mercoledì 18 novembre 2009

Despistaggi Wind, si muove l’Antimafia

Dal Quotidiano Il Fatto Quotidiano
del 18 novembre 2009

Antonio Massari
(Giornalista)


L’inchiesta sulla Wind, condotta dal pm di Crotone Pierpaolo Bruni, arriva alla procura nazionale antimafia e approderà presto al Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir): gli atti sono stati trasmessi ieri al procuratore nazionale dell’Antimafia Piero Grasso. Il sospetto è che la Wind – precisamente: il direttore della “security” Salvatore Cirafici – abbia potuto diffondere sim “coperte” e quindi difficili da individuare per le indagini della magistratura. Il punto è: esiste la possibilità che le istituzioni, inclusi i servizi segreti, possano utilizzare schede telefoniche coperte, e non rintracciabili, persino dalle procure? Come vedremo, secondo membri del Copasir, non è assolutamente possibile. “Non esistono guarentigie per le istituzioni. Neanche per i servizi segreti”, commenta il senatore dell’Idv Giuseppe Caforio, “e quindi: che senso hanno, se esistono, le schede sim emerse in quest’indagine? Quali uomini delle istituzioni le hanno utilizzate? Ne parlerò con il presidente del Copasir, Francesco Rutelli, per affrontare la questione immediatamente”.

Bruni sospetta l’esistenza di un sistema, legato all’utilizzo di alcune sim card “coperte”, in grado di danneggiare le inchieste giudiziarie. Alcune di queste schede telefoniche, secondo la versione di un indagato, sarebbero state affidate anche a membri delle istituzioni che negli atti, però, non vengono specificati: i verbali dell’inchiesta sono spesso coperti da omissis.

“L’ipotesi che in questa vicenda siano coinvolti membri delle istituzioni, e quindi dello Stato, ci obbliga a comprendere cosa stia accadendo”, conferma Emanuele Fiano (Pd), anch’egli membro del Copasir. A parlare di istituzioni è il maggiore dei Carabinieri, Enrico Grazioli, interrogato da Bruni, quando rivela l’esistenza di sim card “pro-tette”, offerte da Cirafici, ora indagato per favoreggiamento e rivelazione . Quest’ultimo, proprio in virtù del ruolo ricoperto, avrebbe saputo che il telefono di Grazioli era sotto intercettazione. E lo avrebbe invitato a usare un numero sicuro: “Cirafici (…) mi chiedeva telefonicamente di potermi contattare , ma questa volta per il tramite di un’utenza Wind; utenza che lo stesso Cirafici, circa un anno fa, mi aveva data in uso e che io utilizzavo sistematicamente per navigare in internet. (…).Cirafici mi stimolava a usare questa utenza per “parlare sicuro”, ovvero senza problemi, senza il timore di essere intercettato. La tranquillità nel parlare con quella scheda, derivava dal fatto che fosse un’utenza Wind aziendale, motivo per cui, un’eventuale richiesta di intercettazione, o d’intestatario della medesima, sarebbe stata conosciuta e gestita in anticipo dal Cirafici. Insomma, Cirafici mi sollecitava a utilizzarla poiché sapeva con certezza che non era intercettata o intercettabile senza che lui ne avesse preventiva conoscenza”.

Le dichiarazioni rese da Grazioli avrebbero provocato la reazione di Cirafici. Almeno a sentire il maggiore dei carabinieri: “La notte del primo interrogatorio (…) Cirafici mi raggiungeva presso la mia abitazione, e mi dava l’ordine perentorio di buttare la scheda Sim (…). Mi chiedeva di ritrattare, ma la sua prima preoccupazione fu quella di dirmi di far sparire subito la Sim card della Wind”.

Ma Grazioli aggiunge dell’altro. Menzionando un vecchio incontro spiega che qualcuno, esterno alla procura, poteva acquisire informazioni sulle indagini: il signor Paolo. “Nel corso dell’incontro avuto con Cirafici alla Wind lo stesso mi esortava a non parlare per telefono poiché mi riferiva che ero sottoposto a intercettazione dalla Procura di Crotone, dal dottore Bruni. Mi chiedeva di attivarmi al fine di conoscere il contenuto dell’investigazione di cui lui ed io eravamo oggetto, e mi disse che avrebbe interessato sia (omissis) che Paolo (omissis) per ricevere informazioni tenuto conto che il Cirafici è amico intimo del (omissis) e hanno stretti rapporti”.

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