mercoledì 3 febbraio 2010

Sit-in in difesa dei nostri giudici - Palermo, 13 febbraio 2010

Dal Sito 19luglio1992.com
del 3 febbraio 2010


Dopo le riprovevoli intimidazioni ricevute da vari esponenti della magistratura da parte della mafia vogliamo ribadire a che siamo al fianco di queste persone.
Non possiamo permettere che attraverso il silenzio diventiamo tutti complici di questo schifo che avanza lentamente verso l’insabbiamento della ricerca della verità. E’ un dovere civico essere presenti al fianco di coloro che ogni giorno credono nella giustizia e lottano con i mezzi mezzi a disposizione dallo Stato contro lo strapotere mafioso.


E’ arrivato il momento di fare sentire la nostra vicinanza a Tona, Lari, Ingroia, Gozzo, Paci. Siamo con voi senza alcuna esitazione.

Siete tutti invitati al Sit-in davanti il tribunale di Palermo sabato 13 Febbraio alle ore 9 per dare solidarietà ai magistrati che fanno della lotta alla mafia lo scopo della loro vita. Noi siamo e saremo la loro scorta, perchè i nostri Giudici sono il patrimonio più grande che abbiamo, sono i nostri eroi VIVI.

Non ci saranno bandiere di partito, e invitiamo tutti a non portarne.

In difesa della legalità e della Giustizia al fianco di tutti coloro che lottano la mafia e sono minacciati!!!

NON MANCATE, HANNO BISOGNO DI SAPERE CHE SIAMO CON LORO!

Il comitato "scorta Civica", 2 febbraio 2010

Borsellino commuove il popolo delle agende rosse: «ho un debito con Paolo»

Dal Sito Primadinoi.it
del 2 febbraio 2010


Ignoti, perché sembra siano stati banditi dai principali organi di informazioni e dalle tv, perché le loro vite si sono complicate non poco da quando hanno iniziato a combattere quei poteri forti -e a tratti occulti- che hanno determinato cambiamenti epocali nella nostra democrazia.
Un fenomeno quello di Genchi e Borsellino che è esploso negli ultimi anni grazie al web e alle numerose pagine di Facebook che sono visitate da migliaia di giovani che non erano nati, o solo adolescenti, quando si svolgevano gli avvenimenti ricostruiti dai due.
Gioacchino Genchi, poliziotto, ex consulente delle procure nelle inchieste più scottanti degli ultimi venti anni (dalla strage di via D'Amelio dove perse la vita Paolo Borsellino all'inchiesta Why Not di De Magistris, passando anche per la scomparsa di Denise Pipitone a Mazara del Vallo), è stato messo sotto accusa per la prima volta pubblicamente dal premier Silvio Berlusconi. La colpa? Aver «intercettato 350mila italiani». Genchi è stato oggetto di una campagna stampa e di un processo. Il 26 giugno 2009 è stato scagionato.
Il Tribunale del Riesame già a marzo scorso aveva annullato il sequestro e la perquisizione dei tabulati telefonici spiegando che i reati contestati erano inesistenti. Ma la Procura di Roma comunque non ha restituito i tabulati a Genchi
Salvatore Borsellino, invece, è il fratello del magistrato ucciso dal braccio armato della mafia ma che egli sospetta mosso da parti deviate dello stesso Stato. Le ultime rivelazioni dei pentiti nell’ambito di recenti inchieste pare gli stiano dando ragione. La verità su cosa abbia davvero determinato la morte di Borsellino non c’è ancora.
Sono, in compenso, molti i fatti oscuri che ruotano intorno alle indagini che sembrano aver rallentato e ostacolato il percorso verso la verità.
Uno per tutti la scomparsa della agenda rossa di Borsellino nella quale sarebbero state annotate verità importantissime sui legami tra la politica e la mafia.
Una agenda che è stata sottratta -scomparsa per sempre- il giorno dell’attentato di via D’Amelio. Quella agenda è diventato il simbolo di una lotta per la verità di migliaia di giovani che chiedono spiegazione ai politici di Roma.
L’incontro di sabato è stato in realtà l’occasione per promuovere il libro di Genchi “Il caso Genchi, storia di un uomo in balia dello Stato” scritto con Edoardo Montolli, un libro di 900 pagine nel quale l’ex consulente tecnico delle procure ripercorre la sua storia partendo dai ricordi di Falcone e Borsellino con i quali ha lavorato («ho insegnato io il funzionamento del vecchio Videotel a Falcone che ne intuì l’immensa portata per le indagini») per passare alle inchieste più importanti nelle quali comparivano strane organizzazioni, più o meno occulte tutte con legami chiari con alcuni importantissimi esponenti della politica nazionale.
Molte di quelle inchieste poi sono state fermate, alcuni magistrati costretti a lasciare così come Genchi, accusato di cose palesemente false (un consulente non ha potere di intercettare ma esegue solo un ordine del pm, ndr).
Genchi ha ripercosso in un’aula ammutolita e attenta la fine della Prima Repubblica e l’inizio della Seconda, passaggio dettato ed imposto da Cosa Nostra che aveva rotto i ponti con la Democrazia Cristiana e aveva votato per radicali e socialisti. Ne nasce una spaccatura interna al partito di Andreotti: c’è chi vuole combattere Cosa nostra anche per ritorsione e chi invece vorrebbe trattare.
Genchi ricorda come in questo clima sia nata l’Antimafia e come la Cassazione, I sezione penale, nel 1991 per un cavillo scarcerò tutti i boss arrestati dal maxiprocesso. Stessi giudici che in passato avevano contribuito ad “ammazzare” sentenze di condanna ai mafiosi.
Parole di fuoco per noti politici come D’Alema («una persona che dovrebbe sparire anche dall’elenco telefonico») e per Rutelli ex capo del Copasir.
Non sono mancati accenni inediti relativi agli attentati di Falcone e Borsellino che proverebbero come in molti sapessero che “l’attentatuni” sarebbe stato replicato.
Genchi, infatti, ha ricordato che nelle indagini alle quali ha contribuito è emerso che nel carcere dell’Ucciardone, alcune ore prima dell’attentato a Borsellino, arrivarono casse di champagne per i boss mafiosi, lì rinchiusi, per brindare alla morte del magistrato. Quando la polizia fece irruzione nel carcere i boss stavano ancora brindando.
La storia è poi proseguita velocemente tra aneddoti e storie di vita vissuta fino alla creazione di Forza Italia e la vittoria di Berlusconi per arrivare ad oggi con accenni molto critici al controllo totale sui media («proprietà del padrone unico») e alle varie distorsioni create per «addormentare il popolo».
Genchi ha attaccato duramente il premier accusandolo chiaramente di aver organizzato ed enfatizzato l’attacco di piazza del Duomo a Milano (elencando una serie di incongruenze che getterebbero pesanti dubbi sulla genuinità del gesto criminale) ma anche Maurizio Gasparri per aver lanciato attacchi ed insulti proprio da Pescara a Salvatore Borsellino.
Anche in questo caso Genchi ha ricordato l’attacco subito da Leo Nodari alcuni mesi fa, il giorno del Premio Borsellino, (al quale né Genchi né Borsellino hanno voluto partecipare) anche in questo caso parlando di strumentalizzazioni e di incongruenze per le accuse lanciate verso i contestatori che erano altrove.
Oltre due ore di parole seguite con attenzione da una folla eterogenea, molte persone in piedi, chiuse con le lacrime di Salvatore Borsellino, visibilmente commosso, affaticato, che ha urlato più volte la parola «resistenza» ed ha incitato ad aprire gli occhi e ad opporsi a chi vuole sotterrare la verità.
«Ho un debito da pagare con mio fratello», ha detto Borsellino, «perchè per sette anni sono stato in silenzio e perchè io ho lasciato la nostra città e sono andato a lavorare al nord. A Paolo, invece, non piaceva Palermo ma la amava e come tutto quello che si ama, voleva aiutarla a cambiare in meglio.
Per questo continuerò a girare l’Italia e ad incontrare chi vorrà venire a sentirmi per diffondere le idee di mio fratello. Continuerò a farlo fino all’ultimo giorno della mia vita. Oggi sono felice», ha continuato il fratello del giudice, con la voce strozzata da un misto di rabbia e commozione. «Sono felice perchè la vittoria più bella di questi anni siete voi, sempre di più, questo mare di agende rosse che mi segue e si organizza anche senza di me. Oggi so che anche quando non ci sarò più altri continueranno a difendere Paolo e gli uomini onesti e a gridare “fuori la mafia dallo Stato”».

