOLITANO

Dal Quotidiano Il Fatto Quotidiano
del 28 novembre 2009

di Vincenzo Vasile
(Giornalista)


“Oggi sento il bisogno di parlare, di dire qualcosa in questo particolare momento…” La rassegna stampa di giornata ispira la prima esternazione di getto del settennato, il primo vero “altolà” di Napolitano. Pur sempre lima le virgole, come è nel suo stile, e legge un manoscritto concepito appositamente e separatamente rispetto alle dichiarazioni di giornata per evitare il frullatore mediatico: Giorgio Napolitano affida a telecamere e cronisti radunati senza preavviso a margine di un’udienza sugli omicidi bianchi, poche parole – per l’esattezza, quindici righe, centotrentotto parole – che dovrebbero replicare alla nuova “spirale” drammatizzante innescata dal Berlusconi furioso della puntata precedente, che è giunto a sparlare di guerra civile contro i magistrati. Il presidente del Consiglio è fermamente invitato a non coltivare la teoria del complotto, pensi piuttosto a cercare e trovare una maggioranza, la sola che può togliergli la fiducia, e che può “abbatterlo”. Il Parlamento è centrale, lì si possono e si devono fare le riforme che riequilibrino il sistema quasi impazzito.

Ovviamente, il capo dello Stato usa una prosa ben più diplomatica e istituzionale, fa un appello bipartisan all’“autocontrollo”, e fa riferimento a tutto il complesso dello scontro in atto, perché “l’interesse del paese – che deve affrontare seri e complessi problemi di ordine economico e sociale – richiede”, per l’appunto, che “si fermi la spirale di una crescente drammatizzazione, cui si sta assistendo, delle polemiche e delle tensioni non solo tra opposte parti politiche ma tra istituzioni investite di distinte responsabilità costituzionali”.

La preoccupazione principale, e il primo argomento, è sgombrare il campo dalla teoria della cospirazione delle toghe coltivata ossessivamente dal premier e dalla sua stampa d’assalto: “Va ribadito che nulla può abbattere un governo che abbia la fiducia della maggioranza del Parlamento, in quanto poggi sulla coesione della coalizione che ha ottenuto dai cittadini-elettori il consenso necessario per governare”. E del resto l’idea di intervenire è maturata al Colle proprio dopo le dichiarazioni di Berlusconi che lamenta una “persecuzione giudiziaria”, che agita lo spauracchio di un complotto contro il governo.

Dal presidente del Consiglio, non nominato, ma chiaramente evocato, e “da tutte le parti” deve venire, invece, secondo Napolitano, uno “sforzo di autocontrollo nelle dichiarazioni pubbliche”, mentre dall’altra parte, la magistratura, da “quanti appartengono alla istituzione preposta all’esercizio della giurisdizione”, occorre che ci si dia una calmata. I magistrati, è l’invito, “si attengano rigorosamente allo svolgimento di tale funzione”. Per i cultori della prosa presidenziale, si può far notare, del resto, che nel testo scritto diffuso dal Quirinale c’è studiatamente una pausa, una virgola, che separa il monito a controllarsi (riferito principalmente al premier) e quello a non debordare (riferito alle toghe). La chiave dell’intervento di Napolitano nella versione autentica fornita da fonti del Quirinale sta, dunque, nelle ultime righe. Quando Berlusconi viene invitato a rispettare la centralità del Parlamento: perché spetta appunto a esso, tocca alle Camere, “esaminare, in un clima più costruttivo, misure di riforma volte a definire corretti equilibri tra politica e giustizia”.

Seguono le reazioni: la più rilevante è quella di Palazzo Chigi. Infatti, Silvio Berlusconi tace. Nella maggioranza, le seconde file si consolano perché nelle parole di Napolitano c’è il rimbrotto alle toghe. Bossi, in versione da statista, fa il Salomone e chiede a tutti di stare “un po’ tranquilli”. Fini ammonisce: “…leggetevelo tutto il messaggio del capo dello Stato, va visto nella sua interezza”. Bersani valorizza il richiamo alla centralità del Parlamento. Casini si siede in mezzo: il presidente ha criticato tutti.

L’Italia dei valori si divide in un caleidoscopio di più frammenti: per Formisano Napolitano è ineccepibile, De Magistris e Di Pietro, stavolta d’accordo, polemizzano, invece , ma “senza polemizzare”, per le bacchettate del capo dello Stato alla magistratura.