Falcone, la relazione ritrovata

Dal Blog ipezzimancanti.it
del 2 febbraio 2010

di Salvo Palazzolo
(Giornalista)


“Da tempo, purtroppo, assistiamo quasi senza accorgercene alla progressiva dispersione della cultura della giurisdizione ed alla continua erosione dei valori dell’indipendenza ed autonomia della Magistratura; e ciò in conseguenza di una serie di reazioni a catena, che, partendo da una certa insofferenza per il magistero penale e dalla forte tentazione dei partiti di occupare anche l’area riservata al potere giudiziario, rischia di scardinare l’assetto costituzionale della divisione dei poteri e di svuotare di contenuto la giurisdizione”. Non è un brano tratto dall’ultimo documento dell’associazione nazionale magistrati, che alla recente inaugurazione dell’anno giudiziario ha scelto di entrare in polemica con il ministro della Giustizia. Sono parole di Giovanni Falcone, pronunciate a Catania il 12 maggio 1990, ad un convegno organizzato dalla facoltà di Economia e Commercio.

“Chi mi conosce sa perfettamente che condivido le critiche nei confronti di certi arroccamenti corporativi – Giovanni Falcone ha il tono schietto di sempre – Chi mi conosce sa perfettamente che condivido le critiche nei confronti di certi richiami formalistici ad un tecnicismo giuridico incurante delle esigenze della società, di certi collateralismi tra taluni Magistrati e determinati gruppi del potere politico. Tuttavia, tali censurabili atteggiamenti culturali non rappresentano di certo una buona ragione per tentare, profittando della crescente sfiducia dei cittadini nei riguardi della Giustizia, per portare avanti un progetto di delegittimazione della magistratura e di progressivo affievolimento delle garanzie di legalità complessive del sistema, dettate non certamente a beneficio della corporazione dei giudici ma nell’interesse di tutta la collettività. Il meccanismo di attacchi e di sospetti – precisa Falcone – si è innescato anche a soprattutto nei confronti dei c.d. giudici antimafia”.

Il testo di questa relazione, dal titolo “Ruolo della magistratura nella lotta alla mafia”, è stato recuperato da Giovanni Paparcuri, uno dei collaboratori di Falcone al palazzo di giustizia di Palermo. Paparcuri è andato in pensione il 31 dicembre scorso: sistemando il suo ufficio ha ritrovato quel prezioso documento, che adesso tutti possono leggere.

La relazione di Giovanni Falcone

Manca solo un foglio (pagina 18), ma il pensiero di Giovanni Falcone è comunque chiarissimo: “Come non ricordare che è stata bollata come “supplenza” da parte della Magistratura un’attività antimafia che, in quanto diretta all’accertamento di reati, era solo legittima ma anche doverosa? E come non ricordare che alcuni hanno avuto il coraggio di accostare un’attività repressiva svolta nel pieno rispetto delle leggi a quella del prefetto Mori nel periodo fascista?”

“Tante altre critiche sono piovute addosso ai magistrati che si occupavano di inchieste di mafia – dice Giovanni Falcone – Basterebbe ricordare le disinvolte generalizzazioni su pretese scorrettezze nella gestione dei c.d. “pentiti”; quella sui c.d. professionisti dell’antimafia; quelle sulle creazioni dei maxi-processi, come se fossero una invenzione dei magistrati piuttosto che la conseguenza, se si vuole perversa, della normativa sulla connessione dei procedimenti e di una realtà criminosa di dimensioni inusitate; quelle sull’uso delle scorte, che hanno indotto taluni illustri opinionisti anziché a stigmatizzare gli eccessi nell’assegnazione della protezione a chi non correva rischi reali, a guardare con insofferenza tutta la categoria dei magistrati e, specialmente, quelli maggiormente esposti a rischio”.

La conclusione di Giovanni Falcone, che sembra scritta oggi: “Di fatto questo clima tangibile di ostilità ha contribuito, mi auguro inconsapevolmente, a delegittimare la Magistratura ed a creare confusione e disorientamento in quella stessa opinione pubblica che con tanto slancio aveva sostenuto l’impegno antimafia”.

MILANO 2 DEI MISTERI

Dal Quotidiano Il Fatto Quotidiano
del 3 febbraio 2010

di Gianni Barbaceto
(Giornalista)


Quando parla di Milano 2, Silvio s’illumina: “Credo che sia venuta fuori praticamente senza difetti. Tutta la gente che ha preso appartamento lì è felicissima di vivervi”, dice a Paolo Guzzanti, che lo riporta nel suo ultimo libro-intervista. “Quando io l’ho presa, era un prato senza un albero. È venuto fuori un parco”. La città ideale, con ampi spazi verdi, sentieri per i pedoni, piste per le biciclette e strade per le auto. “Tutto un lavoro certosino fatto con la volontà e l’orgoglio di inventare una nuova formula urbanistica”. Peccato che a rompere l’incanto ora arrivino, da Palermo, le parole di Massimo Ciancimino: “Parte del denaro di mio padre, negli anni Settanta, fu investito in una operazione edilizia chiamata Milano 2”, dice il figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino. “Aveva stretto un patto con i boss Nino e Salvatore Buscemi e Franco Bonura”.

LA CITTÀ IDEALE. La città ideale di Silvio Berlusconi nasce tra il 1969 e il 1979 a Segrate, periferia nordest di Milano. È firmata dagli architetti Giancarlo Ragazzi, Giuseppe Marvelli e, per la parte paesaggistica, Enrico Hoffer. Ma Silvio i meriti per la visione innovativa li attribuisce tutti a sé. Ha voluto lui, racconta, i ponti pedonali per evitare qualsiasi attraversamento del traffico, i percorsi separati per auto e pedoni. E poi il laghetto, il parco giochi, le strutture scolastiche, lo Sporting Club... Il “prato senza alberi” nel Comune di Segrate apparteneva al conte Leonardo Bonzi, che lo vendette a Berlusconi per 3 miliardi di lire. L’area era edificabile solo in parte e non è vero che fosse un prato vuoto: c’erano cinque vecchi palazzi, abitati da cittadini che non avevano alcuna intenzione di abbandonarli per lasciare libero corso alle luminose intuizioni urbanistiche del giovane Silvio. Si arrenderanno, con il tempo, anche a causa di pressioni, minacce e piccoli attentati, come raccontano Leo Sisti e Peter Gomez nel libro “L’intoccabile” (Kaos editore).

ASSEGNI IN BOCCA. Le licenze edilizie arrivano dagli uffici comunali, malgrado Segrate sia amministrata da una giunta socialcomunista. Molti anni dopo , il 9 maggio 2003, durante un intervento a braccio al Forum sulla pubblica amministrazione, Berlusconi dice con enfasi: “Giravo gli uffici comunali con l’assegno in bocca”. Chissà a che cosa si riferiva. Complessa la storia dei finanziamenti dell’operazione Milano 2 e dei veicoli societari per realizzarla. Era il giorno del suo trentaduesimo compleanno, il 29 settembre 1968, quando viene fondata a Milano la Edilnord. È la seconda società con questo nome, la prima era servita per costruire un quartiere di villette nella vicina Brugherio. La Edilnord Centri Residenziali Sas di Lidia Borsani e C., nata nell’autunno di un Sessantotto in cui i coetanei di Silvio avevano altro a cui pensare, è una società per accomandita. Socia accomandataria è, appunto, Lidia Borsani. Chi è? Una giovane cugina di Berlusconi, che gentilmente si presta a schermare l’intraprendente Silvio. Accomandante, invece, è una finanziaria svizzera dal nome impronunciabile, l’Aktiengesellschaft fur Immobilienanlagen in Residenzzentren Ag di Lugano. È questa finanziaria che fornisce il capitale ed è rappresentata da un avvocato d’affari svizzero, Renzo Rezzonico.

SOLDI SVIZZERI. È a capitale elvetico anche la società di costruzioni che edifica Milano 2: la Italcantieri Srl viene fondata nel 1973 da due fiduciarie ticinesi, la Cofigen Sa (rappresentata da un giovane praticante notaio) e la Eti Ag Holding (rappresentata da una casalinga di nome Elda Brovelli). Al di là dei prestanome, ci sono professionisti di livello: dietro la Cofigen si intravvede il discusso finanziere svizzero Tito Tettamanti; dietro la Eti, l’avvocato d’affari Ercole Doninelli, a cui fa capo anche la Fimo, una finanziaria svizzera coinvolta in numerose inchieste per riciclaggio e traffico di droga. La Italcantieri ha come amministratore unico Luigi Foscale, padre di Giancarlo Foscale e zio di Berlusconi. Sarà in seguito, tra il luglio 1975 e il novembre 1976, comprata dalla Fininvest, la holding fondata per mettere ordine nell’intricato paesaggio societario berlusconiano. Tre diverse Fininvest nascono, tra il 1975 e il 1979, anno in cui per la prima volta nelle carte appare, finalmente con il suo nome, Silvio Berlusconi. L’opacità sul controllo societario e sui suoi finanziamenti si trasferisce a monte: a controllare la Fininvest sono infatti, in un intrico bizantino di scatole cinesi, incroci e passaggi, 38 società chiamate Holding Italiana Prima, Seconda, Terza e così via.

TELEMILANO. Intanto Milano 2 è ormai finita. Nella città ideale è nato anche quello che diventerà il nuovo business di Berlusconi : la tv. Dapprima è una televisione condominiale via cavo, poi Telemilanocavo diventa, via etere, Telemilano che diventerà Canale 5. Ora le parole di Ciancimino jr. riaprono l’eterno dibattito sull’odore dei soldi. Mentre l’avvocato-deputato Niccolò Ghedini minaccia querele, lui non se ne preoccupa: “Ancora adesso”, confida Silvio a Guzzanti, “quando ho delle angoscie e voglio dare un senso alle cose che ho fatto, vado mani in tasca a Milano 2 e la cosa mi rincuora, perché ci sono più di diecimila persone che hanno trovato qui un teatro di vita di altissima qualità”.

La norma “azzera-pentiti” e quei messaggi ai boss

Dal Quotidiano Il Fatto Quotidiano
del 3 febbraio 2010

di Sandra Amurri
(Giornalista)


Il ddl “azzera-pentiti” – che se diventasse legge segnerebbe la fine del contrasto a Cosa Nostra, alla ’Ndrangheta e alla Camorra – è stato infilato, non casualmente, nel calderone dei disegni di legge sulla modifica del processo penale in discussione alla Commissione giustizia del Senato. Così come non casualmente porta la firma del senatore avvocato Giuseppe Valentino, vice di Niccolò Ghedini alla consulta Pdl per la Giustizia. E così come non casualmente relatore in Commissione giustizia al Senato è Piero Longo, avvocato che difende Silvio Berlusconi assieme a Ghedini nei processi Mills e sui diritti Mediaset. Sempre non a caso, Valentino è stato relatore alla Commissione giustizia alla Camera del processo breve. Avvocati candidati con un preciso mandato: difendere il loro cliente anche nelle aule istituzionali dagli attacchi dei giudici politicizzati. Un azzardo che, almeno a parole , non viene condiviso dal ministro della Giustizia Alfa-no: “È un’iniziativa personale del senatore del Pdl, il testo non fa parte del programma di governo, né dei nostri progetti. Non se n’è discusso né è stato avallato dal governo, dalla maggioranza o dalla consulta Giustizia del Pdl”. Strano, visto che il suo firmatario Valentino è appunto il vice di Ghedini che presiede la consulta giustizia del Pdl e che Ghedini non è propriamente un signor nessuno. Iniziativa questa della “azzera-pentiti” azzardata due legislature or sono quando era stata inserita nel testo del forzista Pittelli divenuta emergenza a causa dell’incalzare dei processi che vedono imputati oltre al Cavaliere anche Dell’Utri e Cuffaro. Ma che bisogno c’era di questo ddl visto che la norma attuale dice già che le dichiarazioni rese da un imputato di reato connesso hanno necessità di elementi di prova che ne confermino l’attendibilità e che la valutazione della prova è nel potere del giudice? Il bisogno sta nel depotenziamento dell’acquisizione della prova nel processo penale. Con questa norma, infatti, la prova deve essere supportata non più da diverse dichiarazioni di collaboratori ma da fatti documentali o testimoniali. E siccome nei processi di mafia i soli testimoni sono mafiosi divenuti collaboratori equivale all’annullamento della prova. Un esempio lo fa Luigi Li Gotti, avvocato di Tommaso Buscetta, oggi senatore dell’Idv e componente della Commissione giustizia: “Se conosciamo la decisione assunta dalla commissione di Cosa Nostra di intraprendere nel ‘92 la linea stragista è solo perché ce lo hanno detto Cancemi e Brusca che ne facevano parte. Con questa norma, quelle conoscenze sarebbero state inutilizzabili in quanto sarebbero mancati i riscontri esterni”. Ve la immaginate la commissione di un’organizzazione criminale segreta che si svolge alla presenza di un notaio non mafioso o che viene videoregistrata dalla polizia? Per questo e non solo – come spiega il procuratore aggiunto Antonio Ingroia – “il ddl rischia di essere un colpo di grazia a tutto l’impianto della validità probatoria delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia su cui si è fondato il maxi-processo di Falcone e Borsellino. L’85% delle condanne del maxi-processo non ci sarebbero state, così come il 60-70% delle condanne all’ergastolo anche per le stragi di Capaci e via D’Amelio, che si fondano tra l’altro sul cosiddetto incrocio delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia”. Anche Walter Veltroni mette in guardia sul fatto che “si andrebbe verso l’impunità dei reati mafiosi rischiando di proteggere i mafiosi dal colletto bianco che muovono centinaia di miliardi di euro ogni anno e che hanno porte aperte anche nella politica e nell’amministrazione di questo paese”. Concorda Giampiero D’Alia, presidente dei senatori Udc, il partito di Cuffaro: “Dopo la trasformazione del processo breve in amnistia, potremmo assistere alla trasformazione della riforma del processo penale in uno smantellamento per via processuale della legislazione antimafia”. E come spiega il sostituto procuratore Ingroia “significherebbe che la sentenza definitiva del maxi-processo, acquisita in moltissimi processi di mafia invaliderebbe i processi stessi e potrebbero esserci conseguenze su tutti i processi in corso e su quelli già chiusi con sentenza definitiva”.

Dichiarazioni che non potrebbero essere utilizzate neppure come indizi di colpevolezza per motivare la richiesta di custodia cautelare. Il tutto metterebbe una pietra tombale anche su nuove collaborazioni visto che diventerebbe impossibile valutare la credibilità del collaboratore in quanto il mafioso dovrà dire all’inizio che quello che racconterà è riscontrato da A, B e C. E se è vero che in qualità di norma processuale non dovrebbe avere effetto retroattivo, grazie al processo breve verrebbe applicata anche ai processi in corso e a quelli chiusi. “Aprendo insperate aspettative per i mafiosi che potranno invocare una revisione dei loro processi” per dirla con Ingroia. Esattamente come da tempo invocano Totò Riina e il suo esercito dietro le sbarre. Proprio per questa ragione il messaggio inviato alle organizzazioni criminali è chiaro: stiamo lavorando per noi ma anche per voi.

TRATTATIVA DELL’UTRI

Dal Quotidiano Il Fatto Quotidiano
del 3 febbraio 2010

di Giuseppe Lo Bianco
(Giornalista)


Trattativa mafia-Stato, atto secondo: a dicembre del ’92 esce di scena don Vito Ciancimino, arrestato dalla polizia (“fu una trappola dei carabinieri’’) e nell’aula bunker dell’Ucciardone di Palermo il figlio Massimo pronuncia il nome del suo sostituto, l’uomo chiamato a garantire l’equilibrio del sistema politico-affaristico-mafioso nel dopo stragi: il senatore del Pdl Marcello Dell’Utri, con cui “il boss Provenzano, mi disse mio padre, aveva un rapporto diretto’’. Le prove? I progetti che il mese precedente don Vito, Binu e il misterioso signor Franco discutevano nei loro incontri per convogliare i voti di una Dc in disfacimento in una nuova formazione politica garantendo così continuità elettorale al sistema. E poi la mancata perquisizione del covo di Riina da parte del Ros, in occasione del suo arresto, che “fu un’idea di mio padre, una sorta di onore delle armi, per consentire alla famiglia di Riina di tornare a casa, e ai mafiosi di far sparire documenti compromettenti. Mio padre mi disse: sono le mie condizioni, le stanno attuando, mi hanno scaricato’’. Non ha deluso neanche ieri, Massimo Ciancimino, che nella sua seconda tornata di deposizioni ha ripercorso come una spy story le tappe della trattativa, ricostruita anche documentalmente con i pizzini recapitati da Binu a suo padre letti e analizzati in aula. Uno scenario che lui ha diviso in due parti, la “fase uno’’, con suo padre e Provenzano impegnati ad arginare la furia al tritolo del “capo dei capi”, e la “fase due’’, dopo la strage di via D’Amelio, quando si abbandona l’idea della resa dei latitanti e si punta alla cattura di Riina, sempre più deciso ad azionare il pedale stragista perché “pressato’’, dice il testimone, da un misterioso “architetto”, lo stesso che gli metteva in testa le “minchiate’’ stragiste. E nella fase due, secondo Massimo, si abbandonano anche i referenti istituzionali Mancino e Rognoni per avvertire dell’offerta di catturare Riina Luciano Violante “l’unico in grado di condizionare i magistrati, per salvare il patrimonio oggetto della misura di prevenzione. Nonostante fosse nemico, mio padre ne riconosceva la capacità’’. Secca la replica di Violante: “Il generale Mori mi disse che Ciancimino voleva parlarmi, chiesero di incontrarmi anche Cutolo e Vittorio Mangano – ha dettato alle agenzie – ma fra persone perbene si può mediare, altrimenti meglio evitare’’. In mezzo uno scenario in cui ogni attoreistituzionale sembra fare a gara per favorire i protagonisti dell’universo mafioso, dai salvacondotti concessi a Provenzano per garantire la “sommersione’’ di Cosa Nostra, “perché se non ci fosse stato lui, mi disse mio padre, sarebbe arrivato uno ancora più terribile’’, alla cassaforte di casa sua con dentro il “papello”, che i carabinieri non vollero aprire durante la perquisizione dell’Addaura (episodio su cui indaga la procura), al provvidenziale avvertimento, ricevuto da lui stesso da un emissario del signor Franco, che gli consigliò di mettere al sicuro i documenti del padre perchè di lì a poco sarebbe stato arrestato. Per questo, Ciancimino jr. portò in Svizzera le carte, finendo, al suo ritorno, in carcere. Fino all’interessamento di Dell’Utri e di Cuffaro (citati in un pizzino del 2000 come “il nostro senatore” e “il nostro presidente’’, con il primo a rispondere “è solo fango su di me e su Berlusconi”) per un provvedimento di clemenza per i detenuti mafiosi che avrebbe potuto agevolare don Vito. E se Dell’Utri in quel momento è un deputato e non un senatore, è lo stesso teste a chiarire che “Provenzano chiamava tutti senatori’’.

Una spiegazione che non convince il generale Mori che, a quel punto, lascia l’aula mormorando: “Questo è davvero troppo’’. Il generale assiste, invece, al racconto del successo maggiore della sua carriera fatto da Ciancimino jr. in chiave di spy story, con il padre intento a maneggiare i “pizzini” di Provenzano con guanti monouso immersi nel borotalco per non lasciare impronte, subito foto-copiati e poi archiviati. “A novembre del ’92 – dice Massimo – vengono richiesti ai carabinieri una serie tabulati di utenze telefoniche, gas, luce, acqua , e piantine catastali dell’area di Palermo dove stava Riina. De Donno mi consegnò questi tabulati e un grosso tubo giallo con le mappe della città di Palermo. La prima parte me la consegnò a Roma, la seconda lo portò a casa di mio padre

che scartò vari quartieri e si concentro nella zona che da Baida arriva fino a sotto via Leonardo da Vinci. Mi disse ‘va bene così’. Li fotocopiai, e mio padre mi disse di portarle a Palermo, con un biglietto di accompagnamento. Ho consegnato la lettera e la busta all’ing. Lo Verde, alias Provenzano. Questa documentazione viene restituita con le indicazioni, era cerchiata una zona ben precisa di Palermo, poi col pennarello erano evidenziate delle utenze telefoniche. Era il covo di Riina’’. Ma don Vito venne arrestato il 19 dicembre, e Massimo non fa in tempo a consegnare il tutto a De Donno. “In carcere mio padre mi telefonò con il cellulare di De Donno e mi disse di dare le mappe all’ufficiale. Io obbedii, poi mio padre capii che era stato giocato. Usato e scaricato. La trattativa aveva trovato un nuovo interlocutore’’.