L’Associazione dei magistrati stupisce tutti, perché invita a non sezionare il discorso del presidente a piacimento. “Noi magistrati non siamo in guerra con nessuno, ma chiediamo di non essere aggrediti”, afferma il presidente dell’Anm, Luca Palamara. E, insomma, “il capo dello Stato fa affermazioni in cui ogni magistrato deve riconoscersi”.

Il grande Papello

Dal Quotidiano Il Fatto Quotidiano
del 28 novembre 2009

di Marco Travaglio
(Giornalista)


La scena, mutatis mutandis, è questa: un poliziotto interviene per sventare una rapina in banca, ma i rapinatori lo pestano a sangue e se la danno a gambe col bottino in spalla, urlando che se non si possono più rapinare serenamente le banche allora siamo alla vigilia della guerra civile e lasciando il malcapitato esanime sul selciato. Assiste al fattaccio un anziano e distinto signore molto british, con lobbia, impermeabile e ombrello: arrota la boccuccia a cul di gallina, guarda nel vuoto e spiega al malcapitato che, nell’interesse del Paese, bisogna fermare la spirale della crescente drammatizzazione cui si sta assistendo, delle polemiche e delle tensioni non solo tra opposte parti politiche, ma tra istituzioni investite di distinte responsabilità costituzionali. Dunque invita l’agente che rantola a uno sforzo di autocontrollo nelle dichiarazioni pubbliche e gli raccomanda di attenersi rigorosamente allo svolgimento della sua funzione. Poi, prima di andarsene con passo deciso, butta lì che spetta al Parlamento esaminare, in un clima più costruttivo, misure di riforma volte a definire corretti equilibri tra rapinatori e polizia. Subito, dalle principali forze politiche, si levano compiaciuti gridolini di giubilo per l’autorevole monito alla pacificazione fra guardie e ladri, immediatamente raccolti e amplificati dai telegiornali in vista dell’auspicata pacificazione dopo il lungo scontro in atto nel Paese fra chi rapina le banche e chi vorrebbe impedirglielo. Il presidente del Senato, abbandonati da alcuni anni i suoi clienti e soci attualmente in carcere senza nemmeno una visitina per portare loro i conforti religiosi, propone un tavolo fra maggioranza e opposizione per cancellare i processi ai rapinatori. Appello seriamente valutato dall’opposizione, che a cancellare i processi ai rapinatori proprio non ci sta, ma ammette che “il problema esiste”. I rappresentanti delle guardie fanno sommessamente notare che uno dei loro è stato massacrato di botte e che la legge impone loro di sventare le rapine, non di agevolarle. Ma invano: vengono immediatamente zittiti dal partito dei rapinatori, i quali in questa dichiarazione vedono l’ennesima prova degli intenti golpisti delle guardie. Seguono, dopo la pubblicità, i programmi di approfondimento giornalistico, tutti dedicati a temi di stretta attualità politica: i viados, il Grande Fratello, la dieta mediterranea, i cinepanettoni di Natale, il nuovo libro di Vespa, il delitto di Perugia e le celebrazioni per il 750° compleanno di un noto sarto di epoca egizia con tanto di esperti di datazione al carbonio-14. A chi eventualmente intendesse occuparsi in tv di quanto accaduto fra il poliziotto e i rapinatori, viene amorevolmente raccomandato di rispettare la par condicio fra guardie e ladri e di invitare in studio qualche ladro per garantire il necessario contraddittorio. Il direttore del Tg1, che non ha mai raccontato nulla sulla rapina e sull’aggressione, comunica alla nazione che il governo è in pericolo a causa di guardie eversive che vogliono sovvertire la maggioranza democraticamente eletta, dunque occorre depenalizzare le rapine in banca o, in alternativa, immunizzare gli eventuali rapinatori che occupino alte cariche dello Stato. Alcuni giornali spiegano con dovizia di particolari che il problema politico nasce dal fatto che al governo siedono noti rapinatori e amici dei rapinatori, come risulta dalle confessioni di alcuni rapinatori che collaborano con la giustizia e stanno facendo i nomi dei loro complici rifugiatisi in Parlamento e/o al governo per non pagare il fio delle proprie rapine. Ma tutto questo i telespettatori, almeno quell’80 per cento che si informa o crede di informarsi soltanto dalla tv senza mai aprire un giornale o collegarsi a Internet, non lo sanno. E continuano a domandarsi: ma che cazzo c’entrano la politica, il Parlamento e il governo con le rapine in banca?