De Magistris tocca a te

Dal Quotidiano Il Fatto Quotidiano
del 3 febbraio 2010

di Palo Flores D'Arcais
(Direttore di Micromega)


Dalla farsa alla tragedia: questo rischia di diventare l’appuntamento elettorale in Campania. Il regime di Berlusconi voleva candidare l’on. Cosentino, su cui pende un mandato d’arresto per camorra confermato dalla Cassazione. Ha deciso di soprassedere, ma solo per far scegliere a Cosentino medesimo da chi farsi sostituire. Un gioco da ragazzi, perciò, per un’opposizione appena dentro la media del quoziente d’intelligenza: si presenta un candidato ineccepibile quanto a moralità ed efficienza, e si vince in carrozza. Ma nel Pd il segretario Bersani è evidentemente intenzionato a strappare a D’Alema l’oscar della stupidità politica, e quindi in Campania ha candidato il dalemiano De Luca, due rinvii a giudizio per associazione a delinquere, concussione, falso e truffa. Avremo perciò il mondo alla rovescia: un candidato di Berlusconi incensurato e un candidato “democratico” azzoppato in partenza dai carichi processuali. Ci vuole genialità per farsi del male in questo modo.

Questo scempio può essere ancora fermato. La farsa, anziché in tragedia, può trasformarsi in speranza. Luigi De Magistris deve annunciare la sua candidatura. Le personalità pubbliche della Campania democratica devono attivarsi con un’ondata di pressioni tale da costringerlo, il “popolo viola” deve aprire su Facebook “De Magistris candidato” che con un’alluvione di adesioni lo spinga a “gettare il cuore oltre l’ostacolo”. Di fronte alla candidatura De Magistris, anche gli strateghi del Pd potrebbero capire che alla sconfitta certa di un bi-rinviato a giudizio, e conseguente sputtanamento del partito, è preferibile puntare sulla vittoria di un ex magistrato che difende la Costituzione. Se poi decidessero per il “perseverare diabolicum”, De Magistris e la sua lista di società civile renderebbero comunque una vittoria di Pirro il trionfo annunciato del regime e della Camorra. Il candidato di Cosentino non raggiungerebbe la maggioranza assoluta, e il successo di De Magistris su De Luca aprirebbe , dopo la disfatta di D’Alema di fronte a Vendola, una pagina interamente nuova per l’opposizione democratica. De Magistris ha ribadito la necessità di un “nuovo inizio”, che oltre l’Idv coinvolga associazionismo laico, base Pd, Sinistra radicale, “grillini”, insomma la società civile che resiste. Parole sacrosante, parole da leader. Ma leader si diventa con l’azione, e oggi l’emergenza democratica si chiama Campania. Concittadino De Magistris, non puoi sottrarti.

Giustizia al Pomodoro

Dal Quotidiano Il Fatto Quotidiano
del 3 febbraio 2010

di Marco Travaglio
(Giornalista)


Bei tempi quando i politici si ricattavano fra loro. Ora c’è un intero Paese ricattato da un solo uomo, che lo tiene in ostaggio da quindici anni per sistemare i propri affari finanziari e penali. Sono ricattati gli alleati, precettati a uno a uno via sms perché si presentino compatti come falange macedone alla Camera per votargli l’ennesima (quarantesima? cinquantesima? s’è perso il conto) legge su misura: quella che renderà legittimo qualunque “impedimento” a comparire in tribunale, senza nemmeno la fatica di doverne inventare uno a ogni udienza. Impedimento legittimo a prescindere per Lui e i suoi ministri, su disposizione di un funzionario di Palazzo Chigi che darà ordini ai giudici (teoricamente “soggetti soltanto alla legge”, art. 101 della Costituzione) perché rinviino le udienze di sei mesi in sei mesi, in attesa della prossima porcata: superlodo Alfano o immunità Chiaromonte (Pd). Infatti è ricattata anche l’opposizione, almeno quella che si fa ricattare: l’Udc aveva promesso di votare contro se l’impedimento non fosse valso solo per il premier e non fosse stato ritirato il processo breve, invece si asterrà; e il Pd non tenta nemmeno l’ostruzionismo, anzi si accinge a dialogare sull’immunità, dopo che i D’Alema e i Violante han fatto sapere che il legittimo impedimento è “il male minore”.Ricattati anche gli editori dei giornaloni “indipendenti”, dal Sole 24 Ore (ieri, vedi pagina 10, taroccava un sondaggio per dipingere un paese allegro e ottimista sulla crisi) al Pompiere della sera (ieri sparava in prima pagina una vecchia e innocua foto di Contrada e Di Pietro, nascondendo le rivelazioni di Ciancimino sull’odore dei soldi). E sono ricattati anche i giudici. Quelli della Cassazione sanno che, se il 25 febbraio non assolvono Mills, il governo scasserà quel che resta della Giustizia col processo morto. Quelli di Milano sanno che, se non assolvono Berlusconi nel processo Mediaset e nella causa Mondadori, finiranno linciati come il collega Mesiano, portatore sano di calzini turchesi. Quelli di Palermo sanno che, se non assolvono Dell’Utri, una legge ammazza-pentiti farà saltare tutti i processi per mafia. E tocca pure assistere a sceneggiate come quella di sabato pomeriggio, quando la prima udienza della separazione fra Silvio e Veronica (“tentativo di conciliazione”) si è svolta non in Tribunale, come per i comuni mortali, ma alla Prefettura, in una sala appositamente allestita dal prefetto Lombardi, quello che dice che a Milano la mafia non esiste. Di solito, per proteggere la privacy dei coniugi vip, i giudici fissano le udienze in Tribunale il sabato pomeriggio. Per il divorzio del Banana, invece, c’è la Prefettura. Anche perché in Tribunale si inaugurava l’anno giudiziario e i magistrati protestavano contro il governo ammazza-giustizia. E poi, si sa, al Banana i tribunali danno l’orticaria. Gli vengono proprio le bolle rosse al solo sentirne parlare. Meglio farlo giocare in casa, nel “palazzo del governo”. Il tutto per decisione o con l’avallo della presidente del Tribunale, Livia Pomodoro, che tre anni fa aveva costretto il gip Clementina Forleo a una procedura del tutto inedita per proteggere la casta dalle intercettazioni Unipol-Antonveneta. Chissà in quale articolo del Codice di procedura civile è previsto che la separazione del premier venga discussa in Prefettura. E chissà perché il presidente della sezione famiglia del Tribunale, Gloria Servetti, ha sentito il bisogno di giustificare il fallimento dell’“operazione privacy” con un’imbarazzante dichiarazione Ansa: “Avevo adottato tutte le cautele possibili e sono molto amareggiata che la vicenda sia apparsa sulla stampa. Nessun giudice della mia sezione, né la cancelleria, né i miei familiari (sic!, ndr) erano al corrente della pendenza del procedimento né dei miei impegni di sabato pomeriggio”. Dopotutto, se il Tribunale avesse obbedito al Codice, sarebbe passata una leggina per il divorzio ad personam. Il ricatto è a un punto tale che ormai, per evitare le leggi su misura, i giudici le anticipano.

martedì 2 febbraio 2010

Maggiani Chelli : ''I nostri figli morti per il silenzio sulla trattativa''

Dal Sito Antimafia 2000
del 2 febbraio 2010

di Giavanna Maggiani Chelli
(Vice Presidente Portavoce Associazione tra i familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili)


Più i lanci di agenzia si susseguono e più fortemente, se mai ce ne fosse ancora bisogno, acquisiamo il dato che il nostri figli sono morti sotto trecento chili di tritolo perché il Paese intero che conta si è cucito la bocca su ciò che stava avvenendo in Italia nel 1993.

Quella ignobile trattativa tra Stato e mafia che Ciancimino Massimo sta mettendo sul piatto della bilancia con dettagliate ricostruzioni è quanto di più ignobile si possa immaginare.
Non importa chi si è salvato il collo trattando con la mafia. Importano quelli che sono morti e quelli che sono stati resi invalidi per sempre, prodotti di quella trattativa vergognosa.
Chi può ripari in parte, faccia ammenda, aiuti il Paese a raggiungere la verità piena sulla strage di via dei Georgofili .
Inoltre, chi può dica al Governo di chiudere subito la partita economica con i familiari dei morti e con gli invalidi rimasti in vita in via dei Georgofili.
Non verrà risarcito in fondo un bel nulla, rispetto a ciò che ci hanno fatto, ma capiremo almeno che alla vigliaccheria di certi uomini di Stato, di Governo e di Amministrazioni di ogni genere, è stato posto un limite. Ciò che sta avvenendo nell’aula di giustizia di Palermo, mentre il testimone Ciancimino parla, è di una gravità inaudita.
Chiunque starà fermo e zitto davanti a ciò che hanno fatto ai nostri figli, si renderà solo complice dei delitti volutamente commessi il 27 Maggio del 1993 sotto la Torre de’ Pulci a Firenze.

Cordiali saluti

Giovanna Maggiani Chelli

Fratelli ingombranti nelle logge massoniche di Barcellona P.G.

Dal Sito Antimafia 2000
del 2 febbraio 2010

di Antonio Mazzeo)
(Giornalista)


Maurizio Marchetta era l’enfant prodige della politica e dell’imprenditoria locale, perlomeno sino alla deflagrazione dell’inchiesta “Omega”, nel luglio 2003, quella sullo strapotere della criminalità organizzata nella realizzazione delle opere pubbliche nella provincia di Messina.

Architetto, titolare dell’impresa di costruzioni Cogemar, nel 2001 Marchetta ascese alla vicepresidenza del Consiglio comunale di Barcellona Pozzo di Gotto in rappresentanza di Alleanza Nazionale, il partito del senatore Domenico Nania, barcellonese. Due anni dopo la tempesta giudiziaria e un’accusa per l’imprenditore-consigliere di «aver fatto parte di un’associazione a delinquere finalizzata alle turbative d’asta». Il profilo tutt’altro che lusinghiero su Marchetta sarà tracciato nel 2006 dai componenti della Commissione incaricata dalla Prefettura di Messina di verificare eventuali infiltrazioni mafiose nella gestione del Comune di Barcellona. I commissari, in particolare, oltre ai procedimenti penali che lo vedevano coinvolto, segnalarono «gli stretti rapporti di cointeressenza esistenti» con Salvatore “Sem” Di Salvo, pluripregiudicato ai vertici dell’organizzazione mafiosa del Longano, e le «documentate condotte agevolatrici volte ad introdurlo nella casa comunale per permettergli di sbrigare con facilità e speditezza qualunque tipo di pratica amministrativa». Del politico-imprenditore furono inoltre evidenziate le frequentazioni con altri due personaggi di spicco della criminalità barcellonese, Giovanni Rao e l’avvocato Rosario Pio Cattafi, tessitore quest’ultimo oggi di una imponente operazione speculativa, la realizzazione di un Parco commerciale di 18,4 ettari alla periferia di Barcellona P.G..
Da un anno a questa parte Maurizio Marchetta ha deciso di rispondere alle domande degli inquirenti. La Procura preferisce definirlo un “dichiarante”, ma i suoi racconti hanno scatenato un vero e proprio terremoto tra la classe politica dirigente, gli imprenditori e i vecchi e nuovi reggenti delle cosche. Grazie a Marchetta è scaturita l’indagine denominata “Sistema”, che all’inizio del 2009 ha portato all’arresto di Giuseppe D'Amico (boss emergente della famiglia barcellonese), Pietro Nicola Mazzagatti (a capo della famiglia di Santa Lucia del Mela) e Carmelo Bisognano (Mazzarrà Sant’Andrea). Marchetta ha pure spiegato con dovizia di particolari il cosiddetto meccanismo regolatore del “3 per cento”, quanto cioè si deve pagare alla mafia per continuare a lavorare nella provincia di Messina. E si è soffermato sulle modalità di conduzione delle turbative d’asta nei pubblici appalti, illeciti resi possibili dall’esistenza di «un gruppo di imprenditori che adotta tale sistema su scala regionale e che fruisce sia di collegamenti con pubblici amministratori, sia con soggetti politici che svolgono una vera e propria funzione di referenti, sia con soggetti appartenenti alla criminalità organizzata». Maurizio Marchetta non ha risparmiato parole di fuoco contro uno dei sui principali referenti politici, il dottor Candeloro Nania (ex Msi, ex An, oggi Pdl), da una decade a capo dell’amministrazione comunale di Barcellona, cugino di primo grado del senatore Domenico Nania. A proposito del sindaco del Longano, Marchetta avrebbe raccontato «le forme di condizionamento determinate per imporre a privati proprietari terrieri, che hanno ottenuto grazie a lui l’aumento dell’indice di cubatura, le progettazioni e le successive costruzioni con professionisti ed imprenditori da lui stesso imposti».
L’architetto ha pure puntato il dito contro le logge e i templi “occulti” della massoneria, veri e propri centri dove sarebbe esercitato il potere del partito unico trasversale che regolerebbe la vita della fascia tirrenica del messinese. È stato grazie al dichiarante che la Squadra Mobile della Questura di Messina ha avviato un’indagine sulla Gran Loggia Ausonia, un’obbedienza “indipendente” fondata a Barcellona il 15 gennaio 2004. «Gli obiettivi che gli adepti si prefiggono non appaiono riconducibili alla conduzione di studi filosofici ed approfondimenti culturali», scrivono i dirigenti della Questura nella loro richiesta di perquisizione della loggia massonica. Al contrario, i “fratelli” dell’Ausonia punterebbero «all’acquisizione ed al consolidamento di posizioni di vertice, nei contesti professionali e lavorativi in cui operano, ed incarichi presso strutture sanitarie che forniscono un bacino elettorale a cui attingere di volta in volta nelle competizioni amministrative e politiche, dietro cui staglierebbe, quale promotore e artefice ideatore, la figura del Senatore Domenico Nania». Per gli inquirenti, poi, «taluni di questi soggetti» risulterebbero aver mantenuto rapporti con «personaggi legati sia al mondo della politica che della criminalità organizzata barcellonese».
«A Barcellona vi sono tre logge massoniche “spurie” in quanto non sono riconosciute, ma forse sarebbe meglio definirle occulte», ha raccontato Maurizio Marchetta. «La gran parte degli appartenenti sono medici, soprattutto ospedalieri di Barcellona, poi ci sono informatori scientifici, avvocati, politici. I tre maestri venerabili ruotano ogni anno e ciascuno è alla guida delle singole logge». Per il Marchetta, il senatore Nania avrebbe come «riferimento unico della massoneria barcellonese» il dottor Felice Carmelo La Rosa, maestro venerabile dell’Ausonia e primario al Pronto soccorso dell’ospedale “Cutroni Zodda” della città del Longano. «La Rosa è il più alto in grado che ha fondato questa loggia», ha dichiarato l’architetto. «Un suo fratello, di nome Sebastiano, è consigliere comunale a Barcellona in quota Pdl, mentre un altro fratello è cognato del consuocero del senatore Nania. Le tre logge massoniche spurie di Barcellona sono state trasferite all’interno di un appartamento ubicato in Piazza Marconi, in uno stabile di proprietà della famiglia La Rosa. In tale stabile vi sono anche gli uffici dello studio del commercialista Sebastiano La Rosa e dell’Agenzia di Assicurazioni gestita dal fratello Luigi La Rosa, che è cognato di Tindaro e Francesco Calabrese, soci e amministratori della CA.TI.FRA. Srl per averne sposato la sorella. Anche da qui si rafforzano i rapporti con la famiglia Nania». Secondo Marchetta, proprio la società dei Calabrese farebbe parte del “tavolino” creato all’interno della sezione di Messina dell’associazione costruttori edili (ANCE) dal presidente Carlo Borella per pianificare e gestire l’aggiudicazione degli appalti d’importo consistente.
Figura complessa quella del venerabile Felice Carmelo La Rosa. «Dalla consultazione della Banca Dati Interforze SDI risultano a suo carico precedenti per infrazioni a norme comportamentali, falsità ideologica commessa in concorso dal pubblico ufficiale in atti pubblici, truffa in concorso», scrivono i dirigenti della Squadra Mobile. Ex consigliere ed assessore della Provincia di Messina in quota Forza Italia, Felice Carmelo La Rosa è stato tra i fondatori del sodalizio degli “Azzurri” nella città del Longano. Prima ancora aveva militato nell’arcipelago dell’estrema destra locale. Erano gli anni in cui missini, giovani del Fuan, ordinovisti e avanguardisti, spesso con doppia o tripla affiliazione, lanciavano assalti e rappresaglie all’interno dell’Università di Messina. Una ventina di presunti attivisti neofascisti furono pure attenzionati dal pubblico ministero Vittorio Occorsio, poi assassinato. Tra essi c’era il La Rosa, l’allora dirigente nazionale del Fuan Gualtiero Cannavò (oggi avvocato civilista) e Giuseppe Alfano, il corrispondente da Barcellona del quotidiano “La Sicilia” barbaramente assassinato dalla mafia l’8 gennaio del 1993. Tre personaggi che negli anni a seguire avrebbero espresso valutazioni diametralmente opposte sui “valori” della fratellanza massonica. Felice Carmelo La Rosa e Gualtiero Cannavò entrarono a far parte del Grande Oriente d’Italia, il primo nella loggia “Fratelli Bandiera” di Barcellona, il secondo nella “Stretta Fratellanza” di Messina. Giuseppe Alfano, invece, intraprese un’indagine sui presunti condizionamenti della vita amministrativa locale da parte di una loggia segreta, che, stando agli appunti ritrovati dopo il suo omicidio, avrebbe avuto tra gli affiliati il medico Antonio Franco Bonavita (fratello di Salvatore Bonavita, ingegnere capo dell’ufficio tecnico del Municipio di Barcellona) e l’ingegnere Antonino Mazza, il proprietario dell’emittente Telenews misteriosamente assassinato il 30 luglio 1993, che insieme ad Alfano era stato promotore della lista civica “Alleanza democratica progetto Barcellona” che partecipò alle elezioni comunali del 1990.
Altrettanto complessa la figura del germano del Maestro venerabile dell’Ausonia, Sebastiano La Rosa, consigliere comunale a Barcellona nella penultima legislatura (An-Msi) e cognato dell’odierno vicepresidente del consiglio Salvatore Schembri (Pdl-An). «Sul suo conto – si legge nella relazione della Commissione prefettizia sul mancato scioglimento per mafia del Comune del Longano - si rileva che l’8 gennaio 2000 è stato denunciato in stato di libertà dal Commissariato della Polizia di Stato, poiché resosi responsabile, in concorso con altri, del reato di accensione ed esplosione di cose pericolose; indagato in seno al procedimento penale n. 1871/99 - art. 171 L. 633/1941 (pirateria informatica), con sentenza 468/00 assolto per non aver commesso il fatto…». Alla Questura di Messina risulta però qualcosa in più: «precedenti per contraffazione, alterazione o uso di segni distintivi di opere dell’ingegno, introduzione nello Stato e commercio di prodotti con segni falsi, frode nell’esercizio del commercio in concorso, vendita di prodotti industriali con segni mendaci, ricettazione, porto abusivo e detenzione armi».
Nelle sue deposizioni, Maurizio Marchetta ha indicato il nome di alcuni presunti “fratelli” al vertice del circolo massonico Ausonia del Longano. «Appartengono a questa loggia il prof. Placido Conti, oggi uno dei venerabili, insegnante presso l’Istituto Agrario di Barcellona, attivista politico legato a Carmelo La Rosa e che mi risulta frequentare e recarsi assiduamente, negli ultimi tre anni, sia a Urbino sia presso al Repubblica di San Marino; il dottor Giorgio Maugeri, direttore dell’INPS di Milazzo; il direttore dell’Istituto Superiore di Agraria di Barcellona a nome Sebastiano Salvatore Messina, già in passato assessore al Comune di Barcellona nella prima giunta Nania, in quota Forza Italia; il prof. Roberto Meo, insegnante alle superiori cui ho fatto seguire il figlio di Salvatore “Sem” Di Salvo; Giuseppe Iacono, un informatore scientifico. Queste persone tengono riunioni rituali periodiche, generalmente due al mese, nel corso delle quali attuano le finalità della loggia. Che sono quelle di mettere a disposizione il rispettivo ruolo nei vari settori per aiutarsi reciprocamente e, soprattutto, per creare voti elettorali».
«L’attuale venerabile di una di queste logge che si chiama “Armonia” è Giorgio Maugeri», aggiunge Marchetta. «La loggia “Armonia” è dipendente da una sorta di “obbedienza”, sempre facente capo a Carmelo la Rosa che si chiama Gran Loggia Ausonia, sotto cui stanno le altre due logge. La carica di segretario della Gran Loggia Ausonia è attualmente ricoperta da Placido Conti. Posso precisare che la maggior parte delle persone da me indicate erano in precedenza iscritti ad un’altra obbedienza che credo si chiami “Principato delle Andorre”. Molti di questi ho saputo che sono stati raggiunti da un avviso di garanzia, ma non so per quale reato, ed in ragione di ciò sono transitati in queste logge occulte».
La Squadra Mobile di Messina ha accertato identità e curriculum vitae dei frammassoni tirati in ballo dal dichiarante. Giorgio Maugeri, ad esempio, è risultato essere stato iscritto in passato alla loggia massonica “Libertà” del Grande Oriente d’Italia, con sede a Messina; inoltre risulterebbero a suo carico «precedenti per reati in materia di prostituzione». Sebastiano Salvatore Messina, vicepreside dell’Istituto Professionale Statale per l’Agricoltura di Barcellona, «è subentrato alla guida dell’Assessorato al Bilancio, Finanze, Patrimonio e Autoparco del Comune di Barcellona al commercialista Luigi La Rosa, cugino dei germani Felice Carmelo e Sebastiano La Rosa, presidente dell’AIAS (Associazione Italiana Assistenza Spastici), sezione di Barcellona e attuale presidente dei Revisori dei conti della città del Longano». Luigi La Rosa – si aggiunge - è stato «notato in diverse circostanze con soggetti mafiosi dell’hinterland barcellonese» ed è stato indagato nell’ambito dell’operazione “Gabbiani” per il quale il 13 luglio 2004 venne tratto in arresto il consigliere comunale Andrea Aragona, capogruppo di Forza Italia. La Rosa fu successivamente condannato a 3 mesi e 10 giorni di reclusione per voto di scambio, per aver ceduto a più elettori buoni benzina in occasione delle elezioni provinciali del 2003. Nello stesso processo fu condannato ad una pena lievemente maggiore (sempre per l’accusa di voto di scambio nonché per turbata libertà degli incanti), Pietro Arnò, un imprenditore «legato al clan mafioso barcellonese», con cui il “fratello” Sebastiano Salvatore Messina è risultato essere stato in «interessanti rapporti personali, lavorativi e politici» prima della sua prematura scomparsa. Secondo l’accusa, Andrea Aragona, in concorso proprio con Pietro Arnò, avrebbe usato minaccia per costringere il dirigente del Comune di Barcellona Salvatore Bonavita a commettere una serie indeterminata di reati di falso in atto pubblico e di abuso in atti d’ufficio a vantaggio della Cooperativa “Libertà & Lavoro” di cui lo stesso Aragona era presidente. Nel novembre 2003, Pietro Arnò scampò miracolosamente ad un agguato mortale: due persone, rimaste ignote, gli spararono con un fucile all’uscita della sua abitazione di Spinesante, attingendolo alla regione temporale sinistra.
«Faccio parte della massoneria e quindi, per forza di cose, conosco anche i massoni occulti che riconoscono noi in quanto rituali, metodi e simboli distintivi sono comuni», ha ammesso Maurizio Marchetta. Dopo essere stato iscritto alla storica loggia “Fratelli Bandiera” del Grande Oriente d’Italia, l’imprenditore è però transitato nella “Eugenio Barresi” del GOI, loggia fondata nel febbraio del 2009 ed intitolata all’ex veterinario capo provinciale ed ex socio della squadra di calcio dell’“Igea Virus”, deceduto qualche anno fa in un incidente stradale. Odierno Gran Maestro della “Eugenio Barresi” è Salvatore Tafuro, ex dirigente del Commissariato di Pubblica sicurezza di Barcellona e della squadra mobile di Reggio Calabria. «Abbiamo deciso di costituire questa loggia perché in quella dei “Fratelli Bandiera” venne ammesso contro la mia volontà e quella di altre persone tale Domenico Sindoni, figlio del noto Giovanni Sindoni, nominato con l’intervento del senatore Nania direttore sanitario dell’ospedale “Cutroni Zodda”», ha spiegato Marchetta. «Aggiungo che non appena è entrato Sindoni, il dottor Sergio Scroppo è diventato primario di anestesia dell’ospedale di Barcellona ed il dottor Bruno Magliarditi, medico di Milazzo portato da Sindoni, è diventato primario del reparto di ginecologia ed ostetricia del “Cutroni Zodda”». Magliarditi, tra l’altro, è primario del reparto di neonatologia del nosocomio di Milazzo.
Per Marchetta, dunque, l’ingresso in massoneria del direttore sanitario dell’ospedale di Barcellona avrebbe generato la diaspora di numerosi “fratelli”. Candidato alle ultime elezioni amministrative con la lista di Forza Italia, Domenico Sindoni risulta avere «precedenti per violazioni norme prevenzione infortuni lavoro in concorso ed altre violazioni in materia di lavoro». Ma ciò non può essere stata la causa dello scarso entusiasmo manifestato da certi adepti della “Fratelli Bandiera”. Esso, invece, sarebbe da imputare al “peso” esercitato dal padre, il pregiudicato Giovanni Sindoni. Già presidente della società calcistica “Nuova Igea S.p.A.” (poi “Igea Virtus di Arnò Pietro & C.”), Sindoni è tra i maggiori autotrasportatori ed imprenditori agrumari siciliani. «Allo stato attuale, è considerato uno dei più avviati e facoltosi imprenditori di Barcellona», scrivono i dirigenti della Squadra Mobile di Messina. «Pur avendo, sino al 1981, pendenze per emissioni di assegni a vuoto, nel volgere di pochi anni, Giovanni Sindoni riesce a promuovere ed avviare numerose attività imprenditoriali, accumulando con estrema rapidità una ingente ricchezza». Già coinvolto in inchieste per truffe miliardarie a danno dell’A.I.M.A., il “re delle arance” è ritenuto «soggetto legato alla organizzazione mafiosa barcellonese», in «ottimi rapporti» con il boss Giuseppe Gullotti (una condanna definitiva quale mandante dell’omicidio del giornalista Alfano) e con Luigi “Gino” Ilardo, affiliato alla cosca catanese di Benedetto Santapaola, nonché cugino del boss nisseno Giuseppe “Piddu” Madonia, ucciso in un agguato a Catania il 10 maggio 1996.
Nell’indagine sul presunto ruolo assunto dal Santapaola per il delitto Alfano, poi definitivamente archiviata, fu anche vagliata la posizione del facoltoso imprenditore come possibile altro mandante dell’omicidio. Nella iniziale prospettazione d’accusa, il giornalista sarebbe stato ucciso perché aveva scoperto il coinvolgimento del boss catanese nelle truffe relative alle sovvenzioni in campo agrumicolo, realizzate appunto dal Sindoni. Erano state le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Maurizio Avola a fornire lo spunto per quelle indagini. «Il vero mandante dell’omicidio di Beppe Alfano, si chiama Sindoni», ha raccontato Avola ai magistrati. «Sindoni è un potente massone che conosce tutta la magistratura, quella corrotta logicamente: ha importanti amicizie al Ministero e un po' ovunque. Poi, tantissimi giri di soldi insieme ai Santapaola, ai barcellonesi, ai messinesi, nel traffico delle arance. L’omicidio scaturisce perché il giornalista aveva capito chi era il vero boss nella sua zona e che amicizie avesse questa persona, un vero intoccabile». Ancora la massoneria dunque. E ancora l’omicidio Alfano